Il divino abita le vite sprecate

di SERENA GUARRACINO

Wasted di Kate Tempest.

This is a story of art without markets, drama without a script, narrative without progress. The queer art of failure turns on the impossible, the improbable, the unlikely, and the unremarkable. It quietly loses, and in losing it imagines other goals for life, for love, for art, and for being.

Judith Halberstam

 

La «storia di arte senza mercati, teatro senza copione, narrazione senza progresso», che Judith Halberstam identifica con l’arte del fallimento perfezionata dai soggetti queer, potrebbe essere un ottimo strillo di copertina per Wasted, primo testo teatrale di Kate Tempest, nuovo astro della poesia britannica. I tre protagonisti di questa pièce infatti, come quelli dei testi poetici che sono valsi all’autrice un prestigioso Ted Hughes Awards (nel 2013 per Antichi nuovi di zecca, appena pubblicato da E/O), sembrano non eccellere in nulla se non nel fallire sistematicamente, auto-sabotarsi, sprecare (waste, appunto) i propri sogni e la propria vita.

Figli di una promessa mai mantenuta di futuri luminosi e benessere diffuso, inseguono invano modelli egemonici e irraggiungibili: la normalità borghese per Ted (Gabriele Portoghese), che sente il tempo scivolargli tra le mani tra la monotonia delle giornate in ufficio e le interminabili gite all’Ikea con la compagna; il successo da rockstar per Danny (Xhulio Petushi), sempre in attesa del discografico che scoprirà la sua band durante la prossima tournée a 45 minuti da casa; e l’eroismo quotidiano e oblativo di Charlotte/Charlie (Sylvia De Fanti), che insegna in una scuola nello stesso quartiere in cui i tre amici di una vita sono nati e cresciuti, e vorrebbe salvare i suoi allievi dal destino di sconfitta e delusione che permea le loro vite.

Sono personaggi tutto sommato ordinari quelli che Tempest racconta qui, a cui la Storia fa da sfondo: sono sì i figli della crisi economica del 2008, ma le loro tragedie sono intime e quotidiane, l’insoddisfazione strisciante, l’alternarsi ciclotimico di noia ed esaltazione, l’alcolismo e il ricorso a sostanze psicotrope, la difficoltà di elaborare il lutto per la scomparsa dell’amico di gioventù la cui ricorrenza è l’occasione per ritrovarsi e fare il punto delle proprie vite sprecate. Potrebbero essere chiunque (esclusi i fortunati happy few) tra quei “7.2 billion humans” raccontati nell’ultimo album di Tempest, The Book of Traps and Lessons (2019), un affascinante esempio dell’idiosincratica ibridazione tra rap e spoken poetry, segno distintivo della sua produzione.

In Wasted questa cifra poetica trova spazio nei tre cori che spezzano il naturalismo illusorio dei dialoghi, accolta e vivificata da questa produzione con musiche che sono più che un cosmetico tappeto sonoro, ma meno di un (altrimenti invadente) accompagnamento; una sorta di mappa emotiva tracciata nel suono, risultato del lavoro collettivo che la regista Giorgina Pi ormai da tempo porta avanti con i musicisti del collettivo Angelo Mai.

L’antinaturalismo del testo, così accolto ed enfatizzato nella visione artistica di questa produzione, ha lo scopo di affrancare la narrazione di queste vite marginali dal rischio di appiattirsi su un registro cronachistico di denuncia sociale. Wasted intende al contrario rivelare il divino che abita queste vite sprecate; come già Tiresia, che in apertura di Resta te stessa (altra raccolta di Tempest) è un ragazzo che cammina per un parco di periferia invaso dai rifiuti con una cicca di spinello tra le labbra, anche Danny, Ted e Charlie sono dèi — o almeno lo erano, come raccontano nel coro di apertura, quando vagavano per la città adolescenti e convinti che il mondo fosse loro, o lo sarebbe stato.

