Ne L’esorcismo di Emily Rose (2005), padre Richard Moore viene accusato dell’omicidio di una giovane ragazza, avendone affrontato la difficile situazione con gli strumenti della fede invece che con quelli medico-scientifici causandone così la morte. Per tutta la durata del film, l’aula di tribunale diventa non solo il luogo deputato alla ricerca della verità, ma anche il campo di battaglia dove si scontrano due visioni del mondo: fatti contro possibilità, ragione contro fede.

“Non vi sto chiedendo di credere in quello in cui crede padre Moore, io vi chiedo soltanto di credere in padre Moore” è ciò che dice l’avvocata Erin Bruner alla giuria nell’arringa finale che restituisce perfettamente la dimensione del problema. La questione non è semplicemente credere o non credere in Dio, credere o non credere che la giovane Emily Rose sia stata posseduta da un demone, quanto, invece, valutare, dopo che è stato ricostruito il profilo dell’impuntato, il modo di esistenza concreto di un uomo di fede. La colpevolezza di padre Moore va al di là di ogni ragionevole dubbio? Il paradosso del film sta tutto qui. Se solitamente è la ragione scientifica a mettere in dubbio le certezze della religione, la situazione che si crea nel tribunale vede, invece, la fede mettere in dubbio le diverse testimonianze di scienziati che inchioderebbero il prete alle sue responsabilità. Insomma, la ragione tecnico-scientifica è l’unico territorio abitabile dall’uomo moderno?

La stessa domanda, in fondo, guida il lavoro filosofico di Jean Wahl. La pubblicazione in Italia di Studi kierkegaardiani (1938), con la traduzione di Riccardo Pugliese, dopo quasi novant’anni dalla sua pubblicazione in Francia, rappresenta un “evento” editoriale per due diverse ragioni. In primo luogo, questo testo costituisce uno snodo storico fondamentale della ricezione di Kierkegaard al di là del mondo germanico. Fino ai primi decenni del ‘900, infatti, il pensiero del danese, nonostante l’uso che ne fanno grandi pensatori come Heidegger, Jaspers o Buber, resta rinchiuso negli ambienti accademici tedeschi. È proprio con il lavoro di Wahl, invece, che il pensiero di Kierkegaard si diffonde anche negli ambienti francofoni dando così inizio a quel movimento culturale che passerà alla storia come Kierkegaard Renaissance. In secondo luogo, contribuisce a rendere noto un filosofo, Jean Wahl appunto, che non ha goduto di particolare attenzione in Italia, nonostante la grande influenza che ha esercitato nel dibattito intellettuale francese del ‘900.

La filosofia francese dei primi anni ’30 era dominata dal razionalismo accademico e dall’idealismo che avevano costruito una gabbia concettuale tale da ridurre lo spazio di azione del soggetto ai minimi storici. La stessa pubblicazione di La coscienza infelice nella filosofia di Hegel (1929) può essere letta come un primo tentativo di Jean Wahl di rompere tale gabbia dall’interno. Non è un caso che la lettura che propone lo storico della filosofia francese sia ben lontana dalle interpretazioni panlogiste che vedevano nella Ragione il culmine dello sviluppo storico umano. Attraverso lo studio della categoria di coscienza infelice, nell’ottica degli scritti giovanili hegeliani, Jean Wahl ritrova la possibilità per il pensiero di tornare a pensare l’esistenza concreta e gli elementi “irrazionali” che la caratterizzano.

Su questa scia, quindi, Jean Wahl non poteva non trovare in Kierkegaard un solido alleato. Il contesto storico-filosofico permette di comprendere la particolarità della sua interpretazione. Ciò che infatti abbiamo di fronte non è il ritratto fedele e oggettivo del pensiero del danese. La specificità della lettura wahliana emerge soprattutto nella particolare attenzione dedicata a temi come la fede, l’angoscia, il ruolo del singolo o della scelta, oltre nel confronto istituito tra Kierkegaard e autori fondamentali del dibattito filosofico dell’epoca, in particolare Hegel e Heidegger. Anche la scarsa attenzione dedicata al problema degli pseudonimi, che invece verrà considerato cruciale dalla letteratura kierkegaardiana successiva, è un sintomo del ripiegamento del pensiero del danese sui problemi filosofici della prima metà del ‘900. Ciò che Jean Wahl ritrova in Kierkegaard, al di là dell’interpretazione teologica dominante, è la capacità di restituire all’esistenza concreta la dignità filosofica che aveva perduto con l’hegelismo; l’uno con l’altro riconoscono che «c’è una battaglia a morte fra il pensiero astratto e l’esistenza. Questa non può conservarsi contro il primo, e quello non può conservarsi contro la seconda. L’“esistere” non si lascia pensare; pensarlo significa sopprimerlo. E, poiché dall’altra parte, l’esistenza è costantemente individuale, l’astratto non esiste» (Wahl 1938, p. 117).

