Questo articolo è stato scritto nel luglio 2026, quando non era ancora noto che Il processo avrebbe potuto essere l’ultima produzione di Archivio Zeta al Cimitero militare germanico della Futa. Il Volksbund Deutsche Kriegsgräberfürsorge, l’ente tedesco responsabile della gestione e della cura dei cimiteri militari tedeschi all’estero, ha comunicato alla compagnia la decisione di non autorizzare, dal 2027, ulteriori spettacoli nel cimitero, interrompendo così un’esperienza lunga ventitré anni. La decisione potrebbe non essere definitiva: nelle settimane successive si è aperto un confronto che ha coinvolto istituzioni regionali e locali, oltre alle rappresentanze diplomatiche tedesche.
La questione, è evidente, oltrepassa la lamentata incompatibilità fra teatro e luogo funerario. Riguarda piuttosto l’avvilente neutralizzazione del conflitto, la trasformazione della memoria in uno spazio neutro, privato, sottratto alla dimensione collettiva.
Il testo che segue, tuttavia, è privo di correzioni retrospettive, e mantiene la sua forma originaria, quella immediatamente successiva alla visione dello spettacolo.
Modificarlo oggi significherebbe inevitabilmente spostare il baricentro della lettura dal lavoro di Archivio Zeta alla minaccia della sua privazione. È uno spostamento più che necessario, ma può essere altrettanto importante, proprio ora, continuare a interrogare ciò che questo teatro ha prodotto alla Futa, soffermarsi sul lavoro degli attori e delle attrici, sulla regia e sulla drammaturgia, sui modi concreti attraverso cui la compagnia ha costruito, spettacolo dopo spettacolo, la propria relazione con quello spazio.
In ogni caso, anche se gli spettacoli verranno interrotti, il cimitero non potrà mai tornare quello di prima. Il teatro resterà al suo interno, con tutte le domande, le relazioni e i cortocircuiti che ha prodotto.
Siamo all’aperto, circondati da prato, pietre e molto cielo, eppure è tutto uno sbattere di porte tra cunicoli e piccole stanze. Il caldo di questo luglio è violento persino in altura, ma il corpo riesce comunque a percepire quel raggelare tipico dell’inverno mitteleuropeo. Sono anche queste le prodezze di cui è capace la compagnia Archivio Zeta, che quest’anno dal 25 luglio al 23 agosto ha messo in scena, in due parti, Il processo di Franz Kafka. Lo ha fatto in uno dei suoi luoghi d’elezione, il Cimitero militare germanico del passo della Futa, sull’Appennino Tosco-Emiliano, nel comune di Firenzuola. È dal 2003 (con I Persiani di Eschilo) che Enrica Sangiovanni e Gianluca Guidotti abitano quello che chiamano Teatro di Marte, lo mettono (e si lasciano mettere) alla prova, riescono a scombinarlo, a mutarlo, nonostante quella punta aguzza in pietra che svetta al centro del cimitero sembri irremovibile.
La prima parte de Il processo aveva debuttato già nel 2025, dopo tre anni dedicati a La montagna incantata di Thomas Mann (2022-2024). Per Archivio Zeta è stato un naturale proseguimento, Josef K. e Hans Castorp sono in fin dei conti due coetanei, giovani di una stessa Europa in crisi: La montagna incantata racconta il progressivo sfaldarsi dell’ordine culturale e morale prima della Grande Guerra, Il processo è già dentro gli effetti di quel crollo.
In ogni caso, il coraggio di un progetto come questo non va sottovalutato. Prendersi il rischio di affrontare alcuni dei grandi nodi della letteratura e della storia del Novecento, scegliere di confrontarsi con uno scrittore ebreo, morto pochi mesi prima che le sue tre sorelle fossero deportate nei campi di sterminio, e farlo in un cimitero che custodisce trentaseimila soldati tedeschi – molti di loro caduti lungo la Linea Gotica non ancora ventenni – provoca un cortocircuito di straordinaria intensità che non teme di misurarsi con una certa dose di violenza. È il tratto più riconoscibile di questo Teatro di Marte: ancora prima che lo spettacolo inizi, mentre camminiamo tra le tombe, Archivio Zeta ci obbliga a fare i conti con il problema della responsabilità – individuale e collettiva – dei processi della storia, con le colpe che ciascuna epoca produce e poi rimuove, ma anche con un senso di oppressione, di destino e di asfissia che soprattutto oggi aleggia minaccioso sulle nostre teste.
