Bucking Fastard, in concorso all’83° edizione della Mostra del Cinema di Venezia, trae spunto – non documentando, ma reinventando e re-immaginando – dalla storia delle gemelle Chaplin, Freda e Greta, balzate alle cronache negli anni ottanta per la loro inquietante sincronia di movimenti, sentimenti e pensieri: camminavano l’una a fianco all’altra, indossavano gli stessi vestiti e parlavano all’unisono. Herzog, incuriosito dalle vicende che gravitavano intorno alle due, le incontrò, intrattenendo una serie di appuntamenti poi interrotti a causa di alcune attenzioni di natura erotico-sentimentale che le gemelle stavano sviluppando nei suoi confronti. Il regista racconta l’episodio nella sua autobiografia, Ognuno per sé e Dio contro tutti (2023), inserendolo tra le “questioni in sospeso” della sua vita, tra i progetti da portare a compimento.
Bucking Fastard è difatti un “film-compimento”. Non soltanto perché realizza un progetto che Herzog conservava da decenni, ma soprattutto perché si rivela uno di quei film che non si limitano ad aggiungersi a una filmografia, ma la riconnettono organicamente, moltiplicandola. A questo punto del percorso del cineasta, Bucking Fastard è dunque l’opera che ripercorre e rinnova tutte insieme le idee di cinema e di vita che lo hanno segnato. Ritroviamo, ad esempio, l’assurdità dell’impresa di Fitzcarraldo (1982), il rischio e la temerarietà di Grizzly Man (2005), le visioni interiori e folli di Aguirre, furore di Dio (1972) e Woyzeck (1979); e ancora, potremmo continuare, l’isolamento di L’enigma di Kaspar Hauser (1974), l’attenzione per l’ “anormalità” di documentari come Paese del silenzio e dell’oscurità (1971); la dismisura del non umano di La Soufrière (1977) o del più recente The Fire Within (2022); le ombre e le caverne del “cinema” di Cave of Forgotten Dreams (2010). Ciò non implica però che l’originalità del film sia lesa: al contrario, Bucking Fastard è un film di Herzog diverso da tutti gli altri e, soprattutto, è un film dove accade qualcosa di mai accaduto prima nella storia del cinema: le protagoniste sono due, ma esperiscono il mondo come una e sola.
Le gemelle Holbrooke sedute sul letto si rivolgono alla macchina da presa ed esclamano all’unisono d’aver fatto un sogno: l’inquadratura, leggermente inclinata verso l’alto, è però filtrata da una sfocatura che le rende non del tutto visibili. Le sorelle sono “velate” per gli altri “normali”, non comprensibili o classificabili, provocando “incidenti” (che divengono casi giuridici, come nel processo che apre il film) o suscitando una bizzarra attrazione sessuale.
La performance indivisibile delle sorelle Mara – come enunciato fin dai titoli di testa, in cui i loro due nomi non sono affiancati singolarmente dal proprio cognome, ma associati a un unico (“Kate Rooney Mara”) – è sì la manifestazione di un’ibridazione corporea, ma soprattutto vocale: l’attenzione ricade sulla cadenza melodica delle parole pronunciate all’unisono, che si legano l’una all’altra, ricordando la rapsodia collettiva di un coro tragico. Joan e Jean si presentano come un’unica, collettiva e parlante mente “aliena”, connessa da fili invisibili, rappresentati dai capelli che le gemelle sono terrorizzate di vedersi tagliare.
Il loro legame indissolubile è reso spazialmente dai corpi sempre inseparabili nell’inquadratura: ogni movimento di macchina è contenitivo, fluido e ininterrotto, grazie alla fissazione della macchina da presa su un gimbal – un giunto di supporto che le permette di ruotare liberamente intorno a uno o più assi. La doppia-presenza in campo viene addirittura intensificata quando le gemelle viaggiano in treno per andare a visitare i genitori: le loro sagome speculari e simmetriche – incorniciate dall’estatica colonna sonora di Ernst Reijseger – sono raddoppiate dalla riflessione nella superfice in movimento del finestrino, generando una visione allucinata di quattro sorelle Holbrooke.
Tale lavoro sullo spazio filmico conferisce a tutte le inquadrature un particolare senso di apertura e flessibilità che, in un certo senso, trasforma in composizione e movimento del quadro il nucleo teorico-filosofico che percorre il film. “Apertura” è infatti la parola chiave di Bucking Fastard: le gemelle conducono costantemente gesti di apertura, come la recinzione da sollevare, la porta da aprire e, soprattutto, il tunnel da scavare. Lo dicono con chiarezza allo stesso Mulroney (Orlando Bloom), il vicino di casa del quale sono ossessionatamente innamorate: “L’apertura era per te”.
Nella parte conclusiva, il tunnel che scoprono nelle grotte vicine alla casa di zia Louise, che dovrebbe condurle verso una terra immaginaria e segreta, le Orcadi – il luogo dell’utopia in cui l’amore è possibile, assimilato ad Atlantide o ad Arcadia – risponde pienamente alla tensione inesausta verso una sorta di Verità dell’esistenza, quella che Herzog “insegue” da tutta una vita. L’apertura che le gemelle non smettono di ricercare – scaveranno per due anni ininterrottamente –, è un gesto fisico che traccia un percorso esistenziale, ed ontologico, che marca l’opera totale di Herzog.
All’interno delle grotte, le sorelle, seguendo una volpe – una sorta di animale totem, una guida spirituale verso l’Illuminazione – scoprono con stupore la presenza di ringhiere, fari e binari, ritrovandosi così all’interno di un sistema di grotte visitabili al pubblico, il cui conducente del trenino turistico che lo percorre è Gareth, il loro innamorato. E allora, forse, più che essere un luogo “razionale”, le grotte, con le loro innumerevoli e labirintiche gallerie, si configurano come la rappresentazione del loro inconscio: un inconscio che esse vivono con tale intensità nelle sue formazioni – come dimostra il lapsus che dà il titolo al film, “bucking fastard” al posto di “fucking bastard”, – da riuscire a materializzarlo in delle rocce calcaree. Lo conferma il guardiano delle grotte che, quando le gemelle giungono finalmente all’uscita del tunnel, impedisce loro di uscirne: “Non posso farvi uscire, perché non potete essere dentro” esclama.
La questione “finale” diviene allora: dove arriveranno le sorelle Holbrooke, dove arriverà Herzog, dove arriveremo noi? Forse alle Orcadi, forse da nessuna parte: “Non è questo il punto” risponde una all’altra quando quest’ultima sprofonda in un momento di crisi. Perché? È lo stesso Herzog a risponderci: «La verità non ha futuro, non ha nemmeno un passato. Ma non vogliamo, non possiamo e non dobbiamo rinunciare a cercarla» (ePub, 2025). È questo che, più che “dire”, Bucking Fastard ci fa vedere e sentire: l’apertura è per noi. Seguiamola.
Riferimenti bibliografici
W. Herzog, Ognuno per sé e Dio contro tutti, Feltrinelli, Milano 2023.
Id., Il futuro della verità, Feltrinelli, Milano 2025.
Bucking Fastard. Regia: Werner Herzog; sceneggiatura: Werner Herzog; fotografia: Peter Zeitlinger; montaggio: Marco Capalbo; musiche: Ernst Reijseger; interpreti: Kate Mara, Rooney Mara, Orlando Bloom, Domhnall Gleeson, Hugh O’Conor; produzione: Providence Road Entertainment; distribuzione: HanWay Films; origine: Irlanda, Usa; durata: 109’; anno: 2026.