Il regno animale e lo spettacolo della cattività

di SAMUEL ANTICHI

Tiger King di Eric Goode e Rebecca Chaiklin.

La sottile linea blu (Morris, 1988)

Nella produzione documentaristica degli ultimi anni, è cresciuta in maniera esponenziale l’attenzione riservata ai fatti di cronaca nera. Attraverso l’alternanza e la giustapposizione di interviste, immagini di repertorio o d’archivio e ricostruzioni finzionali, il sottogenere true crime cerca di sensibilizzare l’opinione pubblica su questioni d’inchiesta, avendo anche un potenziale impatto sugli stessi processi giudiziari.

Secondo quanto afferma Stella Bruzzi, La sottile linea blu (1988) e il cinema di Errol Morris rappresentano un precursore del true crime e un esempio paradigmatico di quello che definisce «documentario performativo», ovvero «una modalità che enfatizza – e su cui viene costruito il film intorno – gli aspetti spesso celati della performance, sia dalla parte del soggetto del documentario sia dalla parte del regista» (Bruzzi 2006, p. 186). All’interno di un regime realistico il ruolo della performance serve ad «indirizzare lo spettatore verso la realtà delle situazioni che vengono drammatizzate, ad autenticare la finzionalizzazione» (ivi, p. 185).

Nell’universo di natura non-finzionale, la pratica performativa «sposta l’attenzione sull’impossibilità di una rappresentazione autentica» (ibidem) e, piuttosto che promuovere un processo di identificazione, attua un distanziamento attraverso la sua esplicita artificiosità. Riflettendo sulla questione del realismo, della verosimiglianza e dell’autenticità del discorso filmico, Morris commenta: «Non c’è nessuna ragione per cui i documentari non debbano essere personali come i film di finzione e portare l’impronta di chi li ha realizzati. La verità non è garantita dallo stile o dall’espressione. Non è garantita da nulla» (Morris 1989, p.17).

La sottile linea blu si inserisce inoltre all’interno del discorso intorno alle forme e ai modelli postmoderni, potremmo dire, rappresentativi del new documentary, come venne definito da Linda Williams, in un dibattito che coinvolse, negli anni novanta, studiosi e studiose tra cui Bill Nichols, Paula Rabinowitz, Janet Walker, Hayden White e Robert Rosenstone. Parlando di postmodern documentary approach, Linda Williams individua nel cinema documentario contemporaneo una mancanza di fiducia «nell’abilità della macchina da presa di riflettere verità oggettive di un qualunque referente sociale» (Williams 1993, p. 10). Più avanti, riconosce quanto sia «diventato quasi un assioma del nuovo cinema documentario che i film non possano rivelare la verità degli eventi, ma solo le ideologie e la consapevolezza che costruisce le verità» (ivi, p. 13).

Esplicitando la propria costruzione e artificiosità, pur basandosi su un dato di realtà preesistente, il film di Morris mostra in maniera esplicita le dinamiche di costruzione e alterazione, riflettendo lo scetticismo legato alla capacità del cinema documentario di rappresentare e cogliere una verità univoca. Il documentario true crime adotta stilemi e connotazioni strettamente legati al thrilling e al cinema noir, pratiche e strategie enunciative e discorsive che non fanno emergere una verità incontrovertibile ma parziale, contingente, frammentaria, consapevole della falsificazione o soggettivizzazione che la rappresentazione inevitabilmente comporta.

Disponibile sul catalogo Netflix, Tiger King ha riscosso un enorme successo, conquistando milioni di spettatori e generando un dibattito pubblico intorno ai propri contenuti, che ha coinvolto personalità del mondo del cinema, così come il presidente Donald Trump. La docu-serie, realizzata da Eric Goode e Rebecca Chaiklin, affronta un argomento estremamente spinoso: la detenzione, l’allevamento e il commercio di grandi felini. Proprio per dare un’idea della tragicità della situazione, in apertura del primo episodio viene sottolineato che negli Stati Uniti ci sono più tigri e leoni in cattività di quanti non ce ne siano in libertà in tutto il resto del mondo.