È noto quel che Adorno scrive a proposito dei testi di Kafka, nei quali «ogni proposizione dice: interpretami, ma nessuna tollera l’interpretazione». Non è un invito a rinunciare all’esegesi, ma la richiesta di non sostituire l’opera con il suo commento, di prenderla anzitutto alla lettera. È forse qui che va misurato il peso della scena di Archivio Zeta, nella sua scelta di non limitarsi a tradurre, a spiegare o a sciogliere l’enigma del testo, ma di garantire invece, con un buon lavoro di attori, attrici, regia e drammaturgia, le condizioni necessarie per un’esperienza di conoscenza che sia tangibile e che appartiene solo e soltanto al teatro.
È notevole che il rifiuto del naturalismo non impedisca alla compagnia di costruire un mondo concretissimo. Piccoli e grandi cubi di legno diventano porte, comodini, stanze, letti, appartamenti, scrivanie e spioncini. Lo spettacolo ci trascina da una scena all’altra nello spazio labirintico del cimitero, ma presto gli spostamenti smettono di essere semplici trasferimenti. Seguiamo la guida, attraversiamo le soglie, svoltiamo i corridoi, ritorniamo sulle stesse balconate senza sapere come, e non appena i luoghi acquistano familiarità perdiamo ogni possibilità di ordinarli nella memoria. È una specie di girotondo che ci lascia con le vertigini, uno smarrimento silenzioso che si deposita nel corpo prima ancora di raggiungere il pensiero. Quando poi il cancello di ferro della stanza più interna del cimitero si chiude alle nostre spalle, la possibilità che esista davvero un fuori sembra definitivamente perduta. Non basta dire che la spirale della Futa “rappresenti” il labirinto burocratico del tribunale kafkiano, o l’inesorabilità della legge; la forza della regia sta nel riprodurre un principio di funzionamento seguendo i suggerimenti dello spazio, cosicché sia l’esperienza stessa del processo a diventare fisica.
Mentre noi ci perdiamo nella spirale della Futa, Josef K. si perde nella propria accusa. Va detto che ad affidargli un corpo non è un solo attore, ma tre – quattro nella prima parte del 2025 – che si scambiano il personaggio passandosi un pesante cappotto di lana, sul quale è cucita una grande K gialla. Josef K. – pronunciato “Ka” secondo la fonetica tedesca – cambia il suo volto non appena lo si impara a riconoscere, e così poco alla volta perde la sua identità individuale; quasi ci si dimentica di lui tanto la macchina del processo invade ogni interstizio della scena. Al contrario, invece, tutti gli altri personaggi acquistano una precisione quasi caricaturale, e spesso molto più intrigante. Attorno a K. si organizza una galleria di figure eccezionali. La prima a imprimersi nella memoria è Frau Grubach. Enrica Sangiovanni le presta un corpo severo dotato di un’eccezionale disciplina scenica. C’è qualcosa di felino nel suo modo di muoversi, ricorda i salti dei Grandi Attori e delle Grandi Attrici. C’è un famoso racconto di una spettatrice che osserva Eleonora Duse nei panni di Cleopatra: «molti, al salto della Duse sul proscenio, si gettarono all’indietro. Era proprio il balzo di una tigre inferocita. Mi buttai dietro anch’io, e così viva fu la paura che nel movimento battei la nuca contro il muro».
Viene da pensare che qualcosa di quell’arte antica abiti ancora Sangiovanni, soprattutto in certi modi di accumulare la tensione per lunghe attese, e poi liberarsene in un rapido cambio di rotta. Bisogna dire poi della voce, ora cavernosa, ora metallica, infantile, quotidiana: lanciata come un boomerang contro le pareti di pietra del cimitero, ritorna sempre precisa al corpo che l’ha prodotta. Per diventare il pittore Titorelli a Sangiovanni basta uno spostamento quasi impercettibile del baricentro. Restano solo gli stessi occhi chiarissimi, impossibili da osservare troppo a lungo.
Anche Gianluca Guidotti appartiene a quella tradizione d’arte che affida al corpo il pensiero della scena. Per riconoscere il commissario che comunica l’arresto, il giudice istruttore o l’avvocato Huld basta un diverso assetto della schiena, del collo o delle braccia che li faccia apparire più o meno anziani, più o meno consunti. Del resto, questi uomini non hanno una vera differenza psicologica tra loro, li accomuna una calma quasi amministrativa, una presenza quieta e inesorabile che rende il loro potere ancora più inquietante. Guidotti riesce a distinguerli lavorando per minime variazioni fisiche, lasciando che ciascuna figura appaia come una diversa manifestazione della stessa macchina processuale.
