Piano sequenza. Inquadratura fissa. Nel loro nuovo appartamento a Berlino, Hoda, rifugiata iraniana, sta raccontando a Boris, giovane di origini serbe e futuro padre della creatura che la donna porta in grembo, del suo arrivo in Germania al fianco dell’allora compagno Hadi. Quando Boris esce dall’inquadratura, è proprio Hadi ad entrare in campo e, come si fosse verificato un salto nel passato – non segnalato da alcun espediente –, discute con Hoda della necessità di distruggere i loro passaporti. Quindi anche Hadi esce dal quadro; in profondità di campo riappare Boris che fa una domanda alla donna. Hoda, nel rispondere, si volta verso la macchina da presa. Segnala, così, che non esistono confini tra i piani di realtà e finzione nello spaccato della (propria) vita che i due registi, Boris Hadžija e Hoda Taheri, hanno ri-proiettato nel loro lungometraggio d’esordio, I Plant my Hand in the Garden. Neppure la quarta parete.
La memoria, d’altronde, così come la vita o, almeno, la sua messa in forma, è in buona parte una questione di immaginazione. Hadžija e Taheri compiono un atto immaginativo nel rifigurare le proprie esperienze di vita e così, assecondando il lavoro della memoria, con le sue selezioni, omissioni, distorsioni compongono un film altrettanto libero e aperto nelle scelte registiche e nel montaggio di scene ed episodi, esattamente come le identità e le relazioni che mostra e racconta. Boris e Hoda, “alter” ego diegetici dei due registi e da questi interpretati, invece, immaginano una vita di coppia lontana dai loro Paesi d’origine e fondata su un’idea di famiglia altra, diversa da quella tradizionale: sono entrambi queer, intrattengono rapporti con persone dello stesso sesso, sono innamorati e aspettano un bambino.
Centrali nel film sono i preparativi per il matrimonio dei due ragazzi, che permettono alle loro famiglie, distanti per lingue, culture e modo di vita di incontrarsi, e le vicissitudini legate alla gravidanza – compresa una visita ginecologica in cui la macchina da presa entra nell’utero di Hoda. Queste diventano per i protagonisti occasioni per fare i conti con il proprio passato domestico (la depressione del padre di Boris, la morte del padre di Hoda, il legame di questa con Hadi) e con il presente delle relazioni familiari. Dall’affetto con cui le due madri (interpretate dalle vere madri dei registi, così come accade anche per gli altri personaggi) supportano e consigliano i loro figli, in particolare, questi sembrano imparare quel sentimento familiare – da intendere come una libera promessa di stima e d’amore – che li conduce a immaginare una vita comune al di là di qualunque moraleggiante aspettativa.
In I plant my Hand in the Garden, quindi, la famiglia smette di essere “istituzione naturale” per farsi fertile giardino in cui le identità fluide (queer, migranti) dei personaggi e quindi dei loro autori possono crescere rigogliose. Nella consapevolezza che ogni ruolo familiare – quello di moglie o marito, di figlio o figlia, di madre o padre, di fratello o sorella – è, in fondo, una performance. È lo stesso Boris a esplicitarlo quando, nel confrontarsi con un uomo con cui ha passato una notte che gli racconta di aver avuto due figli dalla sua migliore amica, si domanda quanto labile sia il confine (e se sia possibile anche solo immaginarlo) tra un genuino desiderio paterno, animato da quel sentimento familiare di cui sopra, e il capriccio di voler vestire i panni del “padre”. Quegli habiti sociali oltre che familiari (la famiglia è la prima struttura mediana tra sè e mondo) rifiutati da Boris e Hoda: la ragazza restituisce all’atelier il suo abito da sposa dopo il matrimonio, mentendo sul fatto che non sia mai stato celebrato.
È d’altronde lo stesso film il frutto di una lucida performance mnesica, autofinzionale di due registi che continua a riflettere sul senso della relazione, della mediazione. Un gesto esposto nella sua performatività – nel senso fin qui delineato, quindi dallo spessore etico e poetico – dal film stesso, che riempie le sue inquadrature di specchi, finestre, riquadri o altri dispositivi di mediazione (della vita, della sua rappresentazione) come i device che Boris e Hoda usano per tenersi in contatto con le loro madri, il traduttore automatico che permette a queste di comunicare. Non c’è immaginazione o memoria senza mediazione, non c’è famiglia senza relazione, non c’è identità senza il legame con l’alterità.
Immaginare cinematograficamente la propria vita, allora, significa per I Plant my Hand in the Garden – titolo tratto dalla poesia Un’altra nascita della poetessa e regista iraniana Forough Farrokhzad –, piantare non un seme, ma la carne stessa e la mano, in particolare, come primo organo di mediazione con il mondo, in un giardino altro. Per cercare un nuovo radicamento geografico e simbolico (Berlino per i protagonisti migranti) nel presente attraverso i legami affettivi scelti, senza dimenticare il passato nella convinzione di nuovi futuri possibili. Immaginare non qualcosa che si oppone al reale, ma che al reale conduca. Alla verità di una vita. Che non è soltanto quello della creatura che la coppia attende. Nel finale del film, infatti, in un definitivo collasso dei piani di finzione, la ragazza – effettivamente incinta nella diegesi – si spoglia della panciera con cui ha “performato” la gravidanza. La verità a cui ha condotto l’immaginazione, insomma, è quella del film stesso che una vita possibile ha messo in forma. La performance cinematografica di cui Hoda e Boris possono dirsi, infine, genitori.
I Plant My Hand in the Garden. Regia: Hoda Taheri, Boris Hadžija; sceneggiatura: Boris Hadžija, Hoda Taheri; fotografia: Vytautas Katkus; montaggio: Boris Hadžija; interpreti: Hoda Taheri, Boris Hadžija, Branka Hadžija, Jahandokht Taheri, Hadi Khanjanpour; produzione: DFFB, Cruising, Naked, Mala; origine: Germania, Serbia, Stati Uniti; durata: 83’; anno: 2026.