Une femme aujourd’hui di Robert Guédiguian, presentato in concorso nella sezione Giornate degli Autori della Mostra del Cinema di Venezia, si apre con immagini di pura trasparenza: il sole su Marsiglia risplende sulle palazzine bianche della città costiera fino a quasi accecare. La protagonista è Juliette (Marilou Aussilloux), una donna che a trentacinque anni ha già accumulato una serie di successi professionali nella sua carriera da consulente finanziaria di alto livello. La vediamo sfrecciare per la città su un monopattino: perfettamente truccata, sorridente, lavora per lunghe ore in ufficio, non ha tempo per le relazioni (sentimentali o familiari) e a fine giornata si tuffa nella piscina della sua moderna villa. Questo senso di trasparenza dello sguardo, che accede liberamente alla vita intima e professionale della protagonista, viene rimarcato dagli spazi architettonici da lei abitati: la casa possiede ampie porte in vetro da cui è possibile osservare tutto ciò che accade all’interno – come effettivamente fa il vicino José –, ma anche il luogo di lavoro è disegnato come un ambiente informale, dove le vetrate sostituiscono i muri, tutti sono amici e niente è nascosto.
Tuttavia, sottoporsi a un regime di continua visibilità non basterà a tutelare la protagonista dallo stupro alla fine di una festa aziendale. Piuttosto, è proprio questa totale leggibilità dello spazio circostante a condannarla: dopo che la donna ha ballato di fronte a tutti con un collega, le dichiarazioni convergono su un dispiegarsi degli eventi ritenuto chiaro, lineare, persino evidente. La denuncia del film potrebbe finire qui: un cupo ritratto della condizione lavorativa femminile, un falso senso di sicurezza e uguaglianza smascherato da un’intrinseca violenza dello sguardo e da uno stato di perenne subalternità.
Immediatamente dopo, però, accade qualcosa di inaspettato: Juliette afferra un bicchiere di vetro, con questo si difende dal collega e, abbandonandolo in strada, riesce a fuggire, per poi imbattersi nel portone di una vecchia villa. Ad accoglierla è un gruppo di giovani donne incinte, una visione che avrà conseguenze salvifiche per la protagonista. Questo incontro, indicando la via verso un’esistenza diversa, sembra scatenare una proliferazione di storie parallele. Attraverso l’interesse della protagonista per la comunità di giovani madre – una casa d’accoglienza analoga a quella ritratta di recente dai fratelli Dardenne –, il film riesce infatti a svincolarsi dalla logica dell’intreccio dominante e dal percorso lineare di Juliette, moltiplicandosi in un insieme di personaggi ed eventi che operano come digressioni, contribuendo nelle loro variazioni a stratificare lo sguardo sulla città di Marsiglia. Tale dinamica viene esemplificata dalle riprese a volo d’uccello che ritraggono Marsiglia e Algeri, presenti sia come inserti discorsivi sia come oggetti decorativi sulle pareti di diverse abitazioni. Quello che poteva apparire uno sguardo localizzante e totalizzante si rivela ora distante, incapace di cogliere ciò che accade sotto la superficie, ma allo stesso tempo suggestivo nella sua riscoperta opacità. Analogamente, al posto delle vetrate che caratterizzavano la villa moderna di Juliette, s’impone sempre più la finestra che offre uno sguardo parziale sul cortile della dimora antica occupata dalle madri: non una finestra spalancata sul mondo, ma uno scorcio limitato su un ambiente abitato da troppe vicende e personaggi per poter essere racchiuso in una singola inquadratura.
La vita di Juliette viene stravolta nuovamente dal ritrovamento da parte della madre Cathy (interpretata da Ariane Ascaride, figura costante nel cinema di Guédiguian) di una lettera del fratello morto, accompagnata da un diario e da alcune fotografie. La madre di Juliette scopre così di essere in realtà la figlia della domestica algerina, rimasta incinta a sedici anni in seguito a una relazione con il padre di famiglia. Quest’eredità riguarda direttamente Juliette, come dimostrano le foto della nonna, impersonata dalla stessa attrice che interpreta la protagonista. Gli album di famiglia conservati acquistano così una connotazione diversa, orientata alla ricerca di questa figura fantasmatica sullo sfondo: è infatti ai margini o lungo la cornice delle immagini che si possono rintracciare i soggetti marginalizzati e razzializzati. Un fenomeno visuale che Tiago de Luca descrive come un «incidente residuale» al momento della registrazione: «What may at first seem a fortuitous and harmless record of familial bliss is revealed as symptomatic of a larger social phenomenon where the structural marginalization of domestic workers is reproduced in a visual economy whose compositions and patterns are as rigid as they are recurrent» (2026).
Le fotografie, così come le immagini della città, restituiscono i limiti della comprensione, accennando solo a ciò che sfugge a ogni spiegazione. Allo stesso modo, i racconti sulla nonna fanno capire a Juliette di possedere un dono: come la nonna prima di lei, attraverso l’imposizione delle mani riesce a fermare il sangue e alleviare il dolore. Il razionale lascia lo spazio all’inspiegabile e all’arbitrario, e le azioni di Juliette non sono più logicamente orientate. O almeno così appaiono dall’esterno, come si può dedurre dall’incredulità con cui i parenti e il vicino di casa apprendono la notizia che la donna ha deciso di accogliere nella sua casa tutte le ospiti della struttura d’accoglienza.
Essere donna oggi, sembra suggerire il film, significa riscoprire le storie silenziate e, al tempo stesso, forgiare nuove alleanze. Il futuro a venire, già custodito nel grembo delle giovani donne, richiede una continua riscoperta della memoria, anche attraverso gesti incantati. Lo dimostra il volo finale dei canarini che da Marsiglia attraversano il Mediterraneo, fino a raggiungere la campagna algerina dove vive la nonna di Juliette.
Riferimenti bibliografici
T. de Luca, On the Background in the Cinema, in “e-flux”, 16 febbrario 2026.
Une femme aujourd’hui. Regia: Robert Guediguian; sceneggiatura: Robert Guediguian, Serge Valletti; fotografia: Pierre Milon; montaggio: Bernard Sasia; musica: Michel Petrossian; interpreti: Marilou Aussilloux, Ariane Ascaride, Jean-Pierre Darroussin, Grégoire Leprince-Ringuet, Gérard Meylan, Lola Naymark; produzione: Agat Films, Bibi Film, Arte France Cinéma; distribuzione: Officine UBU; origine: Francia, Italia; durata: 123’; anno: 2026.