A metà degli anni ottanta, in una casa in Italia, una TV manda in onda Novecento (1976) di Bernardo Bertolucci. Tra i membri della famiglia radunati attorno a quel televisore c’è anche un giovane Luca Guadagnino. È così che avviene il primo, folgorante incontro tra il maestro Bertolucci e l’allora adolescente Guadagnino: è un Big bang, uno shock culturale, l’ingresso in un immaginario, l’inizio di una passione-ossessione che segnerà per sempre, prima di tutto, la sua storia di spettatore, poi di cinefilo e, infine, di regista.

«La cinefilia nasce sempre da un film che ti parla. Il che non significa che racconti la tua vita […] significa che hai scoperto un autore, per quanto stravagante e visionario, in grado di farti sentire a casa, di provare qualcosa di familiare anche quando sei davanti al perturbante, all’Unheimlich», scrive Roy Menarini parlando del proprio primo folgorante incontro – in quel caso con il cinema di David Lynch – ne La grande illusione. Storie di uno spettatore, libro in cui lo studioso ripercorre alcune delle sue memorie spettatoriali per riflettere su che cosa significhi essere spettatori.

In modo simile, Joie de vivre. Appunti, pensieri, parole, riflessioni, volti, visioni su Bernardo Bertolucci e la cinefilia del XX secolo che non esiste più (2026), presentato in anteprima nella sezione Venice Open alla 83ª Mostra del Cinema di Venezia, è innanzitutto un film sul cinema, sull’occhio del Novecento, e quindi su che cosa significhi essere spettatori, anche oggi, nella contemporaneità, quando il cinema ha smesso di essere la lente privilegiata attraverso cui interpretiamo il mondo.

Dopo Bertolucci on Bertolucci (2013), co-diretto con Walter Fasano, Guadagnino torna a riflettere sul maestro, ancora una volta attraverso gli strumenti del cinema del reale, e lo fa a partire dal suo ingresso in un’altra casa: quella di via della Lungara 3, a Roma, dove Bernardo ha vissuto gli ultimi quarantacinque anni della sua vita. La macchina da presa varca porte, percorre corridoi, sonda scaffali. Tra fotografie, libri, oggetti e altri memorabilia, Guadagnino – d’ora in poi in campo – prende tra le mani il celebre mirino ottico di Bernardo, lo porta all’occhio e vi guarda attraverso. Un gesto tanto affettivo, sentimentale, quasi feticista quanto simbolico – guardare lì dentro significa condividere il punto di vista attraverso cui Bertolucci ha visualizzato i suoi film. Un gesto-dichiarazione che in-formerà tutto il film: tutto quello che vedremo sarà Guadagnino on Bertolucci.

Non perché Joie de vivre sia un’operazione autoreferenziale: nel corso del film Guadagnino non cita praticamente mai le proprie opere, né le mette a confronto con quelle di Bertolucci. Piuttosto, Joie de vivre è la manifestazione amorosa di uno spettatore, di un cinefilo, di un appassionato, di un fan, di un innamorato. Una dimostrazione d’amore che, in quanto tale, è prodiga, sovrabbondante, straripante, viscerale, smodata, fuori misura, folle.

Lo dimostrano, in questo senso, anche le condizioni produttive: il film è stato girato da Guadagnino nell’arco di quattro anni, nel tempo libero, tra un lavoro e l’altro, tra un film e l’altro; nel frattempo hanno infatti visto la luce Challengers (2024), Queer (2024) e After the Hunt (2025). Tali condizioni hanno costretto Guadagnino a spogliarsi della ricercatezza formale a cui ci hanno abituato i suoi lungometraggi: inizialmente pensato per essere girato in pellicola, Joie de vivre è stato poi realizzato con un iPhone e con una troupe ridottissima, che irrompe spesso nell’inquadratura, quasi a esaltare il cinema nel suo stesso farsi.

Ma la follia amorosa emerge innanzitutto dalla durata del documentario, già anticipata dall’articolato sottotitolo: 435 minuti, ovvero più di sette ore, proiettate alla Mostra del Cinema in due parti. Una lunghezza epica, monumentale, da kolossal, quasi a ribadire l’importanza di questo gesto. Il tempo del sonno e del sogno, a cui abbandonarsi e, al contempo, da cui sentirsi sfidati. Una durata che non solo contempla, ma incoraggia le contraddizioni e i cambi di registro. Ne viene fuori un oggetto strano, un documentario sui generis, che è tante cose insieme.

