Quel pasticciaccio di professor Brain

di ALESSANDRA CAMPO

La ballata del mangiatore di cervella. Kris, Lacan e l’eredità freudiana di Sergio Benvenuto.

Ernst Kris

Alcuni casi clinici della psicoanalisi sono dei veri e propri gialli. Essi implicano enigmi che lo psicoanalista-detective si impegna a risolvere sebbene il successo, come si sa, non sia sempre assicurato. Basti pensare al celeberrimo caso dell’uomo dei lupi: Freud vi cerca disperatamente di risalire al primario episodio di seduzione e, tuttavia, ciò cui perviene è soltanto la Konstruktion (costruzione-ricostruzione) di una scena a partire da un sogno. Oppure il caso del cosiddetto “mangiatore di cervella” cui è dedicato l’ultimo lavoro di Sergio Benvenuto (Orthotes 2020). In analisi con Melitta Schmideberg nel ‘34 e con Ernst Kris nel ‘39-‘40, la vicenda del “professor Brain” (così lo chiama Benvenuto data l’indisponibilità del suo vero nome) è a tal punto intricata da suggerire, in proposito, l’accostamento con un kōan: il rompicapo di cui si serve il maestro zen per aiutare la meditazione del suo discepolo. A chiunque ne intraprende lo studio, dice Hakuin Ekaku, «un abisso privo di fondo si apre davanti e nessun appiglio è a portata di mano», perché l’architettura del kōan, al pari di quella del caso di Brain, è un labirinto che non tollera soluzione. Benvenuto ne percorre con intelligenza i meandri là dove “con intelligenza”, dal punto di vista zen, significa “senza sacrificare la complessità”.

Un uomo labirintico, per il gaio scienziato Nietzsche, non cerca la verità, che è sempre tra le righe, sempre mascherata. L’uomo labirintico cerca Arianna, qualunque cosa voglia farci credere. E qual è l’Arianna di Benvenuto-Zarathustra? Si direbbe la decostruzione: quel metodo-filo intessuto da Derrida per percorrere il labirinto della scrittura. Commentare un caso, per Lacan, vuol dire fare un’analisi (Lacan 2014, p. 97), ma un’analisi, aggiunge Benvenuto, come una decostruzione in cui non si tratta, tanto, di sciogliere nel senso di risolvere, svelare o spiegare, bensì di far apparire – “mostrare” per usare il termine dell’altro maestro zen di Benvenuto: Wittgenstein – ciò che nel dire si tradisce come non detto, dimenticato, mancato. Il fascino del labirinto, spiega anche Manganelli in una delle tante occasioni in cui vi medita, non deriva solo dal suo porre domande assolute in modo indiretto, elusivo, «quasi ludico, furbo, infantile» (Manganelli 1991, p. 73). Il fascino del labirinto deriva, altresì, dal fatto che:

Ogni strada è una strada, ma anche una allucinazione, una strada verso un obiettivo, così pare, ma poiché l’obiettivo, quale sia, non è mai conseguito, eccetto che nel caso in cui si tratti di una ulteriore strada, è possibile che ogni strada sia un inganno, una giarda, una arcatura, per suggerire, grazie ad un menzognero ideogramma tracciato nel buio, che dopotutto sarebbe saggio non muoversi affatto (ibidem).

