«Com’è possibile che un animale così piccolo faccia un rumore così assordante?», domanda Eva (Clara Tramontano), ragazza madre tossicodipendente, bella e dannata, mentre sveglia la figlia Linda (Mia Ferricelli), adulta in miniatura di otto anni, sfacciata e dallo sguardo attentissimo. Nell’esordio al lungometraggio di finzione delle sorelle Valentina e Nicole Bertani – evento speciale e vincitore del Premio Giometti alla quarantaquattresima edizione del Bellaria Film Festival – le zanzare, esserini rumorosi e fastidiosi, sono Le bambine (titolo italiano del film), ovvero le figlie. Tanto Linda per Eva, quanto Eva per la propria madre: una facoltosa nonna svizzera (Cristina Donadio) da cui la ragazza fugge ripetutamente, questa volta per trasferirsi in Italia, a Ferrara.
Le due registe – le altre “bambine”, impersonate nel film dalle sorelline Azzurra (Agnese Scazza) e Marta (Petra Scheggia) – dopo un lungo periodo di sviluppo guardano a un’estate della loro infanzia: una polaroid bellissima e dolorosa, ibrido di ricordi autobiografici, riscrittura e improvvisazione in formato 1:1, il cui “scatto” coincide con l’aggiunta al duo di un terzo polo, Linda, destinata a diventare la loro migliore amica. L’arrivo dell’ospite indesiderata, elemento esterno che porta scompiglio nell’equilibrio preesistente, è dirompente quanto il loro primo incontro, messo in scena come un incidente sfiorato, con Eva che rischia di investire Azzurra: un mancato scontro fisico che produrrà però uno schianto emotivo fortissimo.
Tre età, tre caratteri e tre sensibilità diverse uniscono le forze per far fronte ai piccoli drammi quotidiani e, soprattutto, per sconfiggere la noia di un’estate in provincia, trascorsa a giocare per strada, nel cortile di casa, in compagnia del fedele Cane, un gigantesco Basset Hound, e sotto l’occhio amico e più o meno vigile di Carlino (Milutin Dapcevic), istrionico e pionieristico babysitter queer. Come già accadeva in La timidezza delle chiome (2022) – diretto dalla sola Valentina – documentario sui gemelli omozigoti con disabilità intellettiva Benjamin e Joshua Israel (presenti anche in questo film), Le bambine è un cinema antropocentrico, fatto di persone e personaggi, nonostante la ricostruzione minuziosa dei paesaggi e dello sfondo dall’estetica Y2K, tra Fior di Fragola, Maracaibo e il Signor Giancarlo.
All’universo adolescenziale, testosteronico e maschile dei gemelli, interamente votato alla scoperta dell’altro sesso, si sostituisce qui quello infantile, femminile e femminista delle tre bambine: corpi in trasformazione alla scoperta del proprio io. La macchina da presa le pone al centro, le osserva attraverso lunghi piani sequenza, le insegue con carrellate in avanti e all’indietro, quasi a rivendicarne il movimento, esteriore e interiore, la vitalità e il rumore, a dispetto di una genitorialità disfunzionale e inadeguata che le vede, e forse le preferirebbe, come bambole – proprio come quelle artigianali realizzate dalla madre di Azzurra e Marta (Jessica Piccolo Valerani) – oggetti silenziosi e inanimati.
Nel film, invece, le bambine non solo ci guardano, ma ascoltano, capiscono, parlano, gridano, desiderano e pretendono. Tanto che le tre chiassose mosquitoes non sono soltanto le protagoniste della diegesi, ma anche il punto di vista del film, costruito a loro misura, alla loro altezza e secondo la loro forma. Come accadeva già in La timidezza delle chiome, le personalità ingombranti dei gemelli prima e delle bambine poi, insieme al loro universo, esondano in ogni aspetto del film, compreso l’apparato grafico.
Se nel primo l’immagine si stratificava con le grafiche dei social network, della rete e dei videogiochi, nel secondo lo strato materico aggiuntivo è propriamente infantile: i colori a spirito del title design, i glitter e le stelline animate, l’effetto dei giochi di scrittura del Grillo Parlante e quello pixelato del Tamagotchi. Lo sguardo delle bambine dà forma a ogni cosa, compreso l’assetto visivo del film. Il formato quadrato restituisce la loro prospettiva ridotta; i colori ipersaturi sono sì quelli tipici della palette anni Novanta, ma anche quelli delle Superchicche e di Sailor Moon, parte integrante del loro immaginario.
Allo stesso modo, la regia ipercinetica del film è giocosa come se fosse stata pensata da una bambina. Così i piani sequenza e i pedinamenti neorealistici collidono con le molteplici prospettive impossibili sperimentate nel corso del film: il punto di vista iniziale del volo oscillante di una zanzara, quello vertiginoso di un hula hoop, oppure quelli capovolti dal fondo di un bicchiere o di una pozzanghera. Gli adulti stessi, tutti privi di un nome proprio – a eccezione dell’affascinante Eva e del buon Carlino – e dunque ugualmente incapaci di accedere al mondo e al linguaggio delle bambine, risultano stilizzati e caricaturali, componendo un campionario umano da teatrino dell’assurdo: la Vicina-Pettegola (Marianna Folli), la Mamma-Bambola e il Padre-Brucaliffo (Matteo Martari).
Tutto è tanto, troppo, esagerato, secondo quell’assenza di mezze misure tipica dell’infanzia, che porta a vivere con la stessa intensità tanto le cose belle quanto quelle brutte. Come la tanto attesa festa di fine estate, climax del film e punto di non ritorno in cui la componente comedy del coming of age cambia segno e si trasforma inesorabilmente in dark comedy, rivelando una crudeltà – che è poi quella della vita – dalla quale l’infanzia non è affatto immune.
E mentre la dissoluzione dell’eccesso avanza inesorabile e l’aspect ratio – più volte violato nel corso del film – si allarga finalmente, Linda si lancia in una corsa doineliana a perdifiato, seguita dalle due sorelline. Una corsa che non termina sul mare di Truffaut, né nel luogo più felice della Terra raccontato da Sean Baker, ma semplicemente alle giostre itineranti di paese: il diritto di Linda a essere ciò che è, una bambina, a tornare piccola, circondata da una sorellanza scelta e non imposta. E alla domanda iniziale posta da Eva – «Com’è possibile che un animale così piccolo faccia un rumore così assordante?» – le due registe rispondono con l’ultima inquadratura del film: Linda sul calcinculo che, rompendo la quarta parete, urla a squarciagola. Un’immagine che diventa il manifesto stesso del loro cinema: piccolo, libero e rumoroso, all’interno di un panorama cinematografico nazionale forse soltanto troppo adulto.
Le bambine. Regia: Valentina e Nicole Bertani; sceneggiatura: Maria Sole Limodio, Nicole Bertani, Valentina Bertani; fotografia: Marco Bassano, Luca Costantini; montaggio: Marcello Saurino; effetti speciali: Mark Bero; musiche: Lorenzo Confetta, Roberto Vernetti; interpreti: Mia Ferricelli, Petra Scheggia, Agnese Scazza, Clara Tramontano; produzione: Emma Film, Cinedokke’, in collaborazione con Adler Entertainment, BA.BE Productions, RSI Radiotelevisione svizzera; distribuzione: Adler Entertainment; origine: Italia, Svizzera, Francia; durata: 105′; anno: 2025.