A metà strada tra biografia e autobiografia, Joie de vivre è cinema in prima persona, con un Guadagnino-Virgilio che, ora ironico, ora serioso, a partire da quella casa e da quell’eredità materiale ci guida attraverso il patrimonio artistico di Bertolucci, il suo immaginario, la sua filmografia, la sua idea di cinema. Tuttavia, Joie de vivre non è un monologo, bensì un’opera corale e profondamente dialogica. Ad accompagnare Guadagnino in questo viaggio è una costellazione di bertolucciani d’eccezione che dà voce a ogni anima del fare cinema: registi del calibro di Martin Scorsese, David Cronenberg e Alfonso Cuarón, attrici come Debra Winger e Margot Robbie, e lo studioso Mark Cousins, affiancati da preziosi interventi di critici, produttori e sceneggiatori. Attraverso interviste generose e sincere – quasi delle chiacchierate –, queste personalità offrono il proprio sguardo sul cinema del maestro, conferendo al racconto una perfetta orizzontalità.

Joie de vivre è dunque sia un documentario-intervista sia un film d’archivio, in cui il girato convive con materiali preesistenti. Tra questi, largo spazio è lasciato ai frammenti filmici, tratti dalle opere di Bertolucci e da altri film a esse accostati, proposti integralmente affinché possano essere guardati, ammirati, respirati nel giusto tempo, chiamati in causa di volta in volta dagli intervistati e spesso da loro commentati. Joie de vivre è, in questo senso, cinema didattico e pedagogico, atto critico e divulgativo, talvolta anche attraverso un piglio giocoso, come quando Guadagnino, rivolgendosi direttamente agli spettatori, e in particolare alla Gen Z, tenta di spiegare loro che cosa sia stata la Nouvelle Vague.

Nel finale, climax emotivo e teorico del film, per tirare le somme del discorso – oppure per lasciarlo definitivamente aperto, come se fosse impossibile mettervi un punto – Guadagnino inserisce un supercut, un rimontaggio che, attraverso rime ed echi di sguardi, volti, luoghi, gesti, movimenti e temi ricorrenti, fa coesistere tutti i film di Bertolucci in un unico corpo. Una scelta formale che richiama quella presente nel finale di Babylon (2023) di Damien Chazelle. I due film, entrambi monumentali, eccessivi, smisurati, pur con le dovute differenze, sono elegie di un cinema che non c’è più. Ma se il montaggio finale di Babylon attraversa l’intera storia del cinema, da quello popolare a quello più sperimentale, in quello di Joie de vivre non c’è che Bertolucci. Quasi a dire che, per Guadagnino, tutto il cinema è Bertolucci; che tutto il cinema coincide con lui, è contenuto in lui e trova in Bertolucci la propria sintesi perfetta.

Un’elegia, un atto di fede, uno stupore rimasto intatto, probabilmente lo stesso provato da quel Guadagnino spettatore adolescente al suo primo incontro con Bertolucci. Una cinefilia che, riprendendo il titolo del film – e smentendo, attraverso l’opera stessa, l’idea contenuta nel suo sottotitolo –, non solo esiste, ma persiste. Ed è anche, gioiosamente, babilonese.

Joie de vivre. Appunti, pensieri, parole, riflessioni, volti, visioni su Bernardo Bertolucci e la cinefilia del 20° secolo che non esiste più. Regia: Luca Guadagnino; sceneggiatura: Luca Guadagnino, Carlo Antonelli; fotografia: Simone D’Arcangelo, Sayombhu Mukdeeprom; montaggio: Marco Costa; interpreti: Martin Scorsese, Jeremy Thomas, James Gray, David Cronenberg, Alfonso Cuaron, Catherine Breillat, Debra Winger, Francesca Manieri, Carlo Antonelli; produzione: MeMo; montaggio: Marco Costa; origine: Italia; durata: 435′; anno: 2026.

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