La metafora del contagio

di OLIMPIA AFFUSO

Epidemic. Retroversioni dal nostro Medioevo di Antonio Tricomi.

Epidemic

A mettere definitivamente “sottosopra” la città lombarda, già in grande agitazione per la paura del contagio, fu, per Manzoni, “la condiscendenza, tanto più biasimevole, quanto più poteva essere perniciosa”, dimostrata dalle autorità verso la “preoccupazione furiosa” dilagata nel popolo. Provvide cioè la scelta, propria dei governanti, non d’osservare, ascoltare, paragonare, pensare, prima di parlare”, così da dirigere razionalmente la collettività senza assecondarne i peggiori istinti, ma di piegarsi al “pregiudizio generale”, offrendo un discorso “quale i tempi potevano richiederlo o suggerirlo”. Di qui la legittimazione pubblica di un’ira condivisa e di una umiliazione del “povero senno umano” (in tal maniera spinto a cozzare “co’ fantasmi creati da sé”) pronte sempre a produrre nuovi capri espiatori (i supposti untori) sui quali una folla imbestialita potesse sfogare la sua intrinseca insipienza (Tricomi 2021, p. 28).

È uno dei passi del libro di Antonio Tricomi, Epidemic. Retroversioni dal nostro Medioevo, appena uscito per Jaca Book, un viaggio nei sentieri della letteratura moderna e contemporanea che ha raccontato o immaginato le epidemie e il loro impatto sulle relazioni sociali e sulla struttura culturale e politica delle società. In questo attraversamento letterario del contagio collettivo, l’autore, di scrittore in scrittore, scandaglia come i gruppi sociali e i singoli individui hanno reagito di fronte a situazioni altamente capaci di provocare grandi scossoni negli assetti sociali.

Un sentiero in cui il libro si incammina a partire da Il diario dell’anno della peste (Defoe 1972), tentativo di tradurre il Robinson Crusoe in termini storico-sociologici. È dove si affaccia l’antesignano del borghese, che nella figura del protagonista, «avventuroso e probo uomo medio del futuro» (Tricomi 2021, p. 10), emerge quale individuo capace di far fronte ai tragici imprevisti e, contemporaneamente, di salvare sé stesso insieme alla propria contingenza. Affatto velleitario, per nulla illusorio, Robinson appare, secondo l’autore di Epidemic, in gran parte simile al tipo di uomo che potrebbe emergere da uno dei testi del sociologo Max Weber. Una figura a metà strada, ma anche ponte, tra il self made man e l’ascetico intramondano. Il portatore di un’etica del sacrificio che gli fa conquistare protezione divina e lo rende capace di fare da baluardo al cataclisma. Capace, cioè, di lavorare alla genesi di un inedito modello di civiltà (ivi, p. 21).

Differente invece il punto di vista dell’Ultimo uomo di Mary Shelley, del 1826, dove alla borghesia si ascrive la responsabilità di «azzerare ogni sopravvissuto lascito culturale della società feudale, dopo aver vampirizzato, e infine ripudiato, di questa, i valori» (Tricomi 2021, p. 19). Attraverso la messa a punto di uno sguardo critico sulla borghesia del suo tempo, Shelley celebra dunque indirettamente, secondo Tricomi, gli intellettuali, gli unici che avrebbero potuto garantire «un’etica pubblica a suo modo interclassista» (ivi, p. 21), se solo i nuovi barbari non avessero già condotto al tramonto la civiltà. E se la cultura cristiana non fosse anch’essa perita sotto la scure del cinico materialismo borghese.

