Con la letteratura Mario Martone ha sempre avuto un rapporto complesso, fin dagli inizi della sua ricerca, in quel teatro d’avanguardia in cui apparentemente giocava un ruolo minore. Nel suo cinema è una presenza costante, che assume però forme diversificate. Troviamo l’adattamento classico, che parte da una singola opera e applica le consuete strategie di selezione e focalizzazione tematica: è il caso del secondo, felicissimo film, L’amore molesto, tratto dal romanzo di Elena Ferrante, con cui ha imbastito un dialogo epistolare sul rapporto fra letteratura e cinema; e del film di cui stiamo trattando (nonché dell’Odore del sangue da Parise, Nostalgia da Ermanno Rea, Il sindaco del rione Sanità da Eduardo De Filippo). Esiste poi una variante meno canonica: il romanzo offre una traccia che poi si sviluppa liberamente per altri sentieri; così in Noi credevamo il romanzo omonimo di Anna Banti ha fornito il materiale da costruzione per un affresco sul Risorgimento tradito; in Fuori le due opere autobiografiche di Goliarda Sapienza, L’Università di Rebibbia e La certezza del dubbio, creano un’intelaiatura per un film focalizzato su un singolo episodio. Anche quando Martone affronta il classico biopic, Il giovane favoloso, evita comunque la narrazione organica di tutta la vita, e si focalizza su tre momenti e luoghi-chiave del vissuto di Leopardi. Infine, abbiamo il primo film, Morte di un matematico napoletano, che nasce dall’incontro con una scrittrice come Fabrizia Ramondino, che veicola un intero ambiente letterario e culturale, quello appunto di Renato Caccioppoli, ma anche dello stesso Carlo Cecchi (Elsa Morante innanzitutto).
Scritta assieme a Ippolita di Maio, la sceneggiatura di Scherzetto segue la struttura narrativa scabra ed essenziale del romanzo di Starnone (una sorta di Kammerspiel), ma non senza una chiara focalizzazione tematica: viene ridotto il lato psicologico, da dramma borghese, che riguarda la crisi della coppia dei genitori del bambino protagonista (ottimamente interpretati peraltro da Serena Rossi e Leonardo Lidi), mentre vengono amplificati alcuni nuclei, come il gotico (l’apparizione dei fantasmi del passato), il rapporto infanzia/vecchiaia, la potenzialità, la creatività. Sono elementi che provengono in parte da un altro, affascinante testo letterario introdotto già nel romanzo, grazie all’idea geniale di Starnone di fare del proprio protagonista un illustratore di libri: un mestiere intermediale per eccellenza, capace di catalizzare un complesso gioco intertestuale attorno al rapporto fra parola e immagine. Il nonno del bambino, l’altro grande protagonista di questa partita a due, Daniele Maillardi, deve infatti consegnare le illustrazioni per il racconto di Henry James L’angolo allegro (The Jolly Corner, 1909): una versione assai originale dell’antichissimo tema del doppio. Il protagonista, Spencer Brydon, è, come James, un americano che ha vissuto a lungo in Europa, e che torna a New York per occuparsi della casa in cui era cresciuto, ormai vuota e labirintica, e la percorre ogni notte in cerca del suo doppio, l’altro se stesso che è rimasto in America: lo incontrerà alla fine, e resterà sconvolto dalla sua mostruosità. Italo Calvino affermava che era il racconto che avrebbe voluto scrivere, ed è in effetti uno dei più belli fra i racconti jamesiani, sia per il tema della casa, sia per l’opposizione fra un passato che torna ossessivamente e un presente devastato dalla modernizzazione selvaggia, sia soprattutto per il tema della potenzialità: come saremmo potuti diventare se avessimo preso strade diverse. Dieci anni dopo il racconto di James, Freud scrive, nel saggio Sul perturbante (1919), che il tema del sosia incorpora le possibilità non realizzate a cui ci aggrappiamo, tutte le aspirazioni dell’Io che non si sono potute realizzare, o le decisioni represse che ci hanno dato l’illusione del libero arbitrio.
Starnone e Martone lavorano su questo nucleo jamesiano della potenzialità a più livelli: sia per quanto riguarda la vita del nonno, che rivede e rimonta il proprio passato; sia per quanto riguarda la condizione dell’infanzia, che affascina Daniele proprio per le innumerevoli strade che potrebbe percorrere. In un brano del romanzo il tema della potenzialità viene sintetizzato in modo particolarmente efficace: «Mario era solo il piccolo ritaglio di una sostanza viva le cui potenzialità − come accade a chiunque – se ne stavano compresse in attesa di sviluppo. Nel giro di un paio di decenni, per comodità, avrebbe messo in sordina gran parte di sé – un’area vasta da dismettere pian piano – e sarebbe corso dietro a un qualche abbaglio da chiamare in seguito il mio destino» (Starnone 2016, p. 103). In comune con James c’è anche il motivo della città e delle sue continue metamorfosi: Martone ha lavorato anche sulla pittura del padre di Starnone per ritrovare certi spazi, certe immagini di Napoli.
Al tema della potenzialità si affianca strettamente quello della creatività: Daniele Mallarico sta vivendo infatti una crisi creativa radicale, che raggiunge il vertice quando il nipote Mario produce accanto a lui un disegno di notevole bellezza, molto diverso da tutti quelli che aveva fatto prima, proprio perché ha deciso di imitare il nonno, riuscendo quasi a superarlo. Sarà proprio questo episodio a far cambiare del tutto l’atteggiamento di Daniele nei confronti del bambino, che all’inizio aveva accolto con freddezza: ora lo sente una parte di sé, sente il legame di sangue e ne è orgoglioso. Torna così anche un altro importante nucleo del racconto di James: il doppio. Nella sua ricchissima potenzialità, il piccolo Mario potrebbe realizzare cose che il nonno ha solo desiderato, progettato, magari iniziato ma non realizzato; fra i due si mette in moto un processo di rispecchiamento reciproco che la maestria attoriale di Toni Servillo sa rendere in ogni sfaccettatura, anche in quel non detto che è fra l’altro la cifra stilistica di Henry James, mentre si resta altrettanto colpiti dall’esuberanza di Lorenzo Perrotta che impersona il piccolo Mario. Dal nipote il nonno attinge una dimensione ludica che trionfa al momento del lavoro in parallelo, in cui accetta di distruggere tutti i disegni del lavoro in parallelo, tranne ovviamente quello bellissimo di Mario che conserverà gelosamente.
Il finale è dedicato all’episodio del terrazzino, narrato da Martone con un ritmo incalzante e angosciante, potenziato dalle belle musiche di Valerio Vigliar; vi domina una dialettica dentro/fuori che è presente anche nel racconto di James, autore ossessionato dalle case ricche di memoria. Dopo lo scioglimento felice, i due protagonisti fanno la doccia insieme vestiti (viene da ricordare la passione di Martone per l’elemento acquatico, presente in tanti spettacoli e film): è un altro momento di dimensione ludica, che li unisce definitivamente: una catarsi in cui le identità si sfaldano, mentre infanzia e vecchiaia si rispecchiano l’una nell’altra.
Riferimenti bibliografici
S. Freud, Il perturbante, in Opere, vol.9. Bollati Boringhieri, Torino 1989.
H. James, L’angolo prediletto, in Racconti di fantasmi, a cura di L. Edel, con un saggio di V. Woolf, Einaudi, Torino 2015.
D. Starnone, Scherzetto, Einaudi, Torino 2016.