Il titolo fa riferimento a Joseph Allen Maldonado-Passage, nome d’arte Joe Exotic, il re delle tigri (come lui stesso ama definirsi), proprietario del Garold Wayne Exotic Animal Memorial Park a Wynnewood in Oklahoma, un’area di sedici acri in cui sono tenuti più di duecento esemplari di animali esotici, tra felini orsi e alligatori. Fondato alla fine degli anni novanta con intenti probabilmente nobili e rispettabili, ovvero dare rifugio e prendersi cura degli animali, con il passare degli anni la struttura sembra basarsi esclusivamente sul business che si cela dietro a questo esercizio; l’interesse per il benessere dei felini è poco e le loro condizioni di vita sono gravemente compromesse dal regime di sfruttamento a cui sono sottoposti. Dalla parte opposta, l’altra figura centrale all’interno della serie è Carole Baskin, proprietaria di Big Cat Rescue, santuario per animali esotici situato a Tampa, in Florida. La donna è attivista e lotta per l’approvazione del Lacey Act, che impedirebbe il possesso e il commercio di animali, piante e pesci selvatici in strutture non accreditate, in tutti gli Stati americani.

La docu-serie in prima istanza sembra voler mettere in luce la sofferenza causata dall’allevamento e lo sfruttamento dei felini, in maniera simile ad altri recenti documentari come Blackfish (2010) che denuncia i maltrattamenti subiti dai mammiferi nel parco acquatico SeaWorld di Orlando in Florida. Il film racconta la drammatica esistenza dell’orca Tilikum che, dopo essere stata catturata in Islanda negli anni ottanta, ha vissuto per trent’anni in cattività uccidendo tre persone. Il documentario getta luce sulle condizioni di vita a cui i mammiferi sono costretti, mostrando come sia impossibile, nonostante il tempo trascorso in cattività o l’operato degli addestratori, arrivare ad un addomesticamento dell’animale. Al fine di trasmettere il proprio grido di denuncia contro l’industria dell’intrattenimento dei parchi acquatici, il film costruisce il proprio discorso attraverso delle strategie retoriche specifiche in modo da colpire e smuovere lo spettatore così come l’opinione pubblica.

Le interviste agli addestratori e ai biologi vengono alternate da immagini di repertorio colte dalle camere a circuito chiuso del parco o video effettuati da turisti durante gli spettacoli, tra cui quelli che mostrano gli attacchi degli animali, controbilanciati da riprese di alcune orche in libertà. Nonostante il film abbia riscosso un consenso quasi unanime da parte di pubblico e critica, l’operazione è stata attaccata, oltre che dal direttivo del Sea World, come era prevedibile, anche da alcuni ex addestratori intervistati, i quali hanno dichiarato come i loro contributi siano stati manipolati in modo da creare un discorso coerente e sensazionalistico ma menzognero. La stessa famiglia dell’addestratrice Dawn Brancheau, annegata nel 2010 durante un’esibizione con Tilikum, ha dichiarato che il film non parla accuratamente dell’esperienza e della morte della donna.

All’interno di un contesto, per forza di cose, architettato e manipolato dall’autore, con uno specifico sguardo e prospettiva, il cinema documentario è uno strumento teso a cogliere «la verità di una performance che si snoda, sempre e comunque, davanti alla macchina da presa e che da essa è esplicitamente guidata» (Bruzzi 2006, p. 65). Più che il raggiungimento di una verità incontrovertibile – impossibile per la stessa natura ontologica del cinema documentario – è necessario dunque riflettere intorno alla risposta dello spettatore e al processo di elaborazione critica che le immagini possono suscitare, richiamando per esempio il concetto di Ecstatic truth elaborato da Herzog. Riflettendo sulla questione, nel 1999, il regista afferma: «Sono andato contro il cinema-verità, inventando cose che non sono vere, ma di una verità altra, intensificata. Odio il cinema diretto. I miei documentari non sono falsi, sono invenzione».

Tiger King volge l’attenzione proprio verso l’impossibilità di un’autentica e univoca rappresentazione della realtà, mostrando delle figure in bilico tra quotidianità e messa in scena di sé. I protagonisti della serie – da Joe Exotic a Carole Baskin, passando per Bhagavan “Doc” Antle, proprietario di The Institute for Greatly Endangered and Rare Species (T.I.G.E.R.S.), costruito a Myrtle Beach in South Carolina – sono accomunati da una cura e attenzione maniacale per quanto riguarda la costruzione e il culto della propria personalità. Joe Exotic ha trasformato la propria attività in un reality show, grazie all’ex reporter Rick Kirkham, creando un podcast video girato in uno studio televisivo costruito accanto alle vasche degli alligatori. L’uomo, alla continua ricerca di fama e successo, decide anche di candidarsi alla presidenza degli Stati Uniti nel 2016, come concorrente indipendente e, successivamente, nel 2018 come Governatore dell’Oklahoma.

