L’istituzione a protezione della vita

di EVELINA PRAINO 

Immunitas e persona. La filosofia di Roberto Esposito di Salvatore Spina.

Fuocoammare

Fuocoammare (Rosi, 2016)

In Fuocoammare, film documentario del 2016 diretto da Gianfranco Rosi, le storie di approdo dei profughi e dei migranti provenienti dal Nordafrica sulle coste di Lampedusa si intrecciano indirettamente con la quotidianità gioiosa e seria del dodicenne Samuele Pucillo. Nel corso delle sue avventure sul territorio, in compagnia di un amico o di uno zio da interrogare, Samuele è prossimo ai migranti che attraversano l’isola come ospiti spaventati, incrocia le tracce del loro passaggio e le imbarcazioni con cui le istituzioni li avvicinano, ma non ne è mai sufficientemente a contatto da riuscire a ricavarne una visione d’insieme. Samuele, sempre accompagnato dalla sua fionda, ha infatti una prospettiva d’osservazione particolare: pigro da un occhio e assorbito dalle sue perlustrazioni, fa affidamento sull’occhio “buono” per colpire i suoi cactus-bersagli e, quando con l’ausilio di una benda, prova a rafforzare la sua vista con l’obiettivo di equilibrarla, si affatica e vede minuzie, ma mai a lunga distanza.

Da esaminatore attento delle maglie ermeneutiche del pensiero italiano (Esposito 1988) e studioso di biopolitica, il monito che sottende Istituzione – ultimo testo di Roberto Esposito – sembra assimilabile ai motivi per cui Samuele impone esercitazioni ai suoi occhi: riacquisire una visione completa di un mondo che non solo ci circonda, ma in cui siamo costantemente immersi. Allo stesso modo e fuor di metafora, essere permeati da una realtà politica e conoscerne il dettaglio, non implica che ne si colga il paradigma o i meccanismi vitali che lo attivano e lo alimentano.

Amante della discontinuità storica, alla fine degli anni settanta, Michel Foucault individua nella biopolitica (Foucault 1978) il paradigma operatore della contemporaneità, per cui si assiste a una presa in carico, da parte del potere, dell’aspetto biologico dell’umano e a una riduzione dell’umanità, da parte della governamentalità, alla sua naturalità di specie. In diversi interventi (Esposito 2010), Esposito conferma l’eccezionalità dell’intuizione foucauldiana e – allo stesso tempo – la sua ombra: una mancata articolazione dei lemmi che compongono l’espressione “biopolitica”, per cui essi sembrano essere stati intesi separatamente dal pensatore francese e solo successivamente accostati, ha determinato una sorta di stagnazione del pensiero biopolitico contemporaneo: a una lettura che ha accentuato la componente disposizionale del potere a svantaggio della vita, ridotta alle sue partizioni e alla sua residualità, ne è seguita una che ha entusiasticamente creduto nella vita intesa come forza di riproduzione continua, in grado di superare le contraddizioni storiche e di dissolvere la stessa essenza della politica (Gentili 2012; Amendola, Bazzicalupo, Chicchi 2008). Inoltre, l’imprecisione per cui Foucault non scioglie l’indistinzione tra sovranità e biopotere (Foucault 1998) non consente di delimitare i confini dei due concetti e non permette di stabilizzare la definizione di biopolitica come un potere assoluto sulla vita o come un potere assoluto della vita (Esposito 2004).

Se il paradigma biopolitico è ancora pertinente a delineare la contemporaneità, come sembra affermare la letteratura generatasi sull’episodio pandemico di quest’anno, e lo scarto semantico foucauldiano alla base della “biopolitica” è stato a più riprese pensato, qual è l’aspetto della realtà biopolitica in cui siamo immersi e che eppure – seguendo Esposito – sembriamo non vedere? In altre parole, qual è la visione d’insieme che ci manca dell’attualità, per esserne contemporanei? (Agamben 2008, p. 13).

