Il cinema di Cédric Kahn ritorna alle origini. 15/18. A Place to Heal, presentato in Concorso alla ottantatreesima edizione del Festival del cinema di Venezia, è abbastanza distante dalla tensione teatrale e meta-cinematografica che ha attraversato i precedenti due lavori del regista, Making of (2023) e Il caso Goldman (2023). L’ultimo film di Kahn ritrova invece quello stile “documentaristico” che ha contraddistinto i suoi primi lavori, da Railway bar (1991) a Roberto succo (2001) fino a Vie sauvage (2014) e La Prière (2018).
Il progetto di sceneggiatura nasce infatti da un’immersione diretta del regista e della sceneggiatrice, Kahina Le Querrec, in dei reparti di neuropsichiatria, in particolare dalla frequentazione discreta e prolungata di sedute di terapia e laboratori creativi. Il film colpisce per una forte aderenza alla realtà, che si nutre di una modalità di osservazione e partecipazione situata a monte del vero e proprio tournage del film: 15/18. A Place to Heal è un’opera che prende corpo ancora prima di realizzarsi effettivamente nelle performance degli attori, nelle battute della sceneggiatura e nei movimenti di macchina.
Tale metodo di lavoro ha permesso a Kahn di conservare una purezza formale minimalista che scongiura il rischio del melodramma voyeuristico – rischio tutt’altro che remoto considerato il tema – preservando invece una particolare sensibilità per la molteplicità delle forme dell’esistenza umana. Gli ospiti che popolano il reparto sono tutti diversi, affetti da disturbi e assillati da preoccupazioni sempre singolari: come Lucie, che conduce una vita disordinata che la spinge fino alla prostituzione; come Éloïse, che combatte con la bulimia; come Enzo, che porta con sé il peso di aver accoltellato una persona.
La vitalità del film scaturisce poi dalle interpretazioni di un cast di giovani attori e attrici non professionisti che Kahn dirige dall’interno, interpretando il primario del reparto, il dottor Étienne. L’operazione richiama direttamente quella di FrançoisTruffaut ne Il ragazzo selvaggio (1971), dove assumeva contemporaneamente i ruoli di maestro, medico e regista.
Producendo una stratificazione dei suoi ruoli, Kahn orchestra e libera l’energia e l’inquietudine di corpi ancora – e felicemente – non del tutto assoggettati alle norme e alle strategie del sistema attoriale professionale: allo stesso momento, però, il regista è capace di infondere nel “materiale grezzo” un rigoroso controllo formale, trasformando le sbavature e la freschezza degli esordi nella vera forza di 15/18. A Place to Heal.
Il confronto più evidente è con un altro film di Kahn, La Prière (2018), dove un giovane protagonista tossicodipendente è inserito in un’isolata comunità religiosa montana. In entrambi i film i giovani sono affidati a un’istituzione che dovrebbe salvarli – laica o religiosa –, ma se La Prière si concentra sulla dimensione ascetica e individuale del percorso di redenzione, 15/18 è un’opera più corale e sociale, in cui lo spazio collettivo del centro di recupero funge da punto d’innesco di linee di fuga: alcune reiterate e sempre uguali, incapaci di aprire verso comportamenti nuovi, altre improvvise e sconvolgenti, capaci di alterare il corso della vita dei ragazzi.
È il caso dell’arrivo del nuovo paziente Enzo che sconvolge l’equilibrio del reparto innamorandosi della timida Eloïse; è il caso del mitico e ribelle Hannibal che, isolato in una stanza di contenzione, non parla, ma emette dei misteriosi ululati che affascinano e inquietano tutti gli altri. Sono proprio questi due a “spingere” gli altri verso la rivolta collettiva nella parte finale del film: Enzo, più concretamente, pianificando la sua fuga con Eloïse e appiccando il fuoco; Hannibal con la sua non-presenza, col suo costituire un esempio di bizzarra, ma ispirante, sovversione.
La corsa e fuga liberatoria, per la prima volta verso il fuori del reparto, rende particolarmente evidente il lavoro di Kahn sulle inquadrature, costante per l’intera durata del film. Nello spirito di un’opera profondamente corale, il regista non relega nessuno degli interpreti ai margini del campo: ogni figura viene inclusa attraverso un uso elegante della profondità di campo, che tiene insieme la molteplice gestualità dei corpi in tutte le sue traiettorie.
Nel finale del film il fuoco appiccato da Enzo che spinge tutti in strada si configura come un elemento purificatore e rigeneratore, più che distruttivo. Come lo stesso Kahn afferma, appoggiandosi alle teorie e alle pratiche della psichiatria istituzionale di Jean Oury a La Borde, la decisione di fuggire, e di farlo verso la natura, risponde all’esigenza di uno “scatto” vitale verso una nuova strutturazione psichica. Finalmente liberi, corrono tutti insieme verso la tomba della madre di Zoran, completando lì un rituale di passaggio iniziato con l’incendio tra le mura del reparto: in cerchio, generano delle percussioni che ricordano il suono di tamburi cerimoniali, suggellando così l’emergere di una prima possibilità di elaborazione, presa di coscienza o “guarigione”. Il reparto si rivela dunque davvero a place to heal (un luogo di guarigione) a patto però che l’energia, la sfrontatezza, l’instabilità e la verità dei suoi ospiti sia sempre rispettata e non sedata. Come recita Mélisse nella lettera di commiato all’ospedale: “15/18 non è un bidone, 15/18 è un ciclone”.
15/18. A Place To Heal. Regia: Cédric Kahn; interpreti: Zoé Monpart, Malou Khebizi, Kenji Peyran, Patience Munchenbach, Sophie Guillemin, Cédric Kahn, Antoine de Foucauld, Jennifer Decker; produzione: Ad Vitam Films, Tropdebonheur Productions; distribuzione internazionale: Charades; distribuzione italiana: I Wonder Pictures; origine: Francia; durata: 105′; anno: 2026.