Mosca, 7 novembre 1973. La parata militare e civile per la celebrazione della Rivoluzione d’Ottobre sta attraversando la Piazza Rossa: uomini e donne sfilano al ritmo di canti patriottici mentre i cartelli che accompagnano il corteo ci informano che “4 milioni di moscoviti competono per raggiungere gli obiettivi del 1973”. Stacco. Siamo ancora a Mosca, ma questa volta non ci troviamo più tra marce, bandiere, ritratti di Lenin ma anche di Brežnev – segretario generale del Partito Comunista dell’Unione Sovietica dal 1964 alla sua morte, nel 1982: adesso ci muoviamo tra le strade innevate della città, tra le stazioni della metropolitana, osserviamo le vetrine, passeggiamo tra le gallerie dei grandi magazzini. L’anno nuovo è alle porte, e mentre le donne sono impegnate negli acquisti i bambini guardano gli alberi decorati per le feste. Il futuro è rosso, l’Unione Sovietica è forte: “Da Mosca fino ai confini più estremi, dai monti del sud fino ai mari del nord l’uomo cammina come un padrone […] ovunque la vita scorre libera” canta il coro dell’Armata Rossa. Nessuno avrebbe mai potuto immaginare che, alla fine, l’Impero sovietico sarebbe crollato in un solo giorno: 26 dicembre 1991.

Inizia qui Imperium, il documentario di Sergei Loznitsa presentato Fuori Concorso all’83esima edizione della Mostra del Cinema di Venezia. Un’operazione titanica costruita a partire dal recupero di 400 rulli di pellicola – oltre 600 ore di girato rimasto in parte mai visionato – conservati all’interno dell’AAMOD (Archivio Audiovisivo del Movimento e Democratico). È qui che, nel 2024, Loznitsa scopre per caso le straordinarie immagini realizzate durante un viaggio attraverso le province del territorio sovietico tra il 1970 e il 1973 da una troupe di cineasti e ricercatori italiani – Diego Carpitella, Rudi Assuntino, Gianni Bonicelli, Luigi Verga, Giuseppe Ferrara, Luigi Di Gianni, Folco Quilici, Giorgio Arlorio e Mario Angelucci. Si tratta di materiale d’archivio letteralmente stra-ordinario, che aggiunge un’ulteriore tappa alla riflessione di Loznitsa sull’URSS: se con The Trial (2018) e The State Funeral (2019) il regista si era misurato con documenti visivi di propaganda, «rilavorando dall’interno le retoriche del potere» (Tagliani, 2019), Imperium assume un punto di vista inedito, quello di uno sguardo che è prima di tutto alieno alle logiche della propaganda sovietica. Per la prima volta, infatti, il Cremlino aveva concesso a una delegazione di registi stranieri di filmare liberamente la vita dei cittadini russi. Ed è lo stesso Loznitsa ad affermarlo: nessun regista russo avrebbe potuto filmare nel modo in cui lo hanno fatto i registi italiani.

Obiettivo della spedizione era la realizzazione del progetto Popoli e costumi dell’URSS negli anni Settanta, una serie a puntate il cui scopo era quello di documentare la vasta diversità culturale, etnica e geografica dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche. In questo senso, il rimontaggio dei filmati originali che compone le quasi tre ore di Imperium segue le intenzioni all’origine dell’operazione italiana: se il film assume la struttura a episodi, a sua volta ogni micro-episodio – introdotto da un cartello rosso e dal breve suono di una sirena – corrisponde a una tappa del viaggio intrapreso dai registi italiani. A un primo e più immediato livello di lettura, il film – che non presenta commenti o voce off – si produce dunque attraverso una mappatura geografica e – soprattutto – umana: dalla Piazza Rossa di Mosca muovendo verso i territori dell’Altaj, passando per la Calmucchia, le miniere di Ufa, la Jacuzia, e poi ancora Bukara e la Repubblica Uzbeka, l’Armenia, Baku, Georgia, la Repubblica Turkmena, il film ripercorre la traiettoria orizzontale di una narrazione che cuce, o vorrebbe cucire insieme luoghi, paesi, paesaggi. Ma se è vero che la mappa non è il territorio, ugualmente l’immagine non è l’impero. Nel movimento centrifugo che ci conduce verso le periferie della nazione, infatti, la presunta coesione territoriale e sociale inizia a sfrangiarsi, mentre l’immagine di un Paese unito collassa sotto il peso della diversità culturale, religiosa, linguistica.