Benvenuto però si muove, e si muove con destrezza. Anche quando è questione di un’altra matassa: quella dell’eredità freudiana. Nell’arena che allestisce in queste pagine, infatti, le differenti interpretazioni del caso Brain messe in campo da Schmideberg, Kris e Lacan, insieme con i diversi metodi impiegati per produrle, si contendono il titolo di “freudiano doc”. E nondimeno, così come non c’è soluzione al labirinto di Brain, non v’è erede legittimo dell’impresa di Freud. Crederlo, suggerisce Benvenuto, è un’impostura perché i confini della legittimità, come quelli della proprietà, sfumano irrimediabilmente quando ci si trova alle prese col “discorso dell’Altro”. Questo ci insegna il dedalo-Brain: è molto difficile, quando non impossibile, separare con l’accetta il proprio dall’improprio, l’originale dalla copia, l’altro dal sé. La «proprietà simbolica non c’è» (Lacan 2010, p. 93), ed è per questo che, in fondo, non c’è nemmeno il plagio. Brain, un giovane accademico, giunge da Kris convinto di commetterlo ma l’essenziale, per Lacan, non è se plagi o meno, il plagio non esistendo. L’essenziale è «che tutto il suo desiderio sia di plagiare, per la semplice ragione che non gli sembra possibile formulare qualcosa che abbia un valore, se non prendendolo in prestito da un altro» (Lacan 1967).

Brain arriva da Kris lamentando di non riuscire a pubblicare le sue ricerche né, di conseguenza, di poter avanzare nella sua carriera. Scrivendo, dice, è convinto di plagiare gli altri e, dal momento che non vuole rubar loro le idee, si astiene dal rendere pubbliche le proprie. La sua prima analisi gli insegnò che paura e senso di colpa gli avevano impedito di essere produttivo, che lui voleva sempre prendere, rubare, come aveva fatto nella pubertà. Ma anche ora, poco più che trentenne, si trova «sotto la pressione costante di un impulso a usare le idee di qualcun altro» (Kris 1951, p. 22). Da qui il sospetto di Kris: ha ragione Schmideberg? Cleptomania da piccolo, cleptomania da grande? Per la figlia di Melanie Klein l’inibizione attuale è un freno apposto a una pulsione oral-cannibalica che, in passato, aveva trovato soddisfazione. Brain si cibava di robe altrui e, quindi, potrebbe farlo anche adesso se una difesa non intervenisse ad arginare la spinta. Per lui agire=rubare e pubblicare=plagiare. Sicché, l’unico modo per sfuggire questi impulsi riprovevoli è «un’inibizione di vasta portata della propria attività e delle proprie iniziative intellettuali». Brain, cioè, non scrive perché vorrebbe copiare, a riprova che, come arguisce anche Lacan, quel che dice di temere è proprio ciò che vorrebbe fare.

Kris, però, rifiuta questa interpretazione che punta dritto alla profondità dell’inconscio. Coerentemente con i principi dell’analisi degli Abwehrmechanismes des Ich di annafreudiana memoria, preferisce restare sulla superficie mappando le circostanze in cui emerge il sentimento angosciante di plagiare gli altri e isolando i meccanismi dell’attività inibitoria con cui lo si placa. Grazie a questo lavoro di segno opposto a quello di Schmideberg, in Brain comincia a materializzarsi un piano concreto di lavoro e di pubblicazione, fino a quando, un bel giorno, egli arriva in seduta dichiarando di aver appena scoperto nella biblioteca un trattato pubblicato anni prima nel quale la stessa idea di fondo veniva sviluppata. Era un trattato col quale Brain aveva avuto familiarità, ma il tono paradossale di soddisfazione ed eccitazione del suo racconto spinge Kris a chiedergli informazioni dettagliate sul testo. Ciò che emerge da questo esame condotto insieme a Brain – esame che, a parere di Lacan, si attiene alla realtà ignorando il reale – è che la vecchia pubblicazione conteneva «un supporto utile alla sua tesi ma nessun accenno alla tesi stessa» (ibidem). Perciò, ed è la conclusione di Kris, «the patient had made the author say what he wanted to say himself» (ibidem), quantunque non sia chiaro se Brain abbia solo attribuito all’autore ciò che lui stesso voleva dire o, viceversa, gli abbia realmente dato in pasto ciò che poi, in un secondo momento, teme di mangiare-divorare scrivendo a sua volta.