Un ulteriore elemento originale della interpretazione wahliana è rintracciabile nella lettura della soggettività. Un errore in cui non di rado si cade leggendo Kierkegaard è quello di considerarlo un pensatore della soggettività chiusa. Un esempio emblematico in questo senso è il primo, celebre libro di Adorno, Kierkegaard. La costruzione dell’estetico (1933), in cui il danese viene considerato il vero e proprio teorico dell’interno borghese, lasciando trasparire l’idea di una soggettività troppo impegnata a coltivare la propria interiorità e che si limita a guardare il mondo esterno attraverso le finestre del proprio salotto. Niente di più lontano dalla visione di Wahl. L’insegnamento che il filosofo francese trae dalla critica kierkegaardiana al sistema e all’idealismo hegeliano è che «il logico è immobilità; l’esistenza è movimento, e questo non si lascia riassorbire nell’eternità. La realtà è caso, e questo non può passare nel logico; essa è divenire, e la caratteristica del divenire consiste nell’essere aperto e non chiuso» (Wahl 1938, p. 115). L’identità può sussistere solo attraverso un procedimento di astrazione che finisce però per sopprimere la differenza e la realtà che si voleva spiegare; «l’esistenza è qualità, discontinuità, trascendenza. Come riuscirebbe la pura determinazione astratta a infrangersi in individui separati in centri finiti?» (Wahl 1938, p. 116). Se l’identico appartiene alla logica e il divenire è la dimensione dell’esistenza, allora l’individuo non solo è aperto al mondo ma è non qualcosa che è, ma, piuttosto, qualcosa che deve imparare a diventare, un vero e proprio compito che la soggettività deve essere in grado di assumersi e di portare avanti nonostante le difficoltà.

Le riflessioni di Kierkegaard e Jean Wahl, dunque, ci restituiscono una filosofia che non si limita a fare affidamento sul pensiero per certificare l’esistenza delle cose, di un io che pensa o di Dio, ma che, invece, mette alla prova tanto il pensiero quanto l’esistenza attraverso le nozioni di scelta e di istante. Con i due filosofi è possibile recuperare la capacità per il soggetto di agire in modo libero; attraverso la nozione di scelta è possibile per il Singolo tornare a pensare e praticare la rottura e la discontinuità. Nel riconoscimento di una continuità malata, con Kierkegaard e Jean Wahl, è possibile, per l’individuo, reimparare a vivere l’istante non come un atomo di tempo, ma come se esso dovesse valere per l’eternità. Nel chiedersi a quale continuità dare consistenza, il soggetto può ritrovare la forza di assumersi i rischi di una scelta coraggiosa, qui ed ora certo, ma in modo tale che essa possa risuonare per l’eternità: è in questo modo che si abbandona «il mondo dell’omogeneità» per entrare «in quello delle eterogeneità radicali, delle differenze qualitative, delle novità assolute. E l’assoluto non sarà più quello che unisce, ma – secondo l’etimologia – quello ch’è separato e separa. Non un amalgama, ma una spada» (Wahl 1938, pp. 158-159).

Riferimenti bibliografici
T. W. Adorno, Kierkegaard. La costruzione dell’estetico, tr. it. di Alba Burger Cori, Longanesi, Milano 1962.
J. Wahl, La conscienza infelice nella filosofia di Hegel, tr. it. di Franco Occhetto, Castelvecchi, Roma 2023.

Jean Wahl, Studi kierkegaardiani, tr. it. di Riccardo Pugliese, Orthotes, Napoli-Salerno 2026.

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