Decalogo per un’università post Covid-19

di DOMENICO CERSOSIMO e FELICE CIMATTI

Ripartire dall’università.

1. L’università non è una fabbrica di lavoratori seriali. L’università non serve per trovare un lavoro; serve per formare cittadini-lavoratori avvertiti, curiosi, aperti al nuovo, dotati di senso. Lavoratori potenziali di qualità perché in possesso di bagagli eccedenti di capacità cognitive non perché hanno imparato una certa tecnica produttiva. Talvolta può succedere che la scelta lavorativa (ma quanti lavori, oggi, sono davvero scelti) sia congruente con un determinato corso di studio. Rimane che l’università non è un’agenzia di collocamento al lavoro dei propri studenti.

2. Per la studentessa e lo studente gli anni universitari, come ha scritto Giorgio Agamben, rappresentano una peculiare forma-di-vita. Per la prima volta si esce dalla famiglia (soprattutto per chi si iscrive in un ateneo di una città e una regione diversa da quella d’origine), si entra in contatto con possibilità esistenziali e culturali del tutto inedite, si formano amori e amicizie, si dilatano gli orizzonti conoscitivi, si rompono teste su un testo, si perde tempo, si attraversano vitalità spettinate. È questo il modo in cui, dal Medio Evo in poi, il mondo occidentale ha pensato il processo di formazione dei cittadini. Non l’unico né necessariamente il migliore, ma sicuramente il nostro modo. Soprattutto da quando, dopo il ’68, l’accesso all’università è diventato, almeno in linea di principio, un diritto universale.

  1. Prendere parte – in anni ancora plastici da un punto di vista neuronale e comportamentale – a questa speciale e fragile forma-di-vita permette la formazione di cittadini più consapevoli, più attenti alla vita civile e politica, più sensibili ai problemi ambientali, eleva i bisogni culturali, allunga considerevolmente le aspettative di vita. In media, un cittadino-laureato benfatto esige una rappresentanza politica altrettanto preparata e benfatta, domanda servizi di cittadinanza efficienti ed efficaci. La democrazia, in crisi in tutto il mondo, ha bisogno dei laureati formati all’universalità dei saperi e dei valori, di soggetti che credono nell’importanza della “voce”, nella partecipazione attiva ai processi decisionali, nel valore dei beni pubblici.
  1. L’Italia ha un numero di laureati basso in assoluto e relativamente agli altri paesi europei: solo 16 italiani su 100 nella fascia d’età 15-64 a fronte dei circa 40 nel Regno Unito e dei 28 nella media nei paesi UE; sono appena 27 su 100 i giovani italiani tra 25 e 34 anni in possesso di laurea, il valore più basso nell’Unione europea dopo la Romania (dati Ocse 2018). Il modesto tasso di immatricolazione dei diciannovenni italiani (solo 55 su 100 contro i 73 della Spagna, i 68 della Germania e i 66 della Francia, dati Svimez) fa supporre che senza scossoni nei prossimi anni il ritardo dell’Italia in termini di educazione terziaria sarà ancora più ampio. Con pochi laureati il nostro paese non potrà che continuare a caratterizzarsi per uno sviluppo economico lento, produttività stagnate, bassa resilienza, elevata vulnerabilità agli choc esterni, scarsa capacità innovativa, posti di lavoro precari e malpagati. L’Italia ha bisogno di molti più laureati, in tutte le discipline.
  1. Mettendo insieme i punti da 1 a 4 ne deriva una conclusione semplice e radicale: occorre rendere la frequenza universitaria gratuita per tutti, in modo da ampliare più possibile il numero degli immatricolati e dei laureati in Italia.