Il giallo, quindi, pare risolto: non è Brain a plagiare ma il brillante collega con cui era solito conversare e che, sia per Kris che per Lacan, è l’Io-ideale di Brain: un sostituto del grand-père che aveva schiacciato il padre reale. Identificato alla piccolezza di quest’ultimo, Brain aveva, sin dalla pubertà, cercato di compensarne l’immagine penosa attraverso simbolizzazioni peniche (mangiando surrogati del fallo paterno anziché il fallo stesso). Eppure, ogni volta, finiva per credere di poter formulare qualcosa di valore unicamente prendendolo in prestito da altri migliori di lui. Il plagiarismo, insomma, fu il suo stile dominante di attaccamento. E, tuttavia, siccome non voleva utilizzare idee altrui, Brain non agiva, così come, in definitiva, non agì il padre, incapace, come fu, di lasciare un segno nel suo campo di ricerca. Brain, scrive Kris, «era costantemente sotto l’impressione di ascoltare per la prima volta un’idea produttiva senza la quale egli non poteva sperare di padroneggiare il proprio tema, un’idea che egli sentiva di non poter usare perché era proprietà del collega» (ibidem). Ed è alla luce di ciò che, forse, si potrebbe ipotizzare che la credenza di plagiare gli altri – un delirio, secondo Lacan – fosse in realtà una scusa per non scrivere-agire. Non, però, perché scrivere avrebbe significato divorare (tesi di Schmideberg e di Lacan), ma perché scrivere avrebbe significato fallire: fallire come il padre.

Brain, in breve, sarebbe “solo” insicuro e, come tutti gli insicuri, nell’erba del vicino intravede sistematicamente qualcosa di più luccicante (un agalma?): «Solo le idee degli altri sono interessanti, le sole idee che si possono prendere. Quindi bisogna prenderle» (ivi, p. 23). Nondimeno, secondo Kris, erano gli altri, nel caso specifico l’illustre scholar, ad appropriarsi, senza riconoscerlo pubblicamente, delle sue intuizioni, con la conseguenza, non tratta da Kris, che è possibile che Brain non mangi-scriva le idee del collega perché, inconsciamente, sa che sono proprie. In effetti, benché non lo ipotizzi neppure Benvenuto, si potrebbe congetturare che Brain si rifiuti di mangiare il proprio stesso cervello, a differenza del William Wilson di Poe il quale, alla fine, uccide il suo alter ego. Si potrebbe se non fosse che, così, in luogo di mostrarsi, l’oggetto del diniego soggiacente la sua compulsione a non agire (scrivere/rubare), si ricopre di un velo ulteriore. La denegazione, in accordo con questa ipotesi, colpirebbe il fatto di esser stato plagiato (tesi di Kris) o il fatto, più fondamentale, che l’altro è un doppio di se stesso (tesi di Lacan)? Brain, cioè, ignorerebbe di esser stato mangiato dall’altro o di aver dato lui stesso in pasto le idee che, poi, teme di trovarsi a rubare? Difficile rispondere: da un lato, Brain pare non accorgersi che l’altro è uno specchio che lo riflette; dall’altro pare non accorgersi che v’è una differenza tra sé e il collega o l’altro tout court. E ciò nella misura in cui, per lo meno stando al resoconto di Kris, dall’esame approfondito sulla natura del trattato che Brain temeva di plagiare, non si evince che fosse stato scritto dal collega, bensì soltanto che non conteneva le idee di Brain.

