In un precedente intervento su queste pagine (Il canto delle Sirene. Sul senso del mito e sulla riscrittura contemporanea) ci siamo interrogati sul fenomeno del retelling contemporaneo del mito, per comprendere cosa accada nella narrazione dei nostri giorni, quando un mito, apparentemente cristallizzato nella sua forma canonica, viene ri-proposto da una voce che ne sovverte dall’interno il nucleo fondante. A partire dalla nozione warburghiana di Nachleben der Antike – la sopravvivenza dell’antico come carica energetica (dinamogramma) che attraversa il tempo per ricomparire e riattivarsi, di volta in volta, in configurazioni storiche diverse –, abbiamo spiegato la dinamica della riemersione attraverso il concetto di “variazione marginale” sviluppata da Hans Blumenberg in Arbeit am Mythos, variazione che la riscrittura introduce rispetto alla stabilità del nucleo narrativo originario.

In quella sede, gli esempi discussi condividevano un tratto comune: il mito vi torna riconoscibile, ancorato a un nome, a una trama arcaica dichiarata (le Sirene, Alcesti, Circe), anche quando radicalmente decostruito nei suoi assi simbolici. Ma la persistenza del mito nella contemporaneità non si esaurisce in questa modalità di riscrittura. Esiste un secondo regime di sopravvivenza – più diffuso, più sommerso, meno immediatamente visibile – che Peppino Ortoleva ha individuato e indagato nelle sue dinamiche, definendolo “mito a bassa intensità”.

Se il retelling più diffuso nell’ultimo decennio ha lavorato per sottrazione e reinvenzione a partire da un referente mitico dichiarato – un nome, una trama riconoscibile –, il mito a bassa intensità procede all’opposto: lungi dal configurarsi come rovesciamento, destrutturazione, ri-configurazione ex-negativo, il mito a bassa intensità si frantuma in un pulviscolo di snodi polisemici e latenti, di dinamiche profonde che sopravvivono senza più esibire il proprio nome. Si tratta di una sopravvivenza per erosione: il mito si dissolve nella trama di generi che apparentemente nulla hanno a che fare con l’antico – il fantasy, il western, il gaming, la cultura pop nella sua interezza – perdendo, in questo processo, la funzione fondativa che il mito arcaico rivendicava come propria condizione di esistenza.

Lungi dal venire depauperato della sua funzione, come precisa Ortoleva, il mito lavora attraverso lo scarto, introducendo un cambiamento nel regime di circolazione, passando dalla condivisione collettiva, pubblica e rituale, a una fruizione personale e quotidiana, intermittente, spesso persino inconsapevole di sé. Proprio nella dispersione capillare dei suoi cardini e delle sue dinamiche, il mito continua a organizzare simbolicamente l’angoscia, a dare forma e argine a ciò che altrimenti resterebbe indistinto, minaccioso, privo di soglia, il “riflesso fobico” warburghiano, ovvero la reazione emotiva primaria dell’uomo – contemporaneo non meno che primitivo – di fronte a un mondo percepito come caotico e ostile.

È in questo regime – quello della dispersione, della citazione obliqua, dell’archetipo che riaffiora frantumato – che si colloca, con un potere dirompente, Chianafera di Orazio Labbate. Il romanzo abita il mito senza mai dichiararlo come tale: il motivo della discesa agli inferi – archetipo fra i più alti e riconoscibili della tradizione occidentale – appare disperso in una sequenza di soglie: un manicomio che è insieme luogo clinico e spazio iniziatico, un custode che agisce da guida psicopompa senza rivestirne la chiara identità, una Sfinge, Medusa come archetipo della famiglia. Nella contiguità senza soluzione di continuità fra l’archetipo più alto e il detrito culturale più prossimo al nostro vissuto quotidiano, il mito non richiede il riconoscimento esplicito del lettore per esercitare la propria funzione di soglia.

Non stupisce che un simile risultato provenga dalla penna di Orazio Labbate, una delle voci più significative della narrativa italiana contemporanea. È approdato alla notorietà con Lo scuru (Tunué, 2014; ripubblicato da Bompiani nel 2024), da cui sono stati tratti sia un film sia un videogioco, romanzo che gli valse il riconoscimento di fondatore del “gotico siciliano”: un filone che innesta il realismo magico e il folklore religioso del Meridione sul tronco del gotico sudista americano, in dialogo dichiarato con Faulkner e McCarthy, in linea con la più alta prosa siciliana novecentesca, da Bufalino a D’Arrigo. Labbate è autore capace di accoppiare “esorcisti e investigatori”, di “rovistare nel sacro” e “incidere nella carne”, come ha scritto Antonio Franchini in merito a Spirdu, elementi che Chianafera, il suo romanzo più ambizioso, non fa che confermare e radicalizzare.

Romanzo di formazione, mito e memoria autobiografica si intrecciano in una scrittura che pensa per immagini e per rituali, dove l’infanzia è rievocata attraverso un dispositivo simbolico – la memoria come tunnel, l’oggetto come soglia (Labbate 2026, p. 130) –, componendo quella che è a tutti gli effetti la prima mitologia urbana della narrativa siciliana: un immaginario sovrannaturale generato dai luoghi, dagli oggetti, dalle relazioni del quotidiano stesso.

La capacità di maneggiare con pari disinvoltura il mito alto e la cultura popolare s’invera nella lingua stessa: la prosa procede per accumulo visionario, in periodi lunghi e sincopati, rifiutando la misura in favore dell’intensità, della vertigine. In questa sintassi febbrile, il lessico arcaico e visionario con cui viene evocata la Sfinge – figura che nel romanzo incombe come soglia senza esegesi – convive con il lessico secco e videoludico. È proprio questa assenza di gerarchia sintattica – l’arcaico e il pop pronunciati nello stesso fiato, senza cesura – a rendere quest’opera di Labbate un caso esemplare di mito a bassa intensità, operando un processo di desacralizzazione agito nella e dalla lingua stessa.

Il rito e il gioco, la Sfinge e il videogioco coabitano nello stesso piano linguistico dando prova (se ce ne fosse bisogno) che il mito, oggi, non sopravvive nonostante la sua dispersione nella cultura di consumo, ma proprio grazie a essa – trovando in una lingua barocca e insieme ipermoderna lo spazio in cui tornare, ancora una volta, a “organizzare simbolicamente l’angoscia” del nostro tormentoso presente.

Riferimenti bibliografici
H. Blumenberg, Arbeit am Mythos, Suhrkamp Verlag, Berlino 2006.
P. Ortoleva, Miti a bassa intensità. Racconti, media, vita quotidiana, Einaudi, Torino 2019.

Orazio Labbate, Chianafera, NN Editore, Milano 2026.

Tags     Aby Warburg, Blumenberg, mito
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