L’ultimo film del cineasta rumeno Radu Jude è un ritratto composito, dalla vena tragicomica e satirica, delle tensioni e contraddizioni che attraversano il presente della città di Cluj-Napoca, secondo polo metropolitano del Paese dopo Bucarest, nella regione storica della Transilvania. Un ritratto che prende corpo attraverso una vivida ed incalzante sceneggiatura (che si è aggiudicata l’Orso d’Argento alla 75esima edizione del Festival di Berlino), cui si accosta un mosaico di sequenze puramente visive che ritrae le diverse componenti urbanistiche e architettoniche della città, cogliendone la stratificazione temporale. 

Peculiare scelta registica di Jude, che delinea così sin da subito il taglio critico del film, quella di imperniare il ritratto della città di Cluj sulla triste vicenda di quello che appare, simbolicamente, come l’ultimo dei suoi abitanti: un anziano che vive di stenti, ex atleta in rovina dipendente dall’alcohol e prossimo allo sfratto, il signor Ion Glanetaşu, interpretato da Gabriel Spahiu. Nella prima parte del film assistiamo infatti alle peripezie quotidiane dell’uomo, un vero e proprio spigolatore vardiano, alla ricerca di cibo e legna per riscaldarsi, in una lunga camminata a cielo aperto nello spazio pubblico di Cluj. 

La traiettoria dell’uomo attraverso strade e quartieri diventa il pretesto per condurre lo spettatore in un tour guidato degli scorci della città: grazie ad inquadrature statiche, la fotocamera, posta in atteggiamento contemplativo, ritaglia il paesaggio urbano in vere e proprie cartoline, al cui interno soltanto si muove la figurina senza posa del signor Glanetaşu, colto nel raccattare cibo di fortuna o mendicare un lavoro. Attraverso una tale composizione dell’immagine, Jude stabilisce un rapporto di organicità tra lo spazio pubblico della città e il suo abitante più piccolo, una scelta che prelude al tema della crisi abitativa esplorato dal film, a danno delle fasce sociali più deboli, connesso alla critica all’imperante speculazione edilizia nella Romania odierna.

Il motore della trama comincia ad azionarsi nel momento in cui degli ufficiali giudiziari, con a capo Orsolya (Eszter Tompa), donna animata da una sincera umanità e appartenente alla minoranza ungherese, comunicano a Glanetaşu l’ordinanza di sfratto dallo scantinato in cui vive. Privo di prospettive e troppo debilitato per qualsiasi cambiamento, l’uomo si toglie la vita, ritrovato poco dopo dagli agenti. La sequenza del suicidio dell’uomo vede l’atto violento collocarsi nel fuoricampo. E come accade talvolta in teatro, quando la violenza non viene mostrata sulla scena, non tanto per pudore, quanto per porre l’attenzione sulle questioni più ampie di carattere politico o morale poste dalla sceneggiatura, così in questo passaggio la fotocamera preme sull’ordinanza di sfratto posta su un tavolino di fronte all’uomo in agonia. Si innesca così un immediato passaggio dal dramma privato di un uomo caduto in disgrazia alla responsabilità pubblica dell’atto dello sfratto, quella di un sistema non in grado di tutelare le fasce più vulnerabili del tessuto sociale. Al tema di una giustizia sociale in crisi si accompagna quello della speculazione edilizia che fagocita la città neoliberista in nome del profitto: lo scantinato del signor Glanetaşu, infatti, è destinato a diventare parte di un complesso turistico di lusso, che si chiamerà, come espresso dal titolo, “Kontinental”.

L’inquadratura insistita sull’ordinanza di sfratto pone così allo spettatore un punto interrogativo sul senso di quanto accaduto, che andrà sciogliendosi di qui in poi per tutta la durata del film, attraverso il dramma di Orsolya di elaborazione del proprio senso di colpa. Un percorso anch’esso trasferito, attraverso precise scelte drammaturgiche, da una dimensione privata ad un’altra eminentemente pubblica. Tormentata dal proprio operato, Orsolya interrogherà infatti, in cerca di consolazione, un ampio ventaglio di personaggi, svelando la coralità come dispositivo narrativo formale per lasciare emergere le tensioni e le contraddizioni della Transilvania odierna attraverso le voci dei suoi abitanti, i quali figurano, nell’ottica della sceneggiatura, anzitutto come cittadini, prima ancora che amici o conoscenti della donna. Orsolya ne riceverà in cambio dei punti di vista eloquenti, che danno voce alle diverse anime della società rumena contemporanea: le ideologie nazionaliste e neo-identitarie, la coabitazione tra popolazione maggioritaria e minoranze, l’immigrazione, il razzismo, il precariato giovanile, l’ipocrisia della classe media, la presenza radicata e influente della Chiesa ortodossa.