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Il Viandante sul Mare di Nebbia (Friedrich, 1817)

Come, con Shelley, durante la peste di Londra si rende evidente il cinismo dei valori borghesi, quale meccanismo di corrosione della civiltà, e a cui nelle campagne inglesi fa da contraltare una plebe incapace di contenere le sue pulsioni e paure, perché incolta, con Manzoni, a Milano, si manifesta quella condiscendenza delle autorità verso la follia del popolo che costituisce uno dei maggiori vizi e dei più gravi limiti nella gestione delle emergenze. Come scrive Tricomi, «quella della massa è sempre, per l’agorafobico Manzoni, la voce dell’uomo della passione» ed è «all’intellighenzia italiana», costituita tanto da borghesi culturalmente progrediti che da nobili decaduti (ivi, p. 29) che egli rivolge la sua critica. A quel gruppo di individui, cioè, incapaci di proporsi quale «matura classe dirigente» e, quindi, di resistere e opporsi al potere dispotico, o di accettare gli umori di un volgo privo di «personalità morale profonda», quasi simile a bestiole (ivi, p. 30), a cui pure guarda con una certa ironica e cristiana indulgenza.

Se questi sono i primi autori a cui Tricomi guarda, nei capitoli che aprono Epidemic, il libro è, in senso più ampio, una incursione in un universo letterario molto vasto, che ha prodotto racconti distopico-epidemici in oltre tre secoli. In alcuni il contagio è stato raccontato nella sua occorrenza storica, in altri come metafora dei sommovimenti che attraversano la struttura della società nella fasi di mutamento economico, politico e tecnologico. Come un teatro, il libro è la scena di una polifonia di cui sono protagonisti, tra gli altri, Albert Camus, Richard Matheson, Jorge Amado, Primo Levi, Gabriel Garcia Marquez, Dostoevskij. Una polifonia semiotica che, attraverso la metafora del contagio, riesce, per frammenti, a raccontare la storia dell’occidente moderno, dei suoi totalitarismi, dei pregiudizi, della sottomissione alle logiche del mercato, delle campagne politiche denigratorie. Senza tralasciare il pensiero di autori come Guy Debord o qualche incursione in altri mondi narrativi, come il cinema.

Partendo dal Robinson Crusoe, e dal discorso intorno alla borghesia nascente, Epidemic arriva fino al tardo ‘900, con autori come Josè Saramago o Philip Roth, dove il contagio è una immagine capace di mostrare come le società siano attraversate in senso antropologico dalla paura dell’altro e che, al tempo stesso esce, improvvisamente, dalla dimensione della responsabilità dei gruppi e delle istituzioni per investire il campo dell’esperienza individuale. Paradigmatica l’angoscia del Bucky di Philip Roth, torturato dall’dea di essere stato lui «il portatore di polio» (Tricomi 2021, p. 154) nel campo giochi che gestiva. Uomo tracotante di responsabilità ma anche enormemente superbo, come scrive Tricomi, incapace di accettare il limite di ogni uomo di fronte alla storia.

Lasciati infine i sentieri della letteratura, ma ancora in compagnia di tutti i tasselli dell’immaginario letterario pandemico e distopico che hanno connotato la nostra cultura, l’autore arriva all’oggi. Sono le ultime pagine del libro, e dalla finzione letteraria Tricomi porta il lettore a riflettere sui primi mesi del 2020. Mesi di una esperienza storica di contagio comune, che, con una domanda, l’autore consegna a una nuova immaginazione: che romanzo potrei scrivere oggi della nostra esperienza?

Non svelo in queste poche righe cosa dirà Tricomi, ma il gioco è particolarmente utile e interessante, perché grazie a esso il lettore viene invitato a spostarsi dal versante di chi vive quel che accade, al versante di chi lo può narrare. Con la sua domanda, l’autore interpella il lettore perché si immagini co-narratore, mettendo in evidenza il carattere corale e dialogico delle opere letterarie. In fondo una strategia per prendere le distanze dalla pandemia e dai suoi potenziali effetti annichilenti. Crisi della presenza, la avrebbe forse chiamata De Martino, che il narrare può contribuire a superare.

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Riferimenti bibliografici
G. Debord, La società dello spettacolo, Baldini Castoldi, Milano 1967.
E. De Martino, La fine del mondo. Contributo all’analisi delle apocalissi culturali, Einaudi, Torino 1977.
B. Weber, L’etica protestante e lo spirito del capitalismo, BUR, Milano 1905.

Antonio Tricomi, Epidemic. Retroversioni dal nostro medioevo, Jaca Book, Milano 2021.

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