Dolore, collera e vergogna

di ANTONELLA SALOMONI

La guerra di Putin contro l’Ucraina.

La guerra di Putin contro l'UcrainaQuando Putin ha dichiarato guerra all’Ucraina, il 24 febbraio, è apparso subito urgente comprendere come il conflitto fosse descritto o percepito in Russia. «Dolore, collera e vergogna» sono le parole scelte per esprimere le reazioni all’invasione da Sindikat-100, un sodalizio tra i media indipendenti russi nato alla fine di febbraio del 2020, che accoglie – insieme a molti altri – il bisettimanale “Novaja Gazeta”, la stazione radio “Echo Moskvy”, il canale televisivo “Dožd’”, il sito d’informazione “Meduza”. Tutti sono oggi molto attivi nella copertura dei fatti bellici.

La dichiarazione di Sindikat-100 è stata netta sin dall’esordio:

Oggi il Presidente della Federazione Russa Vladimir Putin ha iniziato una guerra contro l’Ucraina. Dolore, rabbia e vergogna sono le tre parole che riflettono il nostro atteggiamento nei confronti di ciò che sta accadendo. Questa avventura procurerà sofferenza alle famiglie di migliaia di persone in Ucraina e in Russia. Essa è gravida di una grande guerra, in cui saranno coinvolti anche altri Stati. Dai tempi della crisi dei Caraibi, il mondo non è mai stato così vicino alla catastrofe globale.

Da qui, l’impegno a «raccontare con onestà gli eventi finché ne avremo la possibilità», con un augurio di conservare «tenacia e forza [rivolto] al popolo ucraino che si oppone all’aggressione e a tutti coloro che, in Russia, cercano oggi di contrastare la follia militarista» (“Meduza”, 24 febbraio 2022).

L’intento dichiarato di Sindikat-100, al momento della sua fondazione, era stato quello d’intervenire sulle questioni di attualità più urgenti e spinose (povertà interna, catastrofi naturali, malattie infantili, qualità della vita, ecologia), con la pubblicazione simultanea del materiale prodotto sulle diverse piattaforme associate, in modo da coinvolgere un numero sempre più ampio di lettori e osservatori in tutto il paese. Lo scoppio della guerra ha dunque trovato, per molti versi, un terreno mediatico attrezzato. Il governo si è visto costretto ad adottare immediati e drastici provvedimenti tramite il Roskomnadzor – l’ente della Federazione Russa che controlla il sistema dell’informazione e provvede al suo eventuale blocco/oscuramento – per arginare la mobilitazione dei media anti-putiniani. Il 26 febbraio, una nutrita serie di mezzi di comunicazione, tra i quali “Novaja Gazeta”, “Echo Moskvy”, “Mediazona”, “Dožd’”, hanno ricevuto l’ordine di cancellare i materiali in cui gli avvenimenti in Ucraina erano definiti “guerra”. Stando al censore, nei media segnalati, «sotto la veste di notizie attendibili», erano invece date «false informazioni» sui bombardamenti delle città e sulla morte dei civili per opera delle forze armate russe, tali da produrre effetti socialmente significativi, «nonché materiali in cui l’operazione in corso è chiamata aggressione, invasione o dichiarazione di guerra» (“Novaja Gazeta”, 26 febbraio 2022). Per evitare la rimozione di contenuti era pertanto necessario sostituire la parola “guerra” con “operazione speciale”: «[…] Un’operazione speciale con l’impiego dell’aviazione militare e di navi da guerra – ha scritto causticamente Aleksej Venediktov, caporedattore di “Echo Moskvy” –; con l’impiego di circa un terzo di tutte le truppe di terra della Federazione Russa, di armi a ripetizione e di missili – un’operazione davvero speciale» (“Echo Moskvy”, 26 febbraio 2022).

“Novaja Gazeta” ha dovuto, nell’immediato, rimuovere dal suo sito la dichiarazione già ricordata, così come un breve ma emozionante video contro la guerra del suo caporedattore, Dmitrij A. Muratov, premio Nobel per la pace 2021. Ma ha comunque lanciato una sfida, denunciando apertamente l’«atto di censura bellica», in un rinnovato impegno ad informare con regolarità i propri lettori. Al momento attuale, la sezione destinata a monitorare l’evoluzione del conflitto è stata ridenominata, in modo apertamente provocatorio, «la guerra di Putin».

