Il fantasma di un fantasma

di  GIANLUCA MIGLINO 

Aspetti del nuovo radicalismo di destra di Theodor W. Adorno.

Conferenza di Theodor W. AdornoSono molteplici e contrastanti le considerazioni che un lettore di oggi può trarre dalla lettura del breve intervento di Theodor W. Adorno sugli Aspetti del nuovo radicalismo di destra (postfazione di Volker Weiß). Si tratta di un testo in un certo senso inesistente, dal momento che risale all’audio di una conferenza tenuta dal filosofo tedesco il 6 aprile 1967 presso l’Università di Vienna su invito della Lega degli Studenti Socialisti Austriaci. Dalla trascrizione di tale intervento orale l’editore Suhrkamp, in occasione del cinquantenario della scomparsa del filosofo di Francoforte, ha tratto il testo in questione, poi confluito nel primo libro dei Vorträge, la cui uscita apre il progetto, promosso dal Theodor W. Adorno-Archiv, di pubblicazione degli scritti postumi del filosofo.

Nelle conferenze raccolte in questo volume si profila con chiarezza il tentativo di Adorno di incarnare il tipo dell’intellettuale impegnato nell’analisi critica del suo tempo con una serie di interventi pubblici che infatti ebbero un’influenza significativa sul clima culturale e politico di quegli anni, anche perché in essi il filosofo affrontava questioni pratiche, come la riforma della formazione degli insegnanti, o la richiesta, allora provocatoria, di un’educazione scolastica che tenesse conto di un fatto storico incommensurabile come Auschwitz.

Un’intenzione del tutto analoga anima la conferenza sul nuovo radicalismo di destra, in cui Adorno tiene in magistrale equilibrio le esigenze di attualità legate al momento, al luogo e all’uditorio (un’associazione di studenti socialisti austriaci nei mesi che precedono le contestazioni studentesche) e i riferimenti a ricerche sociologiche portate avanti dalla Scuola di Francoforte dalla fine degli anni quaranta. Se nel periodo americano si era già concentrata sulle tendenze latentemente fasciste presenti nelle società capitaliste moderne, dal ritorno in Germania l’attività dell’Istituto per le ricerche sociali era poi proseguita soffermandosi sulla questione della solidità della democrazia postbellica tedesca e della reale entità della rottura con il passato nazista. In Che cosa significa elaborazione del passato, del 1959, citata all’inizio della conferenza sul radicalismo di destra, Adorno aveva descritto il presente come uno stato sommamente precario, in cui il passato poteva sempre riemergere proprio perché i meccanismi che lo avevano originato non erano stati realmente rimossi.

Dichiarando di considerare «la sopravvivenza del nazionalsocialismo nella democrazia come potenzialmente più minacciosa che la sopravvivenza di tendenze fasciste contro la democrazia», sottolineava inoltre come il fascismo latente gli sembrasse più pericoloso di quello apertamente professato da esigue frange di estremisti. Così, se la democrazia era stata accettata dai tedeschi solo perché coincideva col benessere economico, restava però viva l’inclinazione a identificarsi, in momenti di crisi, con un collettivo che prometteva agli individui protezione di fronte all’imprevedibilità dei meccanismi economico-sociali.

Il 1967 è però un importante anno di transizione nella storia della Germania Federale. Dalla metà del 1966 una recessione aveva frenato quella crescita economica che aveva permesso l’uscita dalla catastrofe della guerra, profilando scenari inquietanti proprio per quell’equazione tra democrazia e benessere sottolineata da Adorno. Anche l’assetto politico era ormai in crisi, con la soluzione transitoria di una Große Koalition tra cristianodemocratici e socialdemocratici a cercare di colmare il vuoto apertosi con la fine dell’era Adenauer e la preoccupazione destata, a partire dal 1966, dai successi in diverse elezioni regionali del Partito nazionaldemocratico tedesco (NPD), che nel 1967 era riuscito ad entrare in quattro parlamenti regionali, e la cui ascesa si sarebbe arrestata solo con le elezioni politiche del 1969.

È in questo contesto che si muove l’argomentazione di Adorno, che d’altronde prosegue idealmente la linea di ricerca tratteggiata in precedenza, anche se ora l’accento cade proprio sulle tendenze neofasciste «manifeste», la cui riemersione ha per Adorno motivazioni prettamente economiche, di ascendenza strettamente marxiana: è il capitalismo che, con i suoi squilibri, produce le condizioni psicologiche e sociali che rendono le persone ricettive al messaggio fascista. I presupposti sociali del fascismo continuano cioè a sussistere, e, con essi, «il declassamento di strati sociali che dal punto di vista della loro coscienza di classe soggettiva risultano del tutto borghesi».

Alla paura del declassamento e della disoccupazione causata dallo sviluppo della tecnologia, si aggiunge poi l’odio atavico verso il socialismo, per cui si attribuisce «la colpa del proprio declassamento potenziale non agli apparati che lo producono, ma a coloro che si sono contrapposti in chiave critica al sistema». Un odio acuito non solo dalla paura della minaccia sovietica, ma anche (e qui Adorno mostra particolare acutezza analitica) dalla politica keynesiana dei socialdemocratici, che ha come conseguenza un aumento dell’inflazione e, quindi, la percezione di una «minaccia di impoverimento».

Se un tale quadro economico-sociale produce quel coacervo di insoddisfazione, risentimento e recriminazione di cui si alimenta il fascismo, esso però non spiega del tutto perché, ad appena vent’anni dalla catastrofe della guerra, la soluzione venga cercata di nuovo nel nazionalismo, che, nell’epoca della contrapposizione dei grandi blocchi, rappresenta però per Adorno, nella sua natura radicalmente anacronistica, un paradosso solo apparente, perché convinzioni e ideologie non solo possono sopravvivere alla loro fine, ma spesso assumono «un aspetto demoniaco o autenticamente distruttivo proprio quando non risultano più sostanziali in base alla situazione oggettiva».