  1. Per la stessa ragione bisogna incrementare – aumentando il contributo pubblico alle spese di soggiorno all’estero – il bassissimo numero di studenti italiani che partecipano al programma Erasmus (attualmente appena il 2% degli iscritti, dati Miur), perché la mobilità studentesca potenzia le finalità civili e culturali dell’università.
  1. In questo quadro già sconsolante per l’Italia si inserisce la pandemia Covid-19. La cosiddetta didattica a distanza (Dad), di cui si è fatto un gran parlare in queste settimane, è stata necessaria per superare l’emergenza ma in nessun modo può essere considerata una soluzione definitiva. E non perché sia a distanza (la “distanza” non è metrica, anche un docente a pochi metri dallo studente può essere distante anni luce da lui, e viceversa, una grande distanza spaziale può non esserci dal punto di vista della relazione), ma perché attraverso la Dad si perde la caratteristica distintiva della forma-di-vita universitaria. La Dad è incentrata sulla relazione verticale docente-studente, mentre la forma-di-vita è orizzontale, fra studenti e fra studenti e docenti. L’università vive della relazione verticale e di quella orizzontale. Senza quest’ultima l’università risulta inutile, dal momento che nel web già esistono straordinarie risorse didattiche (per di più gratuite) su qualunque argomento. Perché uno studente dovrebbe iscriversi in un ateneo italiano se può “frequentare” lezioni a distanza dei più rinomati docenti internazionali? Tornare alla didattica in presenza, e con questa tornare alla vita universitaria “normale”, è assolutamente necessario, urgente. È necessario per riportare in aula chi non ha potuto seguire le lezioni perché privo di rete wi-fi, oppure senza computer adeguati. È urgente perché i nuovi immatricolati rischiano altrimenti di prolungare ancora per mesi atteggiamenti, circuiti di apprendimento e relazionali tipici della scuola superiore, rinunciando forse per sempre all’abbrivio valorizzante e spiazzante della vita universitaria.
  1. La crisi economica che seguirà il lungo lockdown imposto per combattere la pandemia chiederà, nei prossimi anni, un massiccio investimento pubblico nella scuola e nella formazione universitaria. L’intenso e prolungato disinvestimento nell’istruzione e nella formazione terziaria perseguito dai governi italiani nel decennio successivo alla grande recessione iniziata nel 2008, ha reso il nostro paese strutturalmente più fragile, più esposto alla volatilità delle congiunture, aggravato le fratture preesistenti e aggiunto nuove disuguaglianze sociali, territoriali, civili. Oggi, lo stato investe nell’università meno di 8 miliardi, la metà in rapporto al Pil di quanto fanno Francia, Germania, Spagna. La qualità del nostro futuro dipende in larga parte dalla qualità delle nostre comunità scolastiche e formative, dall’abbondanza di laureati, dall’innalzamento della fibra culturale degli italiani. Gli investimenti nell’università garantiscono i rendimenti sociali più elevati e rappresentano la migliore semina per la coesione e lo sviluppo dei prossimi decenni.
  1. Tutti i problemi finora evidenziati sono magnificati per le università del Sud. In particolare, per gli atenei meridionali, che più di tutti hanno subito il de-finanziamento degli anni scorsi, sono ancora più stringenti politiche pubbliche finalizzate a ridurre i costi per la frequenza delle lezioni, per sostenere le spese per vitto e alloggio degli studenti, ma anche ad incentivare il reclutamento di nuovi docenti – italiani e non – dal resto dell’Italia e dall’estero. Il Mezzogiorno continua ad essere la riserva di sviluppo per l’intero paese, soprattutto per l’abbondanza dei suoi giovani, che non possono essere condannati all’emigrazione o all’abbandono del non-lavoro, non-studio, non-formazione. La stragrande maggioranza dei neodiplomati in istituti tecnici e professionali, per lo più appartenenti a famiglie economicamente e scolasticamente svantaggiate, non si iscrive all’università, privando così il Mezzogiorno e l’Italia di un enorme potenziale di lavoratori e di cittadini di qualità. Il Sud riparte dall’università, o non riparte.
  1. La forma-di-vita dell’università, in definitiva, rappresenta una straordinaria occasione per sperimentare un modo “gratuito” di stare al mondo, che non è, né dovrebbe essere, rigidamente subordinato al (futuro ed eventuale) lavoro salariato. Un paese civile offre questa opportunità a tutti i suoi giovani.

 

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