Carole Baskin riserva moltissime attenzioni alla costruzione della propria figura pubblica, attraverso i social network ad esempio, mettendo sempre la propria immagine, la propria persona prima di ogni altra cosa. Tiger King nel corso delle puntate, quindi dei mesi in cui sono state realizzate le riprese, non si sofferma esclusivamente sul discorso etico intorno al rapporto problematico tra essere umano e animale in cattività – il modo in cui i felini vengono educati o le esperienze dei visitatori nelle diverse strutture –, per concentrarsi invece maggiormente sulle dinamiche performative di auto-rappresentazione. In questo modo la serie si interroga sulla verità che si cela dietro l’immagine e la sua inevitabile ricostruzione, una verità relativa in base alla prospettiva che adottiamo per guardare.

Seguendo le forme del true crime, nel corso della serie vengono svelati numerosi retroscena che tendono a minare la credibilità di tutti i personaggi, ribaltando e rimettendo in discussione le forme che loro stessi avevano provveduto a creare. Joe Exotic è sicuramente la figura più sfaccettata e contraddittoria. Gli abiti da cowboy e le svariate armi di cui è sempre in possesso contrastano con la capigliatura ossigenata, il rimmel e una femminilità quasi macchiettistica. È una persona con cui è difficile entrare in empatia, nonostante la fascinazione che può provocare: a prescindere dal professato amore per gli animali e dal fatto che, probabilmente, diventi una vittima a causa della sua stessa ingenuità, l’uomo è protagonista di numerosi atti criminali e di violenza. Dall’altra parte, la serie getta nuova luce anche sulla figura di Carole Baskin che, da paladina per la difesa degli animali, potrebbe essere coinvolta nella sparizione del marito, dal quale ha ereditato un impero. Inoltre, anche il santuario fondato dalla donna sembra mosso da alcune dinamiche che caratterizzano le altre strutture.

Gli animali, marginalizzati nei racconti e nelle testimonianze, vengono sostituiti da altre forme di rappresentazione, giocattoli, peluche, fotografie, o schiacciati dall’ego dei protagonisti. L’alienazione dell’essere umano e dell’animale è una conseguenza del sistema capitalistico, sottolinea John Berger, il cui rapporto non è più integrato come nel passato. Partendo da queste considerazioni, sul ripensamento di questa relazione in età contemporanea, Lippit sostiene che l’animale sia diventato un fantasma nel momento in cui è passato «da un corpo ad un’immagine, da una voce vivente a un eco tecnologico» (Lippit 2000, p. 21).

Nell’epoca del selfie, i cuccioli di tigre diventano la principale attrazione degli zoo, trattati come dei peluche con i quali i turisti possono giocare e fotografarsi. La serie smonta e sovverte il mondo finzionale che hanno creato i personaggi della serie, interessati alla natura spettacolare della cattività. Si tratta di un territorio colmo di incertezze, di narrazioni parziali, locali e soggettive, che mostra una verità in continuo mutamento.

Riferimenti bibliografici
J. Berger, Why look at animals?, in Id., About Looking, Writers and Readers, London 1980.
S. Bruzzi, New Documentary: A Critical Introduction, 2nd edition, Routledge, London-New York 2006.
Id., Making a genre: the case of the contemporary true crime documentary, in “Law and Humanities”, vol. 10, n. 2, 2016.
M. Lawrence, K. Lury, a cura di, The Zoo and Screen Media. Images of Exhibition and Encounter, Palgrave Macmillan, New York 2016.
A. Lippit, Electric Animal: toward a rhetoric of wildlife, University of Minnesota Press, Minneapolis 2000.
E. Morris, Truth Not Guaranteed: An Interview with Errol Morris, in “Cineaste”, vol. 17, 1989.
G. Scomazzon, Strategie performative nel true crime seriale, in “Cinergie”, n. 10, 2016.
L. Williams, Mirrors Without Memories: Truth, History, and the New Documentary, in “Film Quarterly”, vol. 46, n. 3, Spring 1993.

Tiger King. Ideatore: Eric Goode; Regia: Rebecca Chaiklin, Eric Goode; produzione: Netflix; origine: Stati Uniti; anno: 2020.

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