Ma ciò non accade; il meraviglioso mondo nuovo non arriva (se non paradossalmente, nella cristallizzazione della promessa che consegue alla morte, per l’amico scomparso), e al suo posto c’è la caduta, la transustanziazione nel quotidiano. Questa caduta però non ha niente di luciferino o prometeico; quelle che abbiamo davanti sono divinità protettrici della fragilità, della vulnerabilità che è parte costituente del dirsi umani. La loro è quindi programmaticamente una narrazione fallimentare, senza progresso, incistata nella ripetizione ossessiva del “cambiare le cose” che come un leitmotif percorre dialoghi permeati dal bisogno di prendere decisioni radicali, partire (Charlie ha in tasca un biglietto aereo per una destinazione sconosciuta, Ted sogna di lasciare il lavoro e trasferirsi su una spiaggia spagnola), o lasciarsi trasformare, come Danny, da epifanie reiterate e per questo tragicamente futili.

Le scelte registiche enfatizzano questo destino di immobilità ambientando tutta la messa in scena in un unico luogo, una sala prove dove il buio è tagliato da lame di luce che sono sbarre di prigione ma anche feritoie dalle quali si può intuire la luminosità abbagliante del mondo fuori. La città senza volto che fa da sfondo alle vicende è Londra ma potrebbe essere qualsiasi periferia metropolitana europea, e infatti bastano pochi ritocchi al copione per stemperare l’ambientazione britannica (sempre a rischio di esotizzazione) e sollecitare invece un’osmosi perturbante tra i luoghi raccontati in sala e la città che aspetta il pubblico all’esterno. Osmosi facilitata dalla collocazione del Teatro India, luogo simbolo dell’archeologia industriale romana nato nell’ex fabbrica Mira Lanza, con vista sul Gazometro. Le storie di Wasted potrebbero essere ambientate negli stessi luoghi, ne rievocano la memoria pre-gentrificata, e allo stesso tempo traslano qui altri quartieri, altre periferie, narrate più comunemente dalle cronache che sulla scena.

Ma c’è un luogo in particolare che infesta questo Wasted italiano, e che ne fa una riflessione sul ruolo politico del fare teatro: lo stesso Angelo Mai, residenza della compagnia Bluemotion. Nel video che apre lo spettacolo, i tre protagonisti cantano una straziante versione di The End of the World di Skeeter Davis nel giardino in cui si trova l’albero dedicato all’amico perduto; nell’extra-diegesi del video, quello che si vede è il giardino dell’Angelo Mai, dove si trova l’albero piantato per Lorenzo Amurri (a cui è dedicato lo spettacolo).

In questo modo, Bluemotion e il collettivo Angelo Mai reclamano senza residui l’inadeguatezza ai modelli di successo imperanti, il fallimento e lo spreco di vita nel qui e ora; ma è una riappropriazione che attiva il senso politico di queste esperienze. Così la gioia, la progettualità, la vita sottratta ai protagonisti di Wasted da un sistema truccato vengono restituite a questo spettacolo, alla storia e ai luoghi che racconta: e in particolar modo all’Angelo Mai che, come ha di recente raccontato Giorgina Pi in un’intervista a Cristina Piccino sul Manifesto, è «la parte che manca nei teatri istituzionali […]. Imparare a vivere in una dimensione collettiva per fare teatro è fondamentale». Luogo come pochi (a Roma e altrove) di pratica queer del fallimento come resistenza programmatica alla fascinazione del(la) capitale, con Wasted l’Angelo Mai riflette su sé stesso, sulla forza politica del proprio progetto culturale e del proprio collettivo, immaginando, come suggerisce Halberstam, altri obiettivi per la vita, l’amore, l’arte.

Riferimenti bibliografici
J. Halberstam, The Queer Art of Failure, Duke University Press, Durham-London 2011.
C. Piccino, “Giorgina Pi, racconto una generazione alla prima persona”, Il Manifesto (23.01.2020).
K. Tempest, The Book of Traps and Lessons, American Recordings, 2019.
Id., Brand New Ancients / Antichi nuovi di zecca, E/O, Roma 2019.
Id., Hold Your Own / Resta te stessa, E/O, Roma 2018.

Wasted. Testo: Kate Tempest; traduzione: Riccardo Duranti; regia: Giorgina Pi; produzione: Emilia Romagna Teatro Fondazione in collaborazione con Angelo Mai, Bluemotion; interpreti: Sylvia De Fanti, Xhulio Petushi, Gabriele Portoghese; durata: 80′.

 

*Le immagini presenti nell’articolo sono foto di Luca Del Pia, fonte: http://modena.emiliaromagnateatro.com/spettacolo/wasted/. 

 

 

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