Due consigli educativi
Chi pratica come psi si trova spesso alle prese con la richiesta di consigli da parte di genitori, insegnanti, operatori sociali ecc., su come educare figli, studenti ecc. Lo psi di turno può essere più o meno ben disposto verso questa richiesta. Solitamente tende a farla sviluppare, altre volte cerca di coglierne le ragioni, altre fa notare quanto sia in anticipo, ossia che prima occorrerebbe porsi altre domande. In alcune occasioni può mostrare un po’ di contrarietà per una richiesta così gravosa e imprecisa. Non è detto che quest’ultimo atteggiamento non sia quello più opportuno. Facciamo allora un piccolo sforzo e concediamo alla domanda di “consigli educativi” un po’ di spazio, fornendone due molto semplici.
Primo consiglio educativo. Dati i tempi che corrono la casa editrice Feltrinelli ha deciso di pubblicare in italiano una raccolta di testi brevi di Michel Foucault – già editi altrove – intitolandola Introduzione alla vita non fascista, titolo che deriva da un’espressione utilizzata dallo stesso Foucault in occasione della prefazione all’edizione americana dell’Antiedipo di Deleuze e Guattari – espressione a sua volta derivata da Introduzione alla vita devota di Francesco di Sales. In questa prefazione Foucault dice una cosa molto semplice: fascista non è chi vota un certo partito ma chi ama il potere. Dunque, primo consiglio educativo, semplice, pratico, applicabile nella vita di tutti i giorni e di tutte le notti: non amare il potere. Come fare a educare bene qualcuno? Lo si fa non amando il potere!
Secondo consiglio educativo. Anni fa il poeta Zeichen ha scritto una poesia intitolata Solidarietà alla nettezza urbana fate che l’AMA vi ami. A Roma l’AMA era ed è l’agenzia che si occupa della raccolta dei rifiuti. Ai tempi in cui Zeichen scrive la poesia, AMA operava molto male e più che raccogliere i rifiuti sembrava produrli, diffonderli, e per questo era molto odiata dai romani, a tal punto da venire considerata un vero e proprio immondezzaio. Insomma, AMA da agenzia dei rifiuti si era trasformata in rifiuto che produce rifiuti, da agenzia che raccoglie scarti era diventata scarto che fa scarti. In questa situazione il poeta introduce quel che si tratta di fare, si tratta di amare l’AMA, di amare l’AMA fino al punto di farsi riamare da l’AMA e fino al punto di riamarla, di continuare ad amarla. Ecco qui allora il secondo consiglio educativo. Come si fa ad educare qualcuno? Amando gli scarti. Abbiamo dunque due facili e pragmatici consigli educativi. Come si fa ad educare? 1) Non amando il potere; 2) Amando gli scarti.
Limite-atto vs Limite-regola/ragionamento
La domanda educativa si accompagna sempre più spesso con quella sul limite – “come introdurre il limite” è l’insistenza, a volte feroce, al centro di ogni questione educativa. Si tratta sicuramente di una questione importante. Non di meno si tratterebbe forse di smontarla un po’, di verificare la faglia dalla quale insorge tale insistenza – nonché il godimento che deve evitare. Ma continuiamo ad accogliere la domanda e proviamo a rispondere proponendo una differenza, quella tra limite-atto e limite-regola/ragionamento, cosa che ci permette di indicare subito la nostra proposta: se si tratta di introdurre un limite, se è questa la questione, ebbene, allora si tratta di introdurre un limite-atto e non un limite-regola/ragionamento.
Per intendere il limite-atto – ci sembra ci sia ben poco da dire riguardo al limite-regola/ragionamento – dobbiamo definire due coordinate del rapporto genitori-infante: ci concentreremo su questo legame e non su altri che pur chiamano in causa la questione educativa.
Due coordinate
La prima coordinata è l’onnipotenza del genitore rispetto all’infante e la dipendenza radicale dell’infante dal genitore. La seconda. In questa situazione ciò che il genitore dice e fa, non può non essere un’interpretazione dell’infante che lo forma e traumatizza.
