Più piacere che senso di colpa

di ROY MENARINI

Hollywood Babilonia di Kenneth Anger.

Hollywood Babilonia

Theda Bara in Salomè (Edwards, 1918)

La ripubblicazione da parte di Adelphi di Hollywood Babilonia di Kenneth Anger – rigorosamente senza nuova traduzione, senza introduzioni o postfazioni, rispettando la collocazione delle foto e dei capitoli dell’edizione 1979 – è molto utile sotto vari aspetti. Come lo sono sempre le riedizioni quando ci permettono di rileggere un libro con gli occhi della cultura contemporanea. Il volume scandaloso e scandalistico di Anger (un’operazione strana e geniale di un artista sperimentale, occulto, libero, re della controcultura) in verità arrivò in Italia piuttosto tardi: scritto negli anni cinquanta, rifiutato in lingua inglese e proposto per la prima volta in Francia nel 1959, poi pubblicato anche nella ben diversa America del 1965. Già nel 1960 una traduzione italiana venne messa sul mercato dall’editore Sugar ma fu subito sequestrato. Certo, la versione Adelphi 1979 è quella dai più conosciuta – tradotta da Ida Omboni, intellettuale scomparsa ormai sedici anni fa, la cui scrittura diventa un libro nel libro per brillantezza, acume, ironia, capacità straordinaria di restituire il sarcasmo straniante di Anger.

Il libro, lo ricordiamo, consta di 32 brevi e potenti capitoli che vanno dalla lavorazione di Intolerance (Griffith, 1916) fino alla “morte di Hollywood” (identificata con la squallida fine di Judy Garland, morta piena di barbiturici seduta sul water, e con l’assassinio di Sharon Tate), ma si concentra principalmente sugli anni venti e trenta, considerati la vera Babilonia del cinema statunitense per numero di scandali sessuali, vicende peccaminose, suicidi e omicidi, gossip indicibili, alcool e droghe.

Dicevamo della sorpresa nel rileggerlo oggi. Esattamente come negli anni cinquanta, Hollywood Babilonia così com’è non potrebbe più essere scritto. In verità da una parte si accorda perfettamente con un certo tono (e con una certa para-letteratura, ovviamente concepita come tale da Anger) di ambito true crime contemporaneo, comprese le foto macabre e l’indugiare su particolari squallidi o depravati – un approccio, questo, caro anche a James Ellroy: l’influenza di Hollywood Babilonia sui temi e sulla scrittura ellroiana è plateale. Dall’altra, tutti gli scandali si basano sostanzialmente sulla voracità sessuale dei divi hollywoodiani, sulla loro omo o bisessualità, e sul rapporto con i media, prima e dopo l’intervento del senatore Hays. Materia scottante, perché sebbene Anger derida principalmente i moralisti, di certo non salva nemmeno i riccastri sbarcati in California, travolti dal fiume di ricchezza che si riversa sul mezzo cinematografico e incapaci di trattenersi di fronte alle lusinghe del vizio e delle sostanze stupefacenti.

Quindi in alcuni capitoli si possono trovare scelte lessicali (di Anger e di Omboni, ovviamente) come un “cameriere negro” che va in giro urlando «hanno uggiso il badrone», «prostitute di ogni razza», «checche», «finocchi in parrucca bianca» ecc., per non parlare dell’ironia feroce che colpisce chiunque in questa tragicommedia losangelina, in primis stormi di star maschili predatori sessuali e in odor di pedofilia (i capitoli su Charlie Chaplin sono tuttora disturbanti) e starlette giovanissime in cerca di amanti famosi e sessualmente attivissime.

Sarebbe stolto applicare uno standard etico ad altezza 2022 a un libro eversivo che trasforma il pettegolezzo in letteratura, ma non vogliamo nemmeno spazzare il perturbante sotto il tappeto, anche perché Anger è geniale nel mantenere questo approccio da discorso libero indiretto e nello stare sempre un passo al di qua del moralismo o al di là della parodia dei linguaggi giornalistici, in un testo che oggi definiremmo guilty pleasure – con una netta prevalenza del secondo (il piacere) rispetto al primo (il senso di colpa).

Nella mostra delle atrocità hollywoodiane, tra le orge di von Stroheim, la misteriosa morte di Tom Ince, i segreti di Rodolfo Valentino, gli stupri mortali di Fatty Arbuckle, le dimenticate star eroinomani (Olive Thomas o Alma Rubens), i crolli nervosi di Clara Bow, l’ondata di suicidi nel mondo del cinema dopo il crollo di Wall Street (in uno dei capitoli più marziali e micidiali), Anger individua uno sguardo al tempo stesso da outsider sadico e da narratore estasiato. E quando parla della cinica ferocia dei giornaletti scandalistici dell’epoca, sembra quasi che si diverta a descrivere anche Hollywood Babilonia:

Gli addetti alle maldicenze dipingevano a tinte corrusche le Dive come femmine splendenti e senz’anima, che passavano da una festa perversa a un’orgia impudica al braccio di vanagloriosi uomini in smoking di torbida beltà, in un mondo danaroso e profumato ove aleggiavano gli spettri dell’Alcool, della Droga, del Suicidio e del Delitto, mentre nei sobborghi, odorosi di violetta e di finocchio, erano diffuse, a quanto si sussurrava, forme di peccato decisamente più originali della fornicazione e dell’adulterio. I lettori del tramvai avevano speso bene i loro tre cents (Anger 2021, p. 205).

Kenneth Anger, Hollywood Babilonia, Adelphi, Milano 2021.

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