Un corpo raggomitolato su se stesso è di per sé immagine di una geometria insita nel nostro inconscio, che richiama al simbolismo della chiocciola rinchiusa nel proprio guscio-casa, dove lentamente trascorre la sua esistenza. Il letto è il nostro guscio-casa; è nido, rifugio, un vero e proprio microcosmo all’interno del quale rintanarci dal frastuono di un mondo in cui non ci sentiamo opportuni. Questa dimensione è al centro del nuovo cortometraggio di Marthe Peters, Henry is a Girl Who Likes to Sleep (Belgio 2026, 13’), che ci fa entrare in una dimensione intima e riservata, fatta di inquadrature fisse e silenzi, in cui il tempo si dilata quasi fino a fermarsi. È in questi spazi che due figure – il corpo della regista e il suo gatto Henry – condividono il bisogno urgente e incontrollabile di rifugiarsi nella rassicurante quiete del dormire. 

A scandire la visione del corto è una continua eco di forme e posture raggomitolate: la giovane Marthe appare in più inquadrature con il corpo inserito dentro una coperta appositamente arrotolata a forma di guscio di lumaca. Questa disposizione corporea, con cui la regista abita gli spazi fuori il proprio nido domestico, traduce in immagine il bisogno di protezione e isolamento, richiamando visivamente anche la posizione assopita dei gatti – mostrati spesso in alternanza di montaggio proprio per suggerire un paragone tra forme e necessità simili, affini.

Si tratta della seconda opera della giovanissima regista olandese, che ci mostra nelle prime inquadrature – che seguono alle immagini di Henry e dei suoi “amici di quartiere”, una serie di gatti della zona a cui Marthe si diverte a dare nomi da anziani – un letto sfatto, vissuto. La macchina da presa, in zenitale, si sofferma su lenzuola e coperte stropicciate, bruscamente tirate via da una mano invisibile, in un’azione di rassetto evidentemente ripetuta, eseguita con la fretta quasi meccanica di un rito probabilmente quotidiano, volto a ristabilire l’ordine di uno spazio ridotto all’essenziale.

Il film d’esordio della regista, Baldilocks (2023), aveva già tracciato i contorni di un cinema radicalmente intimo e personale: attraverso i filmati della videocamera del padre, Peters sviscerava il trauma della sopravvivenza a un cancro infantile; un caso clinico che l’ospedale definiva – come la regista tiene a sottolineare – un vero miracolo della medicina. In Baldilocks aveva volutamente scelto di non mostrare l’immagine di se stessa nel presente: la voce era sufficiente come prova dell’esserci, esserci quantomeno come atto di dovuta riconoscenza verso coloro i quali tanto hanno speso per salvarla. Oggi, grazie al suo piccolo e tenero Henry, la giovane torna a raccontare il proprio reale, mostrando timidamente il suo corpo in solo alcune sequenze. L’animale diventa difatti uno specchio e una presenza fondamentale, capace di scandire i ritmi delle sue giornate e di strapparla all’isolamento. 

Il corto è costruito sulla lettera che Marthe scrive ad Henry, ascoltata da un voice over delicato, che traccia parallelismi tra le loro abitudini, i loro modi di trascorrere le giornate e la necessità impetuosa di riposare, interrogandosi al contempo sull’amore che ha paura di star caricando su Henry come un peso opprimente. Le parole esprimono il suo malinconico desiderio di non volerlo macchiare di sentimenti umani, sentimenti che gli mancherebbero se lei un giorno non ci fosse più. Questo non sarebbe mai accaduto se non l’avesse reso il proprio animale domestico. 

Così, la voce fuori campo mantiene un tono ben calibrato: né troppo sentimentale né distaccato, ma tenero e a tratti ironico. Peters evita di scivolare nell’autocommiserazione, persino nei passaggi più dolorosi come: “penso che andare a dormire sia una delle cose migliori per le persone infelici”. La frase viene da Letters From A Cat di Helen Hunt Jackson, romanzo ottocentesco in cui è un gatto a prendere la parola e a scrivere lettere al suo padrone. Marthe la cita, compiendo l’operazione opposta: è lei in questo gatto a rivolgersi al proprio felino. La voce della regista segue quelle pause che permettono al tempo di scorrere lento e fermarsi sui dettagli di una quiete domestica essenziale all’idea di rifugio in cui la regista e il suo amato compagno di vita si assopiscono. 

Oltre ad Henry e al corpo della giovane, a completare la triade che compone l’opera c’è la figura della lumaca. Tutti e tre si “raggomitolano”, richiamando la stessa geometria della difesa e del riposo, pur declinata in tre specie e tre necessità diverse. Peters lascia che sia lo spettatore a riconoscere le somiglianze tra le forme. Questo legame visivo cattura l’attenzione di chi guarda e lo coinvolge direttamente nel film.

Tra i vari livelli tematici che la giovane regista riesce a toccare – in soli tredici minuti – non possiamo non riconoscere come rilevante la questione anagrafico-temporale intrecciata e parallela. Il gatto e la regista hanno età diverse ma un uguale bisogno di riposo: la ventisettenne che ha bisogno di dormire come una bambina per sentirsi al sicuro, il gatto che invecchia – con un differente scorrere del tempo rispetto a quello degli umani. Il film fa coesistere tre fasi della vita – l’infanzia, la giovinezza e la vecchiaia – lasciando che si sovrappongano e vadano a coesistere, proprio come le tecniche e i formati utilizzati, che si fondono gli uni con le altre, coesistendo armoniosamente. Mettendo insieme il tempo del gatto e quello umano, Peters crea un momento in cui le età non contano più. E tutto questo si vede anche nei diversi formati scelti per il film: l’uso del 16mm insieme al digitale porta simbolicamente a far convivere passato e presente anche nella materia del cinema.

Peters rivendica una natura artigianale del cinema: la possibilità di mettere insieme frammenti diversi, far interagire forme eterogenee della materia audiovisiva, sperimentando e giocando con essa, portando sullo schermo un fine sincretismo. Henry is a Girl Who Likes to Sleep è girato in 16mm, mescolando l’analogico con il digitale, le immagini fisse con quelle in movimento, la ripresa filmica con l’illustrazione e sezioni animate. Questo mosaico di formati e tecniche non fa che riflettere il racconto di una quotidianità in cui si inserisce la presenza della piccola Henry. Il felino era stato adottato su consiglio della sua psicologa, come “strumento” terapeutico per combattere lo stato depressivo della regista: la presenza di un essere vivente che dipende da te, all’interno del proprio spazio quotidiano, che ha fame, che chiede, indipendentemente dal tuo dolore, spinge al gesto minimo e necessario di alzarsi dal letto ogni mattina. Prendersi cura di qualcuno è una delle forme più note di ancoraggio alla realtà durante frangenti che mettono in crisi il riuscire a stare al mondo; “guida” un corpo quando la mente non offre stimoli

Henry non salva Marthe, ma con il semplice esserci le ricorda ogni giorno che c’è qualcosa fuori da quel guscio che ha bisogno di lei. Prendersi cura dell’altro diventa così l’unico modo possibile per prendersi cura di sé.

Riferimenti bibliografici
H. H. Jackson, Letters From A Cat, La Vita Felice, Milano 2016. 

Henry is a Girl Who Likes to Sleep. Regia: Marthe Peters; fotografia: Marthe Peters, Leon Decock; montaggio: Marthe Peters, Leon Decock, Lennert De Taeye; musiche: Maya Dhondt; disegni: Henry Alejandra, Rogghé Pérez; grafiche: Maaike Beuten; produzione: Auguste Orts; origine: Belgio; durata: 13’; anno: 2026.

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