Il cinema di Greene lavora spesso sul confine tra realtà e rappresentazione. Persone “reali” interpretano e riesaminano le proprie storie di vita mediante l’esplicitazione di un dispositivo performativo che sia teatrale come in Actress (2010), mediatico come in Kate Plays Christine (2016) e filmico come nel caso del suo ultimo documentario Too Much Sugar presentato in concorso nella sezione Orizzonti al 83esimo Festival del cinema di Venezia.
Too Much Sugar è la storia di due uomini della working class del Missouri: Holliger, un carpentiere, lottatore e padre di sei figli, e AccRite, rapper e operaio che solo due anni prima visse l’assassinio del figlio sedicenne durante una rissa notturna. Il documentario segue il quotidiano dei due protagonisti e dei loro familiari, restituendo passioni, traumi e preoccupazioni. Tale dimensione osservativa, che impiega la classica modalità dell’intervista, acquisisce forza soprattutto se considerata in relazione ai dispositivi meta-cinematografici con cui il regista analizza uno alla volta tutti i membri della famiglia di Hollinger. Greene coinvolge tutti loro nel processo di realizzazione del film ponendogli una semplice domanda: “Che film sarebbe il tuo film?”. Ogni risposta si trasforma in un breve cortometraggio di finzione in cui ciascuno interpreta il proprio desiderio narrativo: ad esempio, la mamma di Ryan, colpita da un cancro al seno, intitolerebbe il suo film “Die cancer, Die cancer” e ricorrerebbe al genere horror.
È soprattutto il film di AccRite a suggerire una riflessione: si intitolerebbe “Rewind” e sarebbe una sorta di macchina del tempo in grado di riportarlo alla notte della morte del figlio per tentare di salvarlo. La modalità finzionale attivata da AccRite è precisamente quella del reenacment, ossia della ri-messa in scena, attraverso un’azione performativa controllata, dell’evento traumatico da parte del soggetto che ha esperito l’accadimento: non si tratta, però, di una ricostruzione mimetica, piuttosto della creazione di un campo di tensione tra “attore” e “persona”, “passato” e “presente”, “rappresentazione” e “documento” che innesca la generazione di eventi terapeutici e quindi curativi.
In questa prospettiva, Too Much Sugar potrebbe esser letto come l’ultimo capitolo di un percorso autoriale in cui la relazione documentaria si struttura spesso come via d’accesso all’elaborazione del trauma. Ad esempio, documentari come Actress e Kate Plays Christine giocano sullo sdoppiamento dell’identità personale verso una nuova riconfigurazione della personalità o dell’accadimento luttuoso. Se in Actress è Brandy Burre – amica e vicina di casa di Greene – a immergerci nel suo essere simultaneamente due cose, celebre attrice e madre casalinga, e nell’esserlo sempre in modo performativo, in Kate Plays Christine è proprio un reenactment del suicidio in diretta della giornalista televisiva Christine Chubbuck, interpretata da Kate Lyn Sheil, a farsi dispositivo di elaborazione dell’evento traumatico attraverso la sua ri-messa in scena.
La filmografia di Greene dichiara esplicitamente la capacità del “film” – come prodotto finito di un processo – di produrre effetti trasformativi, tanto positivi quanto negativi, su chi viene coinvolto nella sua realizzazione. Se da un lato Too Much Sugar aiuta AccRite nella rielaborazione del lutto, divenendo un veicolo di esplorazione del dolore, dall’altro il film è anche responsabile della separazione di Holliger dalla compagna Amanda: il protagonista interpreta se stesso mentre si dichiara alla propria amata, peccando secondo quest’ultima di non esprimere sentimenti autentici, ma costruiti e funzionali alla performance da mettere in scena. Di queste capacità trasformative del dispositivo cinematografico sulla vita reale è pienamente consapevole il figlio di Holliger, Galvin, che confessa a Greene di temere che il film tenda a glorificare il padre, amplificando una personalità a suo parere già narcisista.
La rete di relazioni di fiducia che si instaura tra i protagonisti, il regista e la troupe – decostruendo interamente la classica distinzione tra chi filma e chi viene filmato, dato che Greene entra in campo così come Holliger si professa regista – è per Greene la via d’accesso a una decentralizzazione della gerarchia di produzione. Greene, così, non si costituisce come l’autorità registico-paterna di Holliger e AccRite: il film è fin da subito collaborativo e partecipativo, affinché la direzione venga frammentata e dispersa tra tutti i suoi realizzatori. Too Much Sugar è allora il suggello conclusivo del vero processo documentario generatosi nell’anno che gli autori hanno trascorso insieme, mescolando le loro esistenze. Ad essere terapeutico non è il film in sé, come prodotto finito, ma la processualità che il film da completare porta con sé e distribuisce equamente, senza asimmetrie, tra chi lo realizza.
La spinta verso la forma relazionale, collaborativa e laboratoriale del film si comprende meglio se inserita all’interno dell’etichetta entro cui Too Much Sugar viene realizzato: Do Something Real. Si tratta di un’etichetta di produzione, che è anche un appello all’azione, ideata da Greene contro l’utilizzo dell’intelligenza artificiale nella produzione documentaria: un film che porta questo “marchio” non ha impiegato alcuna intelligenza artificiale generativa, né schemi di montaggio algoritmici nella sua creazione. L’intento di Too Much Sugar, riletto considerando i propositi dell’etichetta, è ancora più chiaro: celebrare la creazione artistica concepita da persone in carne e ossa che si confrontano con altri esseri umani e con le loro vite, generando situazioni che nessun sistema algoritmico potrebbe replicare né anticipare.
Nel contesto sempre più frenetico dell’utilizzo dell’IA nella produzione cinematografica, la scelta di Greene, più che produttiva, è una precisa presa di posizione estetica e politica: Too Much Sugar, primo film realizzato sotto questa etichetta, è la testimonianza di come il cinema IA-free si costruisca autenticamente attorno a dinamiche di responsabilità, incontro tra soggettività, scoperta del sé e guarigione. Ma la domanda resta aperta: siamo davvero certi che un documentario che impiega l’intelligenza artificiale non possa essere altrettanto capace di restituire delle forme relazionali autentiche? Ad esempio, The End of Times di Bibiana Rojas Gómez e Juan Maldonado, presentato a Venezia 2026 nella sezione de La Settimana Internazionale della Critica, costituisce un esempio esteticamente rilevante del rapporto tra IA e cinema documentario.
Too Much Sugar. Regia: Robert Greene; interpreti: Ryan Holliger, Michael Midgyett, Amanda Sanner, Gavin Jones, Wayde Holliger, Bonnie Holliger, Hank Holliger, Tray Martin, Candy Woods, Ashley Long, Auveon Jackson; produzione: World War Seven Entertainment, Do Something Real, Field of Vision, METHOD M FILMS; distribuzione internazionale: Cinetic Media; origine: Usa; durata: 98′; anno: 2026.