Va detto che da alcuni anni Guidotti e Sangiovanni lavorano con un gruppo stabile di giovanissimi attori e attrici, in gran parte usciti dall’Accademia d’Arte Drammatica Nico Pepe. In un panorama come quello italiano, dove la continuità del lavoro è sempre più rara, questa non è soltanto una scelta organizzativa, ma artistica. Il tempo condiviso regala un linguaggio comune, un ascolto reciproco, una precisione che non nasce solo dalla somma di buone individualità, ma dall’abitudine a pensare e a stare in scena insieme. Ai più giovani viene affidato uno spazio reale, senza gerarchie soffocanti o rassicuranti. I risultati sono evidenti; si pensi almeno al Block di Pouria Jashn Tirgan, canino, remissivo, quasi consumato dall’obbedienza, o all’indimenticabile sorriso perturbante di Diana Dardi, in particolare nella Mädchen delle cancellerie e in una delle Mädchen di Titorelli.
In definitiva, è soprattutto attraverso queste figure laterali che Archivio Zeta si mostra più esigente nel rifiuto di un Kafka soltanto cupo. È stato Max Brod a ricordare che leggendo agli amici il primo capitolo de Il processo Kafka rideva a tal punto da non riuscire a proseguire la lettura. Il comico nasce dall’ostinazione con cui uomini e donne continuano a occupare il proprio posto dentro un ordine che ha ormai perduto ogni ragione. Archivio Zeta restituisce questa ossessione con i corpi, la precisione dei tempi, la rigorosa economia dei gesti, o con posture mantenute appena un istante di troppo. Senza accorgersene, allora, ci si scopre a ridere di cuore, ma nel frattempo qualcosa si deposita in gola, e difficilmente ce se ne libera uscendo dal cimitero. Alla soglia d’ingresso il pubblico era stato avvisato: «Il tribunale non vuole niente da te. Ti accetta quando vieni, ti lascia andare quando vai». Ma fino a che punto entrare era davvero senza conseguenze? Quanto il nostro smarrimento, l’incapacità di distinguere un dentro da un fuori e perfino il nostro riso sono stati effetti dell’aver occupato un posto dentro il tribunale?
A rispondere tornano più volte piccole mani di legno, con l’indice puntato, innalzate all’estremità di sottili aste. Talvolta indicano il cielo, più spesso noi che osserviamo. Non sono soltanto invenzioni di scena: essere indicati, in un luogo gravato dalla violenza della storia, significa essere privati di una qualunque posizione rassicurante. La scena, è vero, ci conduce in un indeterminato complesso di stanze dall’odore mitteleuropeo, ma intorno a noi il Cimitero e il suo paesaggio conserva tutto il proprio peso, e il mondo, poco più in là, non smette mai di imporre il suo terrore.
Riferimenti bibliografici
M. A. Krestovskaja Spet, Ricordi di Eleonora Duse (trad. di Olga Signorelli dal manoscritto russo inedito), in L’approdo letterario. Rivista trimestrale di lettere e arti, 5, gennaio-marzo, n. 5.
M. Schino, Racconti del Grande Attore. Tra la Rachel e la Duse, Edimond, Città di Castello (PG) 2004.
Max Brod, Franz Kafka. Una biografia. Trad. di Ervino Pocar, Arnoldo Mondadori, Milano 1956.
T. W. Adorno, Appunti su Kafka, in Prismi. Saggi sulla critica della cultura, Einaudi, Torino 1972.
Teatro di Marte, Il Cimitero militare germanico del passo della Futa, a cura di Elena Pirazzoli, con scritti di Luca Baldissara, Giacomo Calandra di Roccolino, Carlo Gentile, Gianluca Guidotti, Sofia Nannini, Enrica Sangiovanni, Birgit Urmson, e quindici anni di foto di Franco Guardascione, archiviozeta editrice, Firenzuola 2019.
Il processo. Drammaturgia e regia: Gianluca Guidotti e Enrica Sangiovanni; interpreti: Mattia Bartoletti Stella, Diana Dardi, Gianluca Guidotti, Pouria Jashn Tirgan, Sofia Longhini, Giuseppe Losacco, Enrica Sangiovanni; consulenza musicale: Patrizio Barontini; luci: Martin Flack; audio: Elio Guidotti; produzione: archiviozeta; con il contributo di Regione Emilia Romagna, MIC Direzione generale spettacolo; anno: 2025.
*foto: Franco Guardascione