Per rispondere a questa domanda, è necessario fare un passo indietro e ripercorrere l’itinerario che ha condotto il filosofo campano fino a questo punto; il testo sulla filosofia di Roberto Esposito Immunitas e persona, di Salvatore Spina, edito da ETS, svolge perfettamente questo compito. Già misuratosi con alcuni autori del pensiero biopolitico italiano (Spina 2020), Spina ha il merito di trattare il pensiero di Esposito andando oltre le distinzioni meramente manualistiche, permettendogli così di dispiegarsi nella sua piena potenzialità e di legarsi trasversalmente a diverse correnti della riflessione politica italiana; l’autore fa inoltre uso di due categorie essenziali del lavoro di Esposito – immunitas e persona – al fine di interrogare la potenza del suo impianto concettuale.

Kandinsky

Giallo, Rosso e Blu (Kandinsky, 1925)

La strategia espositiva di Spina è interessante e positivamente problematica insieme: l’autore, infatti, sceglie di presentare il pensiero di Esposito come un’analisi sostanziale della politica occidentale e delle sue categorie e lo indaga ripercorrendo la storia dei due concetti che ermeneuticamente hanno caratterizzato il suo sviluppo; allo stesso tempo, la sua disamina del pensiero dell’autore non segue strettamente l’evoluzione logico-cronologica di composizione, ma viene affrontato a partire dal suo punto limite, ossia dalla coincidenza della logica immunitaria di comunità e l’evento storico del nazismo. A far da sfondo alla riflessione con cui Spina richiama le analisi e le decostruzioni concettuali care ad Esposito, c’è infatti la questione del dispiegamento storico del nazionalsocialismo e il suo affermarsi teorico nella Germania del Terzo Reich, interpretato quasi come una forma di una rielaborazione prepotente delle forze interne alla konservative Revolution di inizio XX secolo. La linea interpretativa con cui Spina sembra interrogare il sistema di Esposito è controcorrente: se si tiene presente che l’immunità in Esposito è il correttivo all’arsenale concettuale lasciato da Foucault, in quanto articolazione che connette il potere istituente e la vita e antidoto alla dominazione della vita da parte della coercizione del potere, analizzare la sua filosofia a partire da una situazione storica di auto-immunità che si è direzionata all’annientamento della vita è sicuramente curioso.

Riprendendo la trilogia di Esposito – Communitas, Immunitas e Bίos – la communitas nasce intorno al munus che, indicando insieme la “legge” e il “dono”, può essere inteso come l’obbligo di dono unilaterale che ogni individuo ha nei confronti degli altri e che è in grado di garantire il legame interpersonale; l’immunitas è invece in grado di provvedere alla stabilità del legame stesso, attraverso la conservazione e la preservazione della vita del singolo: lo statuto immunitario sottrae infatti il soggetto ai suoi vincoli comunitari, configurando l’immunità come «un atto di difesa dell’identità, della proprietà» (Spina 2020, p. 49)  per cui «l’immunità ha a che fare sempre e comunque con lo spazio introflesso di una chiusura radicale» (ibidem). Riconoscendo in termini immunitari l’eccezionalità del nazismo, in cui una comunità è giunta al collasso, annichilendo la vita che tanto desiderava proteggere, la realtà storica di quella vicenda serve allora all’attualità biopolitica: se l’immunità è il paradigma in grado di salvaguardare il benessere della comunità e l’asse ermeneutico attraverso cui colmare lo scarto foucauldiano tra sovranità e biopolitica, compito di una comunità sarà quello di preservare il suo stato di salute, equilibrando le forze di esposizione inevitabile della vita e di conservazione della stessa.

