Ultimo appuntamento a Samarra

di ALESSANDRO CAPPABIANCA

In ricordo di Peter Bogdanovich.

Peter Bogdanovich

L’ultimo spettacolo (1971).

Nel malinconico giorno dell’Epifania 2022, non giungono doni dall’America, ma la triste notizia della morte di Peter Bogdanovich, all’età di 82 anni (era nato nel 1939). Chi era Bogdanovich? Attore, produttore, critico, autore di libri fondamentali dedicati ai registi più amati, regista lui stesso di grande successo a Hollywood sul finire degli anni ’60 e per tutti gli anni ’70 del secolo scorso, non è da escludere che oggi qualcuno se lo chieda, alla luce dell’ostracismo successivo, decretato nei suoi confronti da un’industria cinematografica che, dopo alcuni insuccessi, non credeva più in lui. Partiamo da Targets (Bersagli, 1968), suo lungometraggio d’esordio come regista. Assistiamo alla proiezione di The Terror (La vergine di cera, 1963), con Boris Karloff e Jack Nicholson, diretto da Roger Corman, ma poi ci rendiamo conto che al film assiste, assieme al regista e ad altri produttori, lo stesso Karloff, sotto il nome di Byron Orlok. Tutti trovano che il film ormai sia superato, e Orlok non solo è d’accordo con loro, ma annuncia addirittura la sua intenzione di ritirarsi definitivamente dalle scene. Per le strade, a Los Angeles e altrove, regna la violenza, nei cui confronti fa ridere quella immaginaria dei film horror. L’horror gli ha dato la fama. Orlok ricorda con piacere la sua prima parte importante in The Criminal Code, diretto nel 1931 da Howard Hawks, ma adesso basta. Vuole ritirarsi, rifiuta anche di partecipare a uno spettacolo d’addio da tenere in un drive-in. Invano la sua segretaria (cinese) tenta di convincerlo. Orlok si sente vecchio, sembra deciso alla rinuncia.

Parallelamente, la mente di un certo Bobby Thompson – già veterano della guerra in Corea, maniaco collezionista di armi, in apparenza felicemente sposato – è attraversata da strane idee. Idee d’omicidio, naturalmente, di uccidere moglie, parenti e sconosciuti scelti casualmente come bersagli. Lo vediamo cercare di resistere alla tentazione, ma ci rendiamo conto che presto la violenza repressa in lui troverà sfogo. Alla fine, Orlok si lascia convincere a esibirsi nella cerimonia d’addio, a patto d’evitare le solite domande giornalistiche banali. Anzi, manifesta l’intenzione di raccontare, per tutto congedo, la vecchia storiella araba dell’appuntamento a Samarra.

Di che si tratta? La storiella è nota, anche perché citata e sfruttata in numerosi film successivi, ma la riportiamo qui per chi non la conoscesse. Un ricco mercante manda un suo servo al mercato a fare compere, ma il servo torna quasi subito, bianco dalla paura. “Padrone, al mercato ho incontrato la Morte, che mi ha fatto un gesto di minaccia. Per carità, prestatemi il vostro cavallo più veloce, in modo che possa arrivare a Samarra, dove la morte non potrà raggiungermi”. Il padrone acconsente. Il servo parte a spron battuto. Il giorno dopo il padrone si reca di persona al mercato, incontra la Morte, e le chiede come mai abbia fatto quel gesto di minaccia al suo servo, ma la Morte si stupisce: “Non era un gesto di minaccia, ma di stupore. Mi stupivo, infatti, di vederlo ancora lì, mentre avevo già fissato per lui un appuntamento a Samarra”. Bobby uccide i parenti. Salito sul terrazzo di un edificio abbandonato, spara agli automobilisti di passaggio, uccide uomini, donne, bambini, poi si eclissa velocemente, sfuggendo alla polizia. La sera, decide che ucciderà al drive-in, durante lo spettacolo di Orlok. Così avviene, ma alla fine non riesce più a distinguere l’Orlok dello schermo dall’Orlock reale, che coraggiosamente lo affronta. Bobby l’assassino, dunque, viene catturato grazie all’intervento di un personaggio di fantasia, creato direttamente dal cinema, l’unico in grado di evitare altri appuntamenti a Samarra.

Ma questi appuntamenti non cessano, nel cinema di Peter Bogdanovich, diventano solo meno espliciti e più malinconici. Continuano per esempio nell’Ultimo spettacolo (1971), in una cittadina immaginaria del Texas, dove non accade niente d’importante, la gente si annoia (specialmente i giovani), si intrecciano relazioni sessuali e sogni d’erotismo, di cui principale protagonista è Cybill Shepherd, allora, nella vita, moglie di Peter. Il vecchio cinema del paese, gestito da un ex-cowboy (Ben Johson) sta per chiudere, sommerso dai debiti. Tra i pochi che lo frequentano, Duane Jackson (Jeff Bridges) è richiamato sotto le armi, partirà per la guerra in Corea, ma non rinuncia, prima di partire, a vedere l’ultimo spettacolo, ossia a rivedere Il fiume rosso (1948) di Howard Hawks, uno dei registi più amati da Bogdanovich, assieme a John Ford e Orson Welles. Fu proprio Welles a consigliare Peter di girare in bianco e nero sia L’ultimo spettacolo che Paper Moon (1973), con l’intermezzo comico a colori di Ma papà ti manda sola? (1972), con Ryan O’neil e Barbara Sreisand. Usare il bianco e nero era difatti l’unico modo di ottenere una profondità di campo paragonabile a quella wellesiana di Citizen Kane (1941). Di questo consiglio, a Welles, Bogdanovich sarà sempre grato, pur avendo successivamente girato molti film a colori.

L’assassinio della sua nuova compagna da parte di un marito geloso, e il successivo matrimonio con la sorella di lei, segnano forse l’inizio delle incomprensioni con Hollywood, ma Peter non dimentica i vecchi amici, né le sue passioni come critico. Nel 2018, con grandi difficoltà finanziarie, produce, tramite Netflix,  The Other Side of the Wind, ultima sceneggiatura di Welles (morto nel 1985), a colori e in bianco e nero, sceneggiato da Welles (che aveva fatto in tempo anche a montare circa 45 minuti del film) e Oja Kodar, con la partecipazione di numerosi grandi attori e attrici in qualche modo legati al clan wellesiano. Tra essi, un altro grande regista, John Huston, nei panni di Welles stesso. Il cinema era cambiato. I giovani attori, con i capelli lunghi, sembrano ragazze. Avviene peraltro il miracolo dell’incontro tra i vivi e i morti, tra grandi registi (allora) ancora vivi (Huston, Bogdanovich, Norman Foster) e grandi registi morti (Welles), ma Bogdanovich si conferma ancora una volta regista-critico, sempre lucido, per quanto travolto dall’amore per il grande cinema e per i grandi registi che ha frequentato. Finché, anche per lui, è giunta l’ora fatale dell’appuntamento, a Samarra o altrove.

Peter Bogdanovich, Kingston 1939 – Los Angeles 2022.

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