L’ancella e la cura

di MARIA ELENA D’AMELIO

La (non) visibilità della donna al tempo della Covid-19.

donna-cura-coronavirusIl 12 marzo 2020, in piena pandemia e durante il severo lockdown italiano, l’illustratore Franco Rivolli dona all’Arma dei Carabinieri il disegno di una dottoressa che, in mascherina e con le ali dietro al camice, culla l’Italia. L’immagine, che ricorda l’iconografia mariana della Vergine che culla Gesù bambino, è diventata virale, diffusa sui principali social media, come moderno e digitale santino protettore contro un altro tipo di viralità, quella spesso mortale della SARS-CoV-2.

L’immagine dell’Italia avvolta dalla bandiera italiana e cullata da una donna angelicata evoca un patriottismo elementare e una retorica semplificata a favore del personale ospedaliero che si trova a gestire la parte più difficile e importante dell’emergenza. L’immagine femminile, l’abbraccio e l’inclinazione verso un’Italia infantilizzata, evocazione diretta del culto della Vergine protettrice, pone dunque l’enfasi sulla donna-madre dispensatrice di cura e sulla madre eroica, secondo un immaginario già presente in Italia dopo la Grande guerra (d’Amelia 2005).

Eppure, le grandi assenti nel dibattito precedente alla fase due, quella della riapertura, sono proprio le donne, in particolare le donne con figli. Mentre infatti il 4 maggio 2020 il premier Conte annuncia la progressiva apertura di industrie, commercio, parchi, palestre e spostamenti all’interno della propria regione, scuola e servizi per l’infanzia rimangono chiusi. La diretta conseguenza, in un Paese in cui il lavoro di cura è ancora gestito in gran parte dalla donna, è l’invisibilità della figura femminile nei luoghi pubblici e il ripiegamento in quelli privati, ora più che mai separati dallo spazio comunitario e condiviso.

La cura è stata spesso invocata in questi mesi di pandemia e di clausura forzata, in tutti gli aspetti della sua attività: non solo il prendersi cura di bambini e anziani, ma anche delle persone ammalate, depresse, sole. Questo lavoro di «riproduzione dei legami sociali» (Casalini 2018, p. 139) è fondamentale per la tenuta e il mantenimento dell’equilibrio sociale, ma – come teorizzato lungamente dal femminismo – frequentemente relegato al di fuori dei margini degli interessi della polis e del suo sviluppo politico ed economico. La cura è dunque il lavoro di riproduzione non remunerato che viene essenzialmente affidato alle donne, in nome di una vocazione prettamente femminile all’inclinazione verso i bisogni dell’altro, che porta ad una divisione genderizzata e gerarchica delle attività legate al corpo e ai suoi bisogni.

In questo mondo pandemico in cui si riapre tutto tranne le scuole, la cura diventa quindi il pilastro su cui si regge l’economia della nazione, che riparte sulle spalle di chi rimane nelle retrovie a sostenere il peso di una politica che si dimentica in modo conveniente dei minori e dei non autosufficienti. E se è vero che la genitorialità è composta in maggioranza da due persone generalmente di sesso diverso che potrebbero equamente dividersi tra casa e lavoro, è anche vero che in Italia, per tradizione, convenzione e ritardo nelle misure di sostegno alla famiglia, la scelta tra chi torna al lavoro e chi rimane a casa è spesso una non-scelta, come dimostrano anche i dati Istat 2018: su circa 13 milioni di persone in Italia con a carico figli minori o familiari non autosufficienti, il 24,8% delle donne lavora fuori casa ad orario ridotto, a fronte del 3,2% di uomini. Inoltre, un’indagine sull’impatto psicosociale dell’epidemia di covid-19 in Italia, condotta dal Consiglio nazionale delle ricerche (CNR) e dall’Istituto di ricerche sulla popolazione e le politiche sociali, ha registrato che il 40% degli interpellati crede nel ruolo naturale delle donne legato al lavoro di cura e di assistenza, che potrebbe facilmente causare – anche nella fase di riapertura – una rinuncia di molte al lavoro (Camilli 2020).

L’invisibilità delle madri, che nella fase due della ripresa sembrano venire relegate in uno spazio domestico ristretto alla cura dei figli, ha fatto riemergere nella sfera digitale un’altra immagine, in un certo senso speculare e contraria alla dottoressa che culla la bambina-Italia: quella dell’ancella, la cui potente iconografia – veste rossa e cappello bianco a coprire il volto – si è diffusa grazie alla popolarità della serie Hulu basata sull’omonimo romanzo di Margaret Atwood, I racconti dell’ancella. Il romanzo distopico (o come preferisce chiamarlo l’autrice, di speculative fiction) del 1985 narra di una teocrazia estremista cristiana che domina gli Stati Uniti – ora chiamati Gilead – dopo una catastrofe climatica e un colpo di Stato. Le Ancelle sono le poche donne fertili rimaste a Gilead e ridotte a schiave con il compito di concepire e partorire i figli per conto delle élite dominanti.