La salvaguardia del politico, per Esposito, è quindi l’esito di un equilibrio comunitario che, attraverso l’affermazione della logica immunitaria, regola il rapporto tra le forze esterne invasive e le forze interne protettive di una comunità, distingue un potere che dà la vita da uno che consegna alla morte e, attraverso la decostruzione del paradigma personalistico, concilia l’istanza vitale con la coercizione giuridica, collocando l’individuo nella zona di intersezione tra le pratiche di soggettivazione e di assoggettamento. In questi termini, allora, i termini chiave del progetto ermeneutico di Esposito diventano essenziali per la lettura della contemporaneità e consentono di identificare nel migrante e nella sua «esistenza anomica», (ivi, p. 39) privata di patria e di destinazione, non un soggetto di diritto, né un cittadino, ma una riproposizione di una nuda vita. Nelle parole di Spina, allora «il migrante, come l’ebreo, diventa colpevole in quanto tale; è la sua dimensione biologica, la sua nuda vita, e non il suo agire o il suo statuto politico […] a renderlo passibile di controllo e di punizione»; (Spina 2020, p. 40) trasporre la biocrazia nazista fuori dal suo tempo permette, però, anche di arrestarla, affinché qualsiasi vita ridotta alla sua residualità ottenga una risposta e un intervento di risoluzione del tutto istituzionale.

Riprendendo l’incipit del nostro discorso, infatti, l’elemento concettuale che Esposito aggiunge ai suoi paradigmi tradizionali, per colmare lo iato interno alla biopolitica, è quello dell’istituzione; recuperando la dinamicità connessa al termine, per cui l’istituzione è tutto ciò che presenta un dato livello di organizzazione strategica, ma è anche la canalizzazione di un’energia istituente mai statica, l’istituzione che si rinnova è l’unico elemento in grado di preservare la vita e, allo stesso tempo, di consentirle pieno respiro (Esposito 2021, p. 20). In quest’ottica, il cono d’ombra impensato della biopolitica è la contrattazione che può avvenire tra la vita e il potere per mezzo delle istituzioni, le uniche in grado di sostenere – a detta dell’autore – un diritto né pubblico, né privato, bensì «impersonale» (ivi, p. 146) e lontano da procedure governamentali esclusive. Ciò che non vediamo della nostra contemporaneità biopolitica, pur essendone immersi, è quindi il potenziale vitale e costantemente rinnovabile che ogni potere detiene in sé, è il vitam istituere connesso a ogni potere sul corpo. Samuele non vede la fitta rete istituzionale che instancabilmente salva i migranti sull’isola di Lampedusa, eppure ne dipende, dal momento che garantisce l’equilibrio umano sul suo territorio; è possibile, inoltre, che la soluzione umanitaria più efficace sia quella più a portata di mano, per cui la regolazione della vita – cittadina, migrante, mai nuda – scaturisca dal dialogo tra la vita stessa e le istituzioni che la proteggono.

<em>Ad Parnassum</em> (Klee, 1932)

Riferimenti bibliografici
A. Amendola, L. Bazzicalupo, F. Chicchi, Biopolitica, bioeconomia e processi di soggettivazione, Quodlibet, Macerata 2008.
G. Agamben, Che cos’è il contemporaneo? Nottetempo, Roma 2008.
R. Esposito, Categorie dell’impolitico, Il Mulino, Bologna 1988.
Id., 
Bìos, Einaudi, Torino 2004.
Id., Comunità, Immunità, Biopolitica, in Atti del convegno: “A piene mani. Dono, disinteresse e beni comuni”, Napoli, 18 dicembre 2010.
Id., Istituzione, Il Mulino, Bologna 2021.
M. Foucault, La volontà di sapere, Feltrinelli, Milano 1978.
D. Gentili, Italian Theory. Dall’operaismo alla biopolitica, Il Mulino, Bologna 2012.
S. Spina, Filosofia come forma- di- vita. Riflessioni sul pensiero di Giorgio Agamben, in Freiburger Zeitschrift fur Philosophie und Theologie, 67/1,  2020, 113-134.

Salvatore Spina, Immunitas e Persona. La filosofia di Roberto Esposito, ETS, 2021.

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