La guerra di Putin contro l'Ucraina

“Meduza”, media già sottoposto alla legislazione che sanziona gli organismi d’opposizione in quanto “agenti stranieri”, ha pubblicato un editoriale in cui smonta l’uso dell’eufemismo nella retorica putiniana: l’«operazione speciale» annunciata nella dichiarazione di guerra, vale a dire, «la guerra su vasta scala contro l’Ucraina», vi era letta come «la prova che la dirigenza russa, nel decidere l’invasione militare, non è stata capace di affrontare i compiti che si era prefissata, quali che fossero». L’esperienza del XX secolo avrebbe dovuto «dimostrare in modo convincente a Putin che l’ingerenza di Mosca nella vita dei suoi vicini, a conti fatti, non li avvicina, bensì li allontana dalla Russia». Così era stato nel 1940 con i paesi baltici, nel 1956 con l’Ungheria, nel 1968 con la Cecoslovacchia: «Ma, a quanto pare, al Presidente piace solo tenere conferenze sulla storia, non impararne le lezioni». Pertanto, pur nella consapevolezza della difficoltà d’influire sugli eventi, la redazione si riteneva «obbligata ad affermare in modo chiaro e ad alta voce che questa non è la nostra guerra e che non la sosteniamo». In termini ancora più netti: «L’invasione dell’Ucraina è iniziata a nome dei cittadini russi, ma contro la nostra volontà. Per noi, è un disonore, che ci accompagnerà per sempre» (“Meduza”, 24 febbraio 2022).

Ritroviamo l’immagine del “disonore” nell’appello di famosi scrittori, drammaturghi, registi, attori, giornalisti, editori, diffuso tramite Facebook poco dopo l’invasione e ripreso in modo massiccio dalla rete: «È il nostro disonore, ma, sfortunatamente, anche i nostri figli, una generazione di russi molto giovani e non ancora nati, dovranno assumersene la responsabilità. Non vogliamo che i nostri figli vivano in un paese aggressore, che debbano vergognarsi perché il loro esercito ha attaccato uno Stato indipendente vicino». Il breve testo entrava anche nel merito delle parole invocate dal Presidente della Federazione e sostenute dal ministro degli Affari Esteri Sergej V. Lavrov – “demilitarizzazione” e “denazificazione” dell’Ucraina – per giustificare l’intervento militare: «Non crediamo che un’Ucraina indipendente rappresenti una minaccia per la Russia o per qualsiasi altro Stato. Non crediamo all’affermazione di Vladimir Putin secondo cui il popolo ucraino si trova in balia dei “nazisti” e ha bisogno di essere “liberato”» (“Meduza”, 24 febbraio 2022).

Impossibile dare conto delle altre innumerevoli prese di posizione di esponenti dell’intelligencija che hanno preceduto o seguito questo appello. Una lettura più attenta e analitica potrà in futuro dare senso alle emozioni manifestate nell’immediato. Basterà qui ancora ricordare le parole di Julija Latinina, scrittrice e giornalista di orientamento conservatore: «Cosa sto provando? Paura, orrore, vergogna. Mi vergogno che le truppe del mio paese abbiano attraversato il confine di un altro paese, che gli abitanti di Kiev si trovino nei rifugi antiaerei» (“Echo Moskvy”, 26 febbraio 2022); e quelle della scrittrice e poetessa umanista Ljudmila E. Ulickaja:

Dolore, paura, vergogna – sono questi i sentimenti dell’oggi. Dolore, perché la guerra colpisce i vivi: l’erba e gli alberi, gli animali e la loro prole, le persone e i loro figli. Paura, perché c’è un istinto biologico comune, indirizzato a preservare la propria vita e la vita dei discendenti. Vergogna, perché è evidente la responsabilità della dirigenza del nostro paese nel creare una situazione gravida di grandi sciagure per tutta l’umanità (“Novaja Gazeta”, 25 febbraio 2022).

Ma, soprattutto, andrà meglio ricostruito il processo che, in trent’anni, ha portato all’annullamento di un percorso, pur travagliato, che ha conosciuto riforme, libere elezioni, presa di parola, rispetto dei diritti umani, cooperazione con l’Occidente, alternanza del potere. Oggi, questo esperimento è andato in fumo, come spiega magistralmente Vladimir Sorokin, lasciando le rovine di un potere piramidale, «forte, crudele, imprevedibile e incomprensibile al popolo» (Vladimir Putin sits atop a crumbling pyramid of power, “The Guardian”, 27 febbraio 2022).

La petizione lanciata in Russia il 24 febbraio su change.org dall’ex-dissidente Lev A. Ponomarëv (con informazioni chiare e concise sulle modalità della sua promozione), alla data del 28 febbraio, ore 18.20, ha intanto raggiunto 1.028.541 firme.

La guerra di Putin contro l'Ucraina

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