D’altro canto, nel richiamo al principio nazionale si esprime anche il reale senso di smarrimento dovuto alla percezione di impotenza rispetto a processi che sembrano svolgersi oltre la presa degli individui. Anche se non può ancora usare il termine «globalizzazione», Adorno intuisce chiaramente che il nazionalismo dà voce a chi si sente emarginato dai processi di integrazione globali: «In questo senso, i movimenti fascisti potrebbero essere indicati come le piaghe, le cicatrici di una democrazia che non è ancora pienamente all’altezza del proprio concetto».

Conferenza di Theodor W. Adorno

Come segnala anche l’esplicita indeterminatezza del titolo, in cui si parla di aspetti del nuovo radicalismo di destra, nella sua disamina Adorno non cerca di delineare una teoria del nuovo fascismo. La conferenza si limita a offrire spunti di riflessione, anche se ancorati, come accennato, a importanti momenti teorici sviluppati in opere anteriori, e oscilla così fra un’analisi dell’estremismo di destra come esempio di falsa coscienza, e una sua interpretazione come fenomeno sociopsicologico che fa emergere strutture latenti della costellazione storica attuale. In tale prospettiva rientra l’elemento forse più interessante di un’analisi che è comunque lucidamente anticipatrice, e cioè il ruolo cruciale della propaganda, cuore del nuovo radicalismo di destra.

Per Adorno essa non va intesa nel senso di mezzo di diffusione di un’ideologia, ma come «tecnica di psicologia di massa», «nuova sostanza della politica», espressione del rapporto tra un «sistema folle» e una nuova «perfezione tecnologica». È la propaganda che, infatti, maschera il sostanziale vuoto di un’ideologia funzionale alla pura conquista del potere:

Ciò che caratterizza questi movimenti è […] una straordinaria perfezione dei mezzi […], combinati con […] un’astrusità degli scopi che vengono perseguiti. […] Credo che proprio questa costellazione di mezzi razionali e scopi irrazionali corrisponda […] a quella tendenza complessiva della civiltà che deriva da questo genere di perfezione della tecnica e del mezzo, mentre di fatto scompaiono gli scopi della società nel suo complesso.

Pragmatico ed engagé, ma anche problematico, è invece il finale della conferenza. Calibrando forse i toni per l’uditorio, Adorno invita a non interrogarsi sul futuro dell’estremismo di destra come se si trattasse di una «catastrofe naturale», ma ad agire svelando i meccanismi proiettivi che animano i suoi potenziali seguaci. Consapevole che il radicalismo di destra non è un «problema psicologico o ideologico, ma altamente reale e politico», Adorno però non trova altra ricetta che quella di smontare i trucchi della propaganda facendo ricorso alla «forza d’urto della ragione», a «una verità realmente a-ideologica». Quest’appello alla ragione illuminista da parte dell’autore della dialettica dell’illuminismo è forse espressione di un disagio non solo teorico, vera cifra “atmosferica” della conferenza viennese.

Nei due anni prima della morte, infatti, Adorno non tornò sul testo in vista di una pubblicazione, forse proprio perché insoddisfatto di alcuni aspetti teorici. Da un lato esso appare allora come un intervento pubblico particolarmente lucido, anche perché i presupposti del fascismo indicati dal filosofo tedesco non solo continuano oggettivamente a sussistere, ma, con la rivoluzione digitale e la globalizzazione, sono divenuti elementi fondanti della situazione attuale. Dall’altro, la definizione del nazionalismo populista di cinquant’anni fa come “spettro di uno spettro”, ripetizione feticizzata di un eterno schema propagandistico, rinvia a una difficoltà teorica che non ha a che fare con un’incapacità di presa analitica da parte del filosofo, ma inerisce forse all’oggetto stesso.

Oggi questo spettro non solo non si è dissolto, ma ha assunto forme nuove e sfuggenti. Ad esempio, anche uno storico come Enzo Traverso, per descrivere il nuovo assetto che sta assumendo la destra radicale, ne I nuovi volti del fascismo (Verona, Ombre Corte, 2017) si sente costretto a ipotizzare una categoria come il “postfascismo”, una sorta di formula aperta capace di spiegare le continuità e le discontinuità storiche tra il fascismo classico e una destra radicale che in qualche modo ad esso assomiglia.

Se a Traverso sembra che il postfascismo abbia perso la dimensione sovversiva dei suoi antenati, cercando di distruggere la democrazia dall’interno (argomentazione che ricorda il timore nutrito da Adorno più per le tendenze fasciste interne alla democrazia, che non per quelle che si rivolgono contro di essa), l’esplosivo mix postfascista di nazionalismo, xenofobia, razzismo, “identitarismo” reazionario e antiglobalizzazione può assumere forme molto differenti, per nulla monolitiche o omogenee. Aspetti, questi, già tratteggiati da Adorno nella sua conferenza di mezzo secolo fa, che anticipava anche la difficoltà, condivisa da tanti odierni analisti, di illustrare una teoria unitaria del postfascismo e di prevedere i suoi esiti futuri.

Conferenza di Theodor W. Adorno

Riferimenti bibliografici
E. Traverso, I nuovi volti del fascismo, Ombre Corte, Verona 2017.
T.W. Adorno, Aspetti del nuovo radicalismo di destra, Marsilio, Venezia 2020.

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