Rispetto alla prima coordinata può sembrare paradossale, o quantomeno strano, la facilità e rapidità con la quale questa coordinata si ribalta – come mai questo ribaltamento e come mai così rapido? In effetti sempre più spesso e più precocemente i genitori si dichiarano in balia dei figli – non dimentichiamo che l’infante è il prototipo della posizione del figlio. Del resto, la richiesta di mettere il limite è sempre relativa al figlio e quasi mai ai genitori – che non dimentichiamo si trovano, almeno all’inizio, nella posizione dell’onnipotenza. Dunque, chi è in posizione di onnipotenza si ritrova ben presto in posizione di impotenza, in balia di chi un attimo prima era in posizione di totale dipendenza, e chiede l’intervento di qualcuno perché non sa come mettere un limite a questo ribaltamento.
Rispetto alla seconda coordinata si tende, con una certa unanimità, a riconoscere lo statuto inevitabilmente traumatico dell’interpretazione dei genitori, dei genitori-interpretazione. Con ciò non si accusa, ovviamente, i genitori di dire o fare cose terribili. Al contrario si sottolinea come il semplice prendersi cura, dare nomi, dare senso, inserire la vita dell’infante in delle coordinate, trasmettere desideri ecc., scuote radicalmente la vita dell’infante dandole così una direzione ma anche una pressione. Per alcuni l’aspetto particolarmente traumatico di questo processo, evidentemente necessario per il formarsi di una vita, nel quale l’infante è inserito, sta nelle limitazioni, incasellamenti, lacci, costrizioni che il processo, cioè la necessaria interpretazione dei genitori, determina. In questa direzione si sta cercando di intervenire per rendere meno traumatici questi elementi del processo interpretativo, cercando una docilità, elasticità, flessibilità, neutralità dell’interpretazione, fino ad una certa tendenza a lasciare il prima possibile lo spazio di decisione all’infante – perché non lasciargli decidere il proprio nome allora, questione che in tale direzione è più che legittima.
Da un altro verso c’è chi pensa che l’interpretazione dei genitori sia intrinsecamente traumatica e sia così non tanto in quanto costringe e fascia la vita dell’infante, ma in quanto la perturba, altera, ed in particolare altera e perturba il corpo dell’infante, alterazione del corpo che è la pulsione, il godimento. In questa direzione il trauma non sta nel come dell’interpretazione che l’infante riceve ma sta nel che c’è dell’interpretazione, e in questa direzione non ha alcun valore dedicarsi a modificare l’interpretazione, a favorirne un certo modo piuttosto che un altro – va detto che in questa direzione si tende ad avere un’idea di trauma meno sensazionalista.
Un risvolto
Questa seconda coordinata può, più della prima, mostrare un risvolto. Non tanto quello dell’infante traumatico per i genitori – questo è senz’altro vero, e la stessa prima coordinata lo può dimostrare, ma non è di questo che ci stiamo occupando qui. Il risvolto su cui possiamo portare un momento la nostra attenzione è quello dell’interpretazione dei genitori traumatica per gli stessi genitori. In effetti i genitori, come chiunque, non cessano di venire parlati, di venire interpretati – i genitori, come chiunque, anche quando parlano, quando interpretano, vengono parlati, vengono interpretati. Insomma, per i genitori vale quello che vale per chiunque, anzi diventare genitore potrebbe acuire ciò, vale a dire che è sempre l’Altro a parlare, è la situazione significante in cui si è presi a parlare, dunque a fare parlare, a fare interpretare chi è preso e trascinato in questa situazione – pertanto chi è preso in una situazione significante è sempre trascinato, perturbato, colpito, stimolato da questa e dunque dalle stesse cose che dice, dalle stesse interpretazioni che fa. Detto altrimenti, per i genitori vale quello che vale per tutti: a) il mittente è sempre l’Altro anche quando siamo noi a parlare; b) