La legge di Newton

di ANGELO PIETRO DESOLE

Helmut Newton Legacy, la mostra di Palazzo Reale a cura di Matthias Harder e Denis Curti.

Helmut Newton, Elsa Peretti vestita da coniglio (1975), dettaglio. © Helmut Newton Foundation

“Al diavolo, voglio diventare un fotografo famoso”, così Helmut Newton nel 1961 comunicò al suo socio australiano, Henry Talbot, di voler mollare lo studio che avevano in comune a Melbourne per andare a fare fortuna in Europa. Newton allora aveva quarant’anni e una corposa esperienza nella moda, affinatasi nelle redazioni “Vogue” di Londra e Melbourne. Ma ancora non aveva sfondato come avrebbe voluto e, spinto da un’atavica insoddisfazione, cercava la sua grande occasione, che si materializzò infine a Parigi, ancora a “Vogue”, ma con una nuova determinazione e consapevolezza dei propri mezzi: «E a quel punto che venne il mio momento. Entrai a “Vogue” Francia e la mia carriera decollò […]. Ora nessuno mi prendeva più per il culo; sapevo esattamente quali fotografie volevo fare e loro sapevano, se sceglievano me, che avrebbero avuto qualcosa di sexy» (Newton 2004, pp. 169-171).

La grande mostra allestita al Palazzo Reale di Milano (a cura di Matthias Harder e Denis Curti) è l’occasione giusta per ripercorrere l’epoca aurea del lavoro di Newton. Introdotta da una sezione dedicata agli esordi, la mostra si snoda poi attraverso una serie di sezioni tematiche dedicate ciascuna a un decennio dell’attività del grande fotografo berlinese. Si può così osservare la vertiginosa evoluzione che porta Newton a passare dai lavori di moda improntati a un sicuro mestiere di influenza reportagistica degli anni ’50, ai memorabili lavori in studio degli anni ’70 e ’80, per arrivare fino agli ultimi anni di carriera.

In totale sono esposte circa 250 immagini, con un interessante selezione di inediti che, se pure nulla aggiungono al profilo di Newton come autore, contribuiscono ad ampliare la conoscenza del suo lavoro. Si possono così vedere una serie di Polaroid di piccolo formato (si tratta proprio delle istantanee che fecero impazzire i fotoamatori di mezzo mondo negli anni ’80) e alcune provinature dei rullini da cui sono poi stati estratti alcuni scatti famosi.

Tra le scelte curatoriali più discutibili c’è quella di proporre alcune fotografie tramite delle recenti stampe a getto d’inchiostro. Scelta discutibile perché filologicamente problematica (Newton non ebbe mai modo di misurarsi col digitale) ma soprattutto perché queste stampe tendono spesso a “bucare” i bianchi, lasciando l’impressione di un lavoro non accuratissimo. Tra queste sono annoverate anche le provinature di cui si diceva sopra, che vengono impropriamente presentate come “contact sheet”, ma a cui, essendo digitali, è esattamente il contatto fisico con il negativo ciò che manca.

Ben altra soddisfazione danno le tante immagini stampate in camera oscura (“vere fotografie” per usare la nota dicitura di Berengo Gardin) che permettono di ammirare la profondità tonale e la perfetta padronanza del bianco e nero di cui Newton era capace. Non mancano immagini a colori, oltre alla già citate Polaroid, che definiscono una parte meno nota, e forse anche meno interessante, del percorso di Newton.

Ma dove si resta davvero senza parole è nella stanza dei Big Nudes, i ritratti realizzati da Newton negli anni ’80 ad alcune famosissime top model. Si tratta di una serie di nudi frontali scattati in studio e stampati a grandezza naturale. La dimensione enorme della stampa è il frutto di un virtuosismo non comune nel lavoro di camera oscura; Newton si affidò sempre a degli stampatori eccezionali, con i quali instaurò un particolare rapporto personale, e questo lavoro ne è testimonianza. L’impatto visivo di queste stampe basta da solo a giustificare il (non modico) prezzo del biglietto e a rendere la mostra imperdibile.

Sono passati ormai quasi vent’anni dalla morte di Newton e la sua caratura nella fotografia del Novecento continua a crescere. Un destino sorprendente se si considera che molti degli autori che negli anni ’70 e ’80 si dedicarono all’erotismo hanno invece vissuto, o stanno vivendo, una parziale rimozione. La vicenda tragica di David Hamilton, suicidatosi nel 2016 in seguito a un caso di presunte molestie avvenute trent’anni prima, è certamente il più noto, ma anche un maestro riconosciuto come Richard Avedon ha visto una silenziosa rimozione dei suoi lavori di nudo a favore dei più commerciali ritratti di moda.

Newton è invece oggi acclamato principalmente come un maestro dell’erotismo ed è quella la parte del suo lavoro che gode della maggiore considerazione critica. Per questo la grande retrospettiva di Palazzo Reale avrebbe potuto osare di più e concedere al pubblico, oltre ai nudi ormai entrati nel canone, anche i più trasgressivi lavori ispirati al sadomaso o qualcosa delle serie esplicitamente pornografiche che Newton realizzò a metà degli anni ’80. Ha forse prevalso la voglia di “normalizzare” un autore che davanti all’obiettivo, così come nella vita, non si tirò mai indietro quando si trattava di dare vita a visionarie fantasie sessuali.

Riferimenti bibliografici
H. Newton, Autobiografia, Contrasto, Roma 2004.

Helmut Newton Legacy, a cura di M. Harder e D. Curti, Palazzo Reale, Milano, 24 marzo 2023 − 25 giugno 2023.

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