La sesta parte del mondo è l’opera monumentale che nel 1926 Dziga Vertov costruisce a partire dal montaggio di reportage realizzati da otto kinoki inviati a filmare il territorio sovietico. Commissionato dall’Ente Statale per il Commercio Estero, il film è un invito all’unità, a costruire per il paese una “società socialista completa”. Dal Cremlino alla Siberia, dalla Mongolia e fino ai confini della Cina, il paese deve farsi “centro di attrazione per i lavoratori dell’occidente”. Una forza centripeta, dunque, quella evocata da Vertov, l’unica possibile per contrastare il capitalismo occidentale la cui espressione è il denaro, la riduzione in schiavitù dei popoli, la colonizzazione. Un secolo dopo, Loznitsa realizza un’opera che potremmo definire anti-monumentale: attraverso un movimento speculare a quello tracciato da Vertov e a partire da materiali pensati per tutt’altro piano di regia, Loznitsa lascia che siano le stesse immagini a far emergere quel processo di lenta e inesorabile decomposizione che porterà alla fine del sogno socialista. La forma filmica si fa dispositivo di disvelamento. La fine dell’impero, potremmo dire, non accade in un giorno, ma si produce già in ogni inquadratura.

Ritorniamo allora al film. La squadra di registi italiani – che entra in campo solo in un’occasione, durante un pranzo tradizionale nella Repubblica di Buriazia – filma un caleidoscopio di celebrazioni, riti, danze, canti – il cui interesse è certo frutto della consulenza scientifica di Diego Carpitella ma la cui restituzione è dovuta alla supervisione di Vladimir Tarasov. Negli splendidi primi e primissimi piani ritroviamo tradizioni secolari che sopravvivono all’artificiosità dell’assimilazione forzata, che resistono nonostante la pretesa unificante di un’autorità statale il cui potere è già memoria sbiadita proprio come l’icona di Lenin esposta nelle case del popolo o nelle aule scolastiche: il suo culto ormai posticcio è adesso minacciato dall’avanzata di altre liturgie e nuove icone. È il caso della “apparizione” di un’immagine di Charlie Chaplin, per esempio. O ancora: se per Vertov il foxtrot era certo espressione di una società capitalistica, Loznitsa ci porta in quella che sembra essere una sala da ballo, dove giovani danzatori sono alle prese con una coreografia eseguita sulle note della versione russa di “Stublin in”, di Chris Norman e Suzi Quarto.

Perché è proprio questa la forza di Imperium: nello “spazzolare contropelo” i materiali d’archivio, il regista intercetta un’eccedenza che sfugge alle intenzionalità di uno sguardo che – nonostante tutto – cercava tra i territori dell’Unione Sovietica la conferma di una promessa, ovvero che una società socialista era ancora possibile. Alle attività frenetiche delle grandi città si contrappone la lentezza di altri tempi e altre ritualità; ai giocattoli e alle decorazioni esposte nei negozi si contrappone la fatica di chi è costretto a fare il bucato nelle acque ghiacciate del fiume; alla metropoli si contrappongono piccoli villaggi esposti al giogo di una natura ostile. Le stesse riprese effettuate in fabbrica non sono più la celebrazione del progresso: ciò che qui viene meno, insomma, è l’entusiasmo di Marfa Lapkina mentre ciò che rimane è la ripetitiva esistenza di giovani donne impiegate alla catena di montaggio nella fabbrica di automobili di Tolyatti.  

Riportandoci con forza al presente, le immagini realizzate a Kiev sono certo le più “spettrali”. E tuttavia, Imperium non si chiude qui: rifuggendo da un fin troppo facile atto di accusa, Loznitsa lascia che, ancora una volta, sia il carattere predittivo delle immagini ad emergere. Eccoci, allora, a Leningrado, la città simbolo della Rivoluzione d’Ottobre – come spiega la maestra ad alcuni bambini durante il loro primo giorno di scuola. In un movimento che dalle periferie ritorna verso il centro, Loznitsa sembra dunque riavvolgere il nastro per finire lì dove tutto è iniziato. Stacco. Era già tutto pre-visto.

Imperium è un’opera potente, una radicale operazione di montaggio attraverso cui le immagini sembrano ri-prendere posizione davanti alla Storia. Rigiocando insieme logiche estetiche, produttive, registiche e, non da meno, istanze ideologiche, ancora una volta Loznitsa attiva cortocircuiti temporali alla luce dei quali poter rileggere la complessità degli eventi storici: tra presente e passato, tra ciò che è e ciò non è stato. Lo abbiamo detto: l’immagine non è l’impero. E forse, sembra dirci Loznitsa, neanche “l’impero” è mai stato un impero.

Imperium. Regia: Sergei Loznitsa; sceneggiatura: Sergei Loznitsa; montaggio: Audinga Kučinskaitė, Sergei Loznitsa; suono: Vladimir Golovnitski, Ivo Heger; produzione: Essential Filmproduktion, Kino Produzioni, Société Parisienne de Production, Studio Uljana Kim; origine: Germania, Italia, Francia, Lituania; durata: 175′; anno: 2026.

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