Jacques Lacan

L’inquiry rivela solo una differenza tra Brain e l’anonimo autore del trattato: una differenza che Brain annienta in un’identità perché l’unica condizione per non avversare il suo pensiero era attribuirlo a un altro. Brain ha bisogno di percepire le sue idee come idee altrui affinché gli piacciano. O meglio: le proprie idee che gli piacciono, necessita di considerarle altrui. Perciò, lungi dallo sciogliersi, il dedalo, semmai, si infittisce: per un verso, si assiste a un gioco di specchi in cui Brain si accusa di imitare un collega che lo ha imitato. Ma questo gioco di specchi, scrive Benvenuto, diventa un labirinto, la relazione tra i due non essendo solo diadica e nemmeno solo di inversione (tesi di Kris). Brain vorrebbe pubblicare le sue idee ma non lo fa perché ritiene che esse somiglino troppo a quelle altrui. E, come si è visto, sia Schmideberg che Lacan, concordano nel dire che non pubblicarle è proprio una difesa contro il desiderio di appropriarsi di esse. Kris pensa lo stesso? E Brain, per parte sua, non riesce a concepire le sue idee come proprie oppure non riesce a concepirle come valevoli fintanto che le avverte come proprie? È una questione di valore o di proprietà? Non si sa. Ciò che emerge dal resoconto è che vi è uno scarto tra le idee del collega che Brain vorrebbe copiare e quelle che lui stesso vorrebbe divulgare, uno scarto che rende legittima la domanda: chi plagia chi? Domanda inutile, chiosa Lacan, posto che «le plagiat n’existe pas» (Lacan 2010, p. 93). Lacan dice solo che ciò che gli fa credere di rubare è che gli venga in mente un’idea propria: «L’idea che non viene o lo sfiora appena» (Lacan 2002a, p. 595). Non quindi, come sostiene Kris secondo Lacan, «la sua difesa contro l’idea di rubare» (ibidem). Brain è carente di idee proprie, osserva Benvenuto, come i naufraghi della zattera della Medusa erano carenti di vitamina c o come le anoressiche sono carenti di desiderio. Anche Brain, infatti, mangia niente. Ma mangiar niente, per Lacan, è diverso da non mangiare.

Dimagrendo nella carne, l’anoressica ingrassa di significante perché è questo niente che, non mangiando, ella mangia. Ma qual è il niente mangiato da Brain? Ed è valido l’accostamento con l’anoressia mentale promosso da Lacan in virtù dello slittamento metonimico tra cervello-libri-idee-significanti? Anche a queste domande, la risposta è difficile a darsi, e non solo perché Lacan non sviluppa la connessione con l’anoressia mentale limitandosi ad «imbarcare Brain sulla zattera delle vergini magre» (ivi, p. 596). Dal resoconto di Kris si desume anche che plagiato, in verità, Brain lo è come pignorato in quanto si trova impossibilitato ad usare qualcosa che pure è suo. Eppure, per Lacan, ad esser pignorato, ossia forcluso (Benvenuto traduce con “pignoramento” la celebre “forclusion“), è qualcos’altro: la dipendenza orale. Ed è per questo che, da siffatta impossibilità, sinonimo di paralisi provocata dalla reversibilità immaginaria della relazione oggettuale, tanto di Brain con l’Io ideale, quanto di Kris con Brain, quest’ultimo fuoriesce con «un salto impulsivo nel reale attraverso il cerchio di carta del fantasma» (Lacan 2002b, p. 421). In una parola: con un acting out. E vi fuoriesce, fa notare Lacan, in un momento preciso: non appena Kris assolve Brain restituendogli il senso del suo sintomo. È cioè in seguito e in risposta all’interpretazione con cui Kris risolve il rebus che, per il Lacan del seminario III, Brain racconta che «uscendo dalla seduta, è stato in un ristorante, ed ha gustato il suo piatto preferito: cervella fresche» (Lacan 2010, p. 93). Espunta dal simbolico, la dipendenza orale torna nel reale, e torna come insurrezione di a piccolo.

Kris, però, non riporta questo. Kris scrive che il paziente riferì che «ogni volta a mezzogiorno, quando esco da qui, cammino lungo via X e guardo i menù in vetrina. In uno di questi ristoranti trovo il mio pranzo preferito – cervelli freschi» (Kris 1951, p. 23). Ma allora Brain ha o non ha mangiato il cervello fresco? Lacan stesso, anche se Benvenuto non lo nota, moltiplica le ambiguità quando, dopo aver enunciato a chiare lettere che quello di Brain è un acting out, in altri luoghi in cui ritorna sul caso afferma che Brain, al contrario, non ha consumato, ma ha solo «cercato un posto dove poter trovare quel cibo di cui è particolarmente ghiotto, cervella fresca» (Lacan 2014, p. 74) o, come si legge sia nella Risposta al commento di Hyppolyte suDie Verneinung” di Freud sia ne La direzione della cura, «ha solo sbirciato i menù dietro i vetri dei ristoranti trovando, in uno di questi, il suo piatto preferito: cervella fresche» (Lacan 2002a, p. 595; Lacan 2002c, p. 389). Ora, è indubbio che sbirciare un menù e/o trovarvi indicato un piatto non è la stessa cosa che mangiarselo. Così come non è la stessa cosa mangiarlo per effetto della rivelazione del suo analista, dunque in un momento apicale della cura, oppure andarlo a cercare tra i menù a conclusione di ogni seduta. Un acting out non è un’abitudine, e ciò sebbene sia proprio in seguito alla comunicazione risolutiva di Kris che Brain ne riferisce. Cosa pensare quindi? Cosa ha detto davvero Lacan? E cosa ha detto davvero Brain a Kris? Ha mangiato o ha solo desiderato le cervella fresche? Il che, data la metonimia tra cervella e idee, significa chiedersi: Brain ha plagiato o no?

Per Benvenuto il detto di Lacan non è oro colato ma filtrato da un inconscio che solo in pochi, ancora oggi, si autorizzano a interpretare. Benvenuto lo fa emergere analizzando con meticolosità tutte le parole con cui Lacan, distorcendolo volutamente, riferisce del resoconto di Kris nei suoi seminari. Lacan lo travisa, lo modifica, ne omette alcune parti. E ciò per raggiungere il suo scopo: accreditarsi come figlio legittimo del padre-Freud. Brain, infatti, è una parte di quel tutto che è l’ego-psychology: un tutto di cui il suo gemello/alter ego Kris – così Benvenuto lo presenta – è tra i massimi rappresentanti. Contro di essa, com’è noto, Lacan ha sferrato numerosi attacchi, ostile com’era a quella «visione militare dell’Io» (Benvenuto 2020, p. 99) promossa dai freudiani d’America che un anarchico francese come lui, certo, non poteva digerire. Ma è il caso di Brain, nella ricostruzione ricchissima di aneddoti che ne offre Benvenuto, il vero campo di battaglia su cui l’ortopedia dell’Io e il gaio sapere dell’inconscio si fronteggiano. E anzi, da un certo punto di vista, si potrebbe dire che l’acting out attribuito da Lacan a Brain è rivelatore di un messaggio che lui stesso voleva mandare a Kris, perché ogni acting out, per Lacan che lo teorizza proprio a partire dal caso di Brain, è un messaggio indirizzato all’analista: un messaggio con cui gli si dice “vous êtes à côté”: siete altrove, non avete colto.

Benvenuto non lo ipotizza. Ma ci sono ottime ragioni per supporre, proprio alla luce della sua sagace analisi, che, per bocca o atto di Brain, vale a dire per mezzo della sua parola fatta con la cosa (l’acting out è il rovescio del performativo di Austin: cosa fatta con la parola), Lacan volesse dire a Kris che è fuoristrada, che non ha colto il punto. Risolvendo il rebus – non si capisce se insieme o al posto di Brain – e comunicando al paziente la soluzione, Kris, secondo Lacan, si muove “da ego a ego”. Dunque psicoterapeuticamente e non psicoanaliticamente. Ed è per questo, in ultima istanza, che a piccolo resta intatto, inscalfito, insorgendo appena giunge l’ora: «Voi gli dimostrate che non è più plagiario – dice Lacan – e lui vi mostra di che cosa si tratta, facendovi mangiare cervella fresche» (Lacan 2010, p. 95). Con le cervella fresche, in altre parole, Brain fa segno a Kris. «Tutto quello che lei dice è vero, solo che non coglie la questione, c’è un resto: le cervella fresche. E per dimostrarglielo uscendo da qui andrò a rimpinzarmene per raccontarglielo poi alla prossima seduta» (Lacan 2007, p. 133). Brain mostra a piccolo sul vassoio d’argento di un menù straniero, ma attraente, per dire che, nel menù redatto da Kris, non c’è. E tuttavia, commenta Lacan:

Cancellare il desiderio dalla carta quando già è celato nel paesaggio del paziente, non è il miglior seguito che si possa dare alla lezione di Freud. E non è nemmeno il modo per farla finita con la profondità, perché è alla superficie che la si vede come un herpes che fiorisce il viso nei giorni di festa (Lacan 2002a, p. 597).

La festa è quella metonimica del linguaggio, attraverso la quale «Lacan ci invita alle linee di fuga della significazione» (Benvenuto 2020, p. 82). Benvenuto non la interrompe. Pur circuendolo con perizia, non ci svela il mistero ma invita il lettore-discepolo a scioglierlo da sé, magari sollevando altre domande ancora. Che non cerchi la verità, in fin dei conti, vuol dire che acconsente a che si dica a metà senza fabbricarne ad hoc la parte mancante come Kris, secondo Lacan, ha fabbricato ad hoc un sintomo ossessivo restando vittima di bilanisme (“bilancismo”). E anzi, se può, o lo reputa utile, Benvenuto decostruisce persino la metà data per buona, la metà convalidata, e ciò non avendo timore di correggere, all’occorrenza, lo psicoanalista che, più di altri, è stimato incorreggibile: Lacan. Con grande laicità Benvenuto ne denuncia uno ad uno i fantasmi che, nella forma di ideali, il papa della psicoanalisi francese vede riflessi in quella macchia di Rorschach che è, per lui, il testo di Kris. In primis quello analitico il quale, a detta di Benvenuto, non è poi così diverso da quello, tanto avversato, dell’Ego-psychology.

D’altronde, come si può essere originali e dire qualcosa di assolutamente nuovo se, sin da piccoli, impariamo la lingua dagli altri e quindi, in qualche modo, plagiamo sempre quel che ci dicono? Ogni linguaggio, in termini lacaniani, è un “discorso dell’Altro” e, dunque, un inconscio: quello che, nella forma di un piatto preferito, ogni analisi deve mostrare se non vuole culminare su un «niente da friggere» (Lacan 2002a, p. 596) ben diverso dal burro ben fritto in cui, come si sa, le cervella reali si mangiano assai volentieri. Sempre che la pia madre, ça va sans dire, «le abbia sbucciate con gran cura» (Lacan 2002c, p. 389).

Riferimenti bibliografici
E. Kris, Ego Psychology and Interpretation in PsychoanalyticTherapy, in “The Psychoanalytic Quarterly”, vol. XX, n. 1, 1951.
J. Lacan,  Il seminario. Libro I. Gli scritti tecnici di Freud, Einaudi, Torino 2014.
Id.,  Il seminario. Libro III. Le psicosi, Einaudi, Torino, 2010.
Id.,
Il Seminario. Libro X, L’angoscia, Einaudi, Torino 2007.
Id.,
Le Séminaire. Livre XIV. La logique du fantasme (inedito).
Id.,
Risposta al commento di Jean Hyppolite sulla Verneinung di Freud, in Scritti, Einaudi, Torino 2002a.
Id.,
La cosa freudiana. Senso del ritorno a Freud in psicoanalisi, in Scritti, Einaudi, Torino 2002b.
Id.,
La direzione della cura e i principi del suo potere, in Scritti, Einaudi, Torino 2002c.
G. Manganelli, La palude definitiva, Adelphi, Milano 1991.

Sergio Benvenuto, La ballata del mangiatore di cervella. Kris, Lacan e l’eredità freudiana, Orthotes, Napoli- Salerno 2020.

Aggiungi ai preferiti : Permalink.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *