La figura di Marjane Satrapi, disegnatrice e regista iraniana naturalizzata francese, appartiene a un’ondata di artiste e scrittrici che, a partire dagli anni duemila, hanno dato voce al desiderio di cambiamento delle donne iraniane. Penso, tra le altre, alla fotografa e regista Shirin Neshat e ad Azar Nafisi, autrice di Leggere Lolita a Teheran. Dal 1979 l’Iran vive sotto una dittatura religiosa, contraria ai diritti delle donne. Le intellettuali fanno sentire la loro voce contro questo stato di cose: pensiamo all’attivista per i diritti umani e Premio Nobel Narges Mohammadi e all’avvocata Nasrin Sotoudeh, che infatti escono ed entrano dalle carceri della Repubblica islamica. Molte di loro hanno scelto la via dell’esilio volontario, trovandosi nell’impossibilità di esprimere liberamente le proprie idee. La questione dei diritti delle donne, come ha ricordato il regista Mohammad Rasoulof in una recente conversazione apparsa su “Fata Morgana” (2026), è solo la punta dell’iceberg dell’emergenza democratica che ha portato ormai la stragrande maggioranza degli iraniani a essere contraria al regime degli ayatollah. Il movimento femminista è una metonimia che sta per una corrente di dissenso di portata assai più vasta. E, come sostiene Donatella Di Cesare (2026), nella pratica del dissenso si gioca oggi il futuro della democrazia.
Marjane Satrapi ha raggiunto la fama internazionale con il romanzo a fumetti Persepolis, uscito in Francia tra il 2000 e il 2003: è il racconto autobiografico dell’autrice, bambina quando nel 1979 una rivoluzione caccia lo scià; testimone dell’instaurazione del regime degli ayatollah e della guerra lanciata dal dittatore iracheno Saddam Hussein contro l’Iran; protagonista di una prima partenza per studiare in Europa; poi del ritorno e del tentativo di costruirsi una vita in Iran; infine del fallimento e della decisione di partire definitivamente. Il capitolo dell’infanzia colpisce maggiormente l’immaginario del lettore, e per buone ragioni: vediamo prendere forma la mente e la sensibilità di una giovane donna libera, cresciuta in un paese dominato da un’ideologia patriarcale. La piccola Marjane vive una serie di contrapposizioni: la rivoluzione a cui avevano creduto i genitori, militanti comunisti, mette fine a una monarchia autoritaria, ma consegna il paese a un regime peggiore; la vita a scuola e in strada, sotto il controllo delle insegnanti e delle agenti della polizia morale, stride con l’atmosfera liberale che la bambina respira a casa. Marjane si rifugia sempre di più nello spazio interiore dei suoi pensieri, dove a dare voce alle sue inquietudini intervengono due mitiche figure barbute: il Dio dell’amata nonna e il Marx a cui credono i genitori.
Il rigoroso bianco e nero, i tratti semplici e netti, la figurazione stereotipa – lo scià, come un re delle favole, indossa sempre mantello e corona – sono la chiave visuale per rappresentare il mondo di contrasti a cui è destinata una donna educata alla libertà in un mondo fondato sulla sottomissione. Il racconto autobiografico assume intenzionalmente i contorni della fiaba: è la storia di un’eroina bambina, la principessa Marjane, che vive in un paese fatato, Persepolis, la “città dei persiani”, che si trova però sotto il giogo di potenze malvagie. Questo è l’aspetto più celebrato dell’opera dell’artista, quello che ha conosciuto anche un seguito cinematografico: Persepolis nel 2007 diventa un film d’animazione, diretto insieme a Vincent Paronnaud. Stessa sorte per Pollo alle prugne del 2004, dove si racconta l’amore infelice tra un musicista e una ragazza di buona famiglia nell’Iran degli inizi del Novecento. Anche questo romanzo, diventato nel 2011 un film recitato da attori veri, affida alla sfera dell’immaginario una memoria non più individuale ma storica.
Tra i due romanzi è incastonato un piccolo gioiello, che è tuttavia l’opera meno conosciuta della trilogia iraniana dell’autrice. Si tratta di Taglia e cuci del 2003. Non un racconto lungo, ma una serie di narrazioni brevi: una sorta di Decameron, tutto al femminile, che non ha per cornice una villa al riparo dalla peste, ma un doreh, l’appuntamento settimanale, rigorosamente tra donne, per un tè accompagnato da dolci e chiacchiere. Marjane immagina di partecipare al doreh organizzato dalla nonna, dove si ritrovano parenti e amiche di famiglia. Ciascuna a turno racconta esperienze sentimentali, proprie o di conoscenti, passate e presenti. Dai racconti emergono fughe di giovani aristocratiche da matrimoni combinati con anziani generali; intrecci inestricabili di amore e odio tra mogli e mariti; desideri mancati, la cui realizzazione è demandata alle generazioni future; segreti e mute complicità tra donne in una lotta quotidiana per la sopravvivenza.
Non solo la piccola antologia offre un’immagine genuina del mondo femminile in Iran, ma ci restituisce anche uno sguardo spassionato sulla storia di questo paese, visto con gli occhi di molteplici narratrici. D’altronde, come afferma Benjamin (1981), narrare serve a confermare la facoltà di giudicare i fatti del mondo: ne segue che quanto più si moltiplicano i punti di vista della narrazione tanto più si rafforza la nostra capacità di giudizio. Dal libro di Satrapi emerge in effetti un dato significativo. L’Iran moderno è forse il paese mediorientale che ha accumulato il maggior numero di grandi promesse, a cui hanno fatto seguito speranze deluse: dalla rivoluzione costituzionale del 1906 alla rivoluzione del 1979, passando per il movimento anti-coloniale del 1953. A oggi la sola rivoluzione che non ha mai smesso di avanzare, nonostante ogni opposizione, è quella dell’emancipazione femminile: dallo sciopero contro il monopolio britannico del tabacco del 1891, che coinvolse perfino l’harem reale, fino alle proteste per la morte di Mahsa Jina Amini del 2022, le donne iraniane non hanno mai smesso di rivendicare la loro libertà d’azione e il loro diritto di parola. Lo spazio privato e separato – l’harem, l’andaruni delle case tradizionali, il salotto del tè con le amiche – non ha mai smesso di farsi spazio pubblico e sovversivo: un’eterotopia in continua trasformazione ed espansione. La rivoluzione forse verrà da qui più che da una Persepolis costruita dagli uomini.
Riferimenti bilbiografici
W. Benjamin, Il narratore, in Angelus Novus, Einaudi, Torino 1981.
D. Cecchi, Immaginare la libertà. Conversazione con Mohammad Rasoulof, in “Fata Morgana. Quadrimestrale di Cinema, Immagini, Idee”, n. 58, 2026.
D. Di Cesare, Il dominio e il dissenso, Feltrinelli, Milano 2026.
Marjane Satrapi, Rasht, 22 novembre 1969 – Parigi, 4 giugno 2026.