Contemporaneamente al lancio della serie tv Hulu, l’immagine dell’ancella è uscita dai confini del romanzo e dello streaming per espandersi e riconfigurarsi nella cultura visiva contemporanea, specialmente grazie all’attivismo femminista contro le politiche di discriminazione di genere e le limitazioni all’interruzione di gravidanza, sia negli Stati Uniti che in Italia. L’immagine «offre una forma visibile al tempo e quindi al cambiamento», creando comunità virtuali in cui riconoscersi (Mirzoeff 2005, p. 22). Le immagini di donne che marciano silenziose vestite di rosso e di bianco, dalle prime dimostranti in Texas fino alle attiviste italiane di Non Una di Meno, si sono diffuse sui media con una capacità di spreadability legata a doppio filo all’iconicità dell’uniforme dell’ancella (Mascio 2020), divenuta simbolo del diritto all’autodeterminazione della donna in un’epoca di nuovi, virulenti, attacchi alle leggi che prevedono l’interruzione di gravidanza nel mondo occidentale.

L’immaginario legato alla rappresentazione visiva dell’ancella è potente: vestita di rosso fino ai piedi, la testa coperta da un cappello bianco calato fin sugli occhi, la figura creata dalla Atwood è connotata dagli opposti estremi di visibilità e invisibilità: il rosso acceso che la ricopre richiama il sangue del parto, della vita, ma anche del peccato (le ancelle sono state tutte peccatrici nella vita pre-Gilead, secondo i nuovi governanti); ma l’individualità della persona sotto il manto dell’ancella sparisce, e il viso, indice preminente della singolarità di ciascun individuo, è nascosto dal cappello a larghe falde e dall’obbligo di camminare a testa china. L’ancella è un corpo fertile che come tale diventa possesso, merce nelle mani dell’élite religiosa estremista che governa quelli che furono un tempo gli Stati Uniti. Essenzializzata nella sua dimensione biologica di riproduzione e di cura forzata, la sua capacità di diventare luogo del materno diventa fondamentale alla sopravvivenza della specie in un mondo post-nucleare e definito dal disastro ecologico.

È questa immagine che ritorna ad accendere le pagine social in epoca di pandemia. Mentre infatti si discuteva sull’origine e i significati etimologici della parola “congiunti” e su quanti di noi siano ancora in contatto con i cugini di sesto grado, le organizzazioni femministe come Non Una di Meno e La casa internazionale delle donne denunciavano che l’accesso all’aborto veniva considerato procedura medica non essenziale, limitando il diritto all’autodeterminazione della donna e la libera gestione del corpo e del suo potere riproduttivo.

La femminilizzazione del lavoro di cura e il controllo biopolitico sul corpo della donna riportano ad una perniciosa iconografia del martirio, che è la diretta conseguenza del concetto di cura come “naturale” vocazione femminile al sacrificio. L’infermeria crolla stremata, la dottoressa accudisce la patria, le caregiver migranti non possono ammalarsi, pena il rischio di perdere il domicilio. Il ripiegamento del lavoro femminile nello spazio privato preclude anche la possibilità di estendere la cura all’esterno, in condivisione con la comunità. La Covid-19 blocca i corpi in luoghi chiusi e neutralizza l’attivismo, come per l’ancella di Gilead, a cui è permesso uscire solo per fare la spesa, al massimo in coppia con un’altra ancella, senza toccarsi nè parlare. Esempio più che mai attuale di distanziamento sociale.

L’iconografia dell’ancella ripresa dai movimenti femministi svela la centralità del lavoro riproduttivo nella produzione della forza lavoro e della sopravvivenza stessa della specie e lo stretto legame tra riproduzione, sfruttamento delle risorse ed economia liberale che si fonda sulla gratuità del lavoro di cura.

La sfida del post-pandemia è allora ripensare e costruire una società in cui il lavoro di cura non è più «divisione sessuale e razziale» (Federici 2020, p. 10), ma condivisione equa nell’intero tessuto sociale attraverso il potenziamento del welfare pubblico, essenziale non solo per il raggiungimento e mantenimento di una concreta parità di genere, ma anche per il sostegno alle parti più vulnerabili della società neoliberista.

La figura della madre, imbrigliata nell’essenzialismo del lavoro di cura e delle pareti domestiche, è – come afferma Lea Melandri – il primo e l’ultimo tabù (Melandri 2015). Solo restituendo alla donna che è madre uno sguardo centrale e soggettivo, come nel quadro della pittrice Vigée-Lebrun, dandole la possibilità di condividere il lavoro di cura con le altri parti sociali, può esserci il superamento di quel «materno onnipotente» (Morini 2020) che altro non è se non il capovolgimento di una diversa immagine, quella del corpo sacrificale e sacrificabile dell’ancella.

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Riferimenti bibliografici
A. Camilli, Perché abbiamo paura di uscire, in “Internazionale”, 20 maggio 2020.
B. Casalini, Il femminismo e le sfide del neoliberismo, IF Press, Roma 2018.
A. Cavarero, Inclinazioni. Critica della rettitudine, Raffaello Cortina, Milano 2013.
M. d’Amelia, La mamma, Il Mulino, Bologna 2005.
S. Federici, Calibano e la strega. Le donne, il corpo e l’accumulazione originaria, Mimesis, Milano 2004.
S. Federici, Genere e capitale, Derive e Approdi, Roma 2020.
H. Jenkins, S. Ford, J. Green, Spreadable Media: Creating Value and Meaning in a Networked Culture, NYU Press, New York 2013.
A. Mascio, Fra fiction e realtà. L’uniforme di The Handmaid’s Tale come icona culturale, in “Ocula” Vol. 21, n. 22 (April 2020).
L. Melandri, La mamma è il primo e l’ultimo tabù, in “Internazionale”, 10 maggio 2015.
N. Mirzoeff, How to See the World, Pelican, Londra 2015.
C. Morini, Abbiate cura. Società della cura e reddito di autodeterminazione, in “Effimera”, 30 aprile 2020.

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