Un uomo si fa largo in un affollato vagone della metropolitana londinese, intorno a lui i passeggeri sembrano rapiti, ciascuno assorto nella propria lettura. Nessuno scrolla lo schermo di un telefono, tutti tengono in mano un giornale. Quell’uomo è Rupert Murdoch e, di lì a poco, insieme a Larry Lamb, cambierà per sempre la storia dell’informazione. Ink, il film di Danny Boyle che ha inaugurato l’83ª Mostra del Cinema di Venezia, racconta il presente ricostruendo una storia del passato. La storia è quella l’ascesa del “The Sun”, che da giornale marginale diventerà il tabloid più letto di Inghilterra, ed è l’adattamento di un dramma teatrale di James Graham che ha raccolto molto successo, prima in Inghilterra e poi negli Stati Uniti, dove ha vinto anche un Tony Award.
Il film racconta una rivoluzione le cui conseguenze arrivano fino a oggi, come ribadisce, forse fin troppo didascalicamente, la girandola di immagini mediatiche che scorre nel finale, da Thatcher a Trump, passando per Zuckerberg. Una rivoluzione che conduce alla disintermediazione contemporanea, al dominio del “contenuto” prima ancora della notizia, e dunque alla crisi del giornalismo. Una rivoluzione che il film, però, non restituisce come il frutto di una convinzione tenace, per quanto non necessariamente condivisibile – si pensi allo Steve Jobs di Boyle e Sorkin, personaggio controverso ma sorretto dall’ossessione per la creatività – bensì come il prodotto di ambivalenze continue: il confine tra ciò che si ama e ciò che va fatto, tra l’appartenenza e la marginalità, tra la storia e la notizia, tra lo specchio e la finestra.
Il film si concentra sul 1969, l’anno in cui Larry Lamb, su spinta di Murdoch, mette insieme la nuova redazione del The Sun ed elabora la nuova strategia editoriale. Nella tradizione del giornalismo inglese, presidiata da testate autorevoli come The Mirror, non sembra esserci spazio per una nuova testata che aspiri a competere davvero con l’élite di Fleet Street. È qui che si gioca la prima ambivalenza, forse quella meno felicemente esplorata dal film, che non elabora un reale approfondimento dei protagonisti. Eppure tanto Lamb quanto Murdoch si muovono in un contesto che li tiene ai margini, che non li considera all’altezza, sono outsider che, forse quasi tragicamente, tali resteranno. Ma se Murdoch trova nel denaro e nel profitto la ragione delle proprie scelte, Lamb insegue il riconoscimento, cerca una rivalsa e lo fa alzando sempre più l’asticella di ciò che si può fare, trasformando l’informazione in intrattenimento, ciò che oggi chiamiamo infotainment.
La scena decisiva è quella in cui Lamb, insieme alla sua redazione, progetta la nuova linea editoriale. “Cosa vi piace davvero? Cos’è che amate, non come giornalisti, ma come persone?” chiede ai suoi collaboratori. La prima risposta rivoluzionaria arriva dall’unica donna della redazione, interpretata da Claire Foy: la televisione. Qui è come se Boyle e Graham (che firma la sceneggiatura) mettessero esplicitamente in scena uno sguardo bifronte. Da un lato, rivolto al passato: fino a quel momento televisione e carta stampata erano considerate concorrenti, e l’una non poteva parlare dell’altra per non sottrarsi pubblico o favorire il passaggio dall’uno all’altro medium. Ma la televisione va ben oltre la fruizione del momento, è un mondo che può rivivere attraverso il gossip sulle pagine del tabloid. È questa l’intuizione decisiva: la televisione, insieme a tutte quelle piccole abitudini e passioni quotidiane (dal gossip al sesso, dal meteo alla cronaca nera), diventa il contenuto da offrire ai lettori per intrattenerli e quindi raggiungere una base sempre più ampia. Ma lo sguardo del film resta rivolto anche al contemporaneo: man mano che emergono i nuovi argomenti da esplorare, i redattori si ritrovano su un divano davanti a una televisione, ovvero uno schermo che emette una luce bianca – quasi a dire che quei contenuti, un tempo propri della carta stampata, sono poi migrati verso nuove esperienze mediali (la rete), che a loro volta rimediano altre forme di spettatorialità, come quella televisiva.
La nuova era dell’informazione, allora, si muove nello spazio aperto da un’altra ambivalenza, quella tra informazione e storia. Il film si apre con un dialogo serrato tra Murdoch e Lamb, in cui il giornalista, inizialmente restio ad accettare l’offerta del magnate australiano, spiega la differenza. Nel giornalismo la W forse più importante – secondo la regola giornalistica delle cinque W, Who, What, When, Where, Why – è proprio l’ultima, quella che anima la ricerca della verità. Ma è proprio il perché, dice Lamb, a uccidere la storia: una volta spiegata, la vicenda si chiude, mentre la storia, senza quella risposta, può proseguire all’infinito. È ciò che accade nel momento di svolta della storia, quando Muriel Freda McKay, moglie di uno stretto collaboratore di Murdoch, viene rapita, e il rapimento diventa oggetto della copertura del tabloid. Non una notizia da dare una volta accertati i dettagli, le circostanze e i motivi, ma una storia da tenere aperta il più a lungo possibile, capitolo dopo capitolo, edizione dopo edizione, in una sorta di circolo morboso tra il desiderio del pubblico di continuare a seguire la vicenda e l’interesse ad alimentare quello stesso desiderio. È proprio grazie a questo meccanismo che il The Sun raggiungerà il The Mirror nel numero di copie vendute, per poi superarlo definitivamente quando Lamb deciderà di introdurre la famosa Page 3, dedicata alla foto di modelle in topless.
Il giornalismo, quindi, è uno specchio, in cui riflettere i nostri desideri inespressi, o è una finestra che deve aprire mondi e permettere di scoprire ciò che ancora non si conosce? È significativo che il film declini questa questione, insieme etica ed estetica, nuovamente affidandola alla protagonista femminile (l’unico personaggio interamente di finzione) nei termini dei dispositivi della visione, che diventano così metafora di quel lavoro di mediazione che il giornalismo può compiere, con le enormi conseguenze politiche e sociali che da questo diverso modo di intendere l’informazione derivano. Il film sembra cogliere e individuare, in quella stagione, esattamente il momento di trasformazione da finestra a specchio: il momento in cui dalla materialità della notizia – sono molto belle e quasi ipnotiche le sequenze in cui Boyle mostra come veniva materialmente prodotto il tabloid, l’inchiostro che si imprime sulla carta, il rumore e le vibrazioni delle rotative, fino alla resistenza fisica dei lavoratori che hanno il potere di bloccare la produzione – si passa all’immaterialità della story, alla sua capacità di replicazione e diffusione virale, alla sua vocazione a essere non più raccontata, ma consumata. Ed è forse proprio in questo scarto, tra ciò che resiste e ciò che si diffonde senza attrito, che Ink individua, archeologicamente, le tracce del nostro presente.
Ink. Regia: Danny Boyle; sceneggiatura: James Graham (dal proprio dramma teatrale omonimo); fotografia: Alwin H. Küchler; montaggio: Fin Oates; musiche: Daniel Pemberton; interpreti: Jack O’Connell, Guy Pearce, Claire Foy; produzione: House Productions, Media Res, Decibel Films, StudioCanal; distribuzione: Lucky Red (Italia); origine: Regno Unito, Stati Uniti; anno: 2026.