I punti di vista così espressi dalle voci individuali non si dimostrano però utili ai fini di un’elaborazione progressiva del senso di colpa di Orsolya, anzi. Jude nega ogni finalismo o rapporto dialogico tra le posizioni sostenute, a favore di una sceneggiatura puramente orizzontale, in cui le varie voci cronologicamente giustapposte funzionano da tasselli di un delirio collettivo in atto nella città di Cluj ed estendibile alla Romania stessa, fino all’Europa intera, attraversata dalle medesime tensioni. La Transilvania se ne dimostra dunque un efficace termometro, e ben si presta a fungerne da emblema, in quanto condivide con molte altre regioni europee, soprattutto dell’Europa centrale, un passato fatto di confini mobili, la presenza di minoranze nazionali, come quelle ungherese e rom, la compresenza di più lingue – la stessa Eszter Tompa ne parla correntemente sette e nello stesso film la sentiamo esprimersi in rumeno, ungherese e tedesco.

Il tutto è sviluppato narrativamente con i toni della commedia, nonostante le premesse tragiche della trama. Un passaggio di tono che scatta da quando, con il primo personaggio interrogato da Orsolya, un sottofondo musicale interviene ad amplificare l’epopea di tolleranza della sua amica nei confronti di un senzatetto che riempie di escrementi la via in cui lei risiede con marito e figli. È inoltre la recitazione stessa di Eszter Tompa ad incarnare quest’attitudine comica, ogni qualvolta racconta piangendo l’episodio del suicidio, rimarcandone alcuni tratti che finiscono per renderlo caricaturale. In ciò Jude si allontana da Europa ’51 di Rossellini, a cui il film è dichiaratamente ispirato e a cui rende omaggio con il titolo, in cui analogamente si seguivano le vicende di una protagonista donna alle prese con il senso di colpa per un suicidio. A questo si aggiunge l’ironia spietata e talora satirica di alcuni dialoghi, che non mancano di risparmiare nessuno. Infine, la presenza degli enormi dinosauri, fantocci animati di un parco divertimento, nelle scene in cui Orsolya recita il “Padre nostro” sottolinea quel gusto per la contraddizione e l’assurdo che ben si accosta alla mancanza di sintesi e di senso scaturita dall’insieme delle conversazioni.

Il film si conclude con Orsolya che decide finalmente di raggiungere marito e figli in vacanza, conscia dell’impossibilità di arrivare ad una qualche forma di consolazione se non quella di accettare di vivere in una collettività, una città, un tempo storico pieni di contraddizioni, in cui ogni vicenda personale sembra rispondere soltanto alle ragioni proprie. 

Replicando visivamente quanto reso finora dalla sceneggiatura, la sequenza finale propone allo spettatore una serie di inquadrature statiche su un manipolo di edifici della città di Cluj, i suoi innumerevoli e incommensurabili tasselli: dai fasti degli edifici austroungarici alla decadenza dei palazzi brutalisti del regime di Ceauşescu, fino ad arrivare alla contemporaneità di costruzioni residenziali e ultramoderne, probabilmente frutto di speculazioni edilizie. Delle cartoline peraltro non più animate, come quando il signor Glanetaşu vi si aggirava vagabondando al loro interno con i suoi sacchi pieni di stenti, ma immerse in una calma che contempla la vittoria dei nuovi padroni della città – “gli imprenditori edili governano la Romania”, dice Orsolya a un certo punto del film – sulla giustizia sociale.

Con questo film urgente, girato in soli dieci giorni con un iPhone15, Radu Jude prende atto della frammentazione e contraddittorietà tanto della città di Cluj quanto della società europea odierna, rendendoci osservatori della tensione bollente che le attraversa. Una fotografia a caldo, stemperata dall’ironia. Come dichiarato da Jude stesso in un’intervista per ODG, pretendere da un’opera d’arte un potere trasformativo sarebbe irrealistico, forse troppo ambizioso. Ma un’opera può risultare senz’altro efficace se in grado di aprire delle brecce, di stimolare un dibattito: proprio come questo film riesce a fare, preferendo lo stridore delle collisioni ad ogni semplicistica risposta.

Kontinental ’25. Regia: Radu Jude; sceneggiatura: Radu Jude; fotografia: Marius Panduru; musiche: Matei Teodorescu; interpreti: Eszter Tompa, Gabriel Spahiu, Adonis Tanta, Oana Mardare, Serban Pavlu, Annamária Biluska; produzione: Rodrigo Teixeira, Alexandru Teodorescu, Adrien Chef, Fernanda Frotté, Ramona Grama, Andreas Roald, Paul Thiltges, Dan Wechsler, Jamal Zeinal Zade; distribuzione: I Wonder Pictures; durata: 109′; anno: 2026.

Tags     cinema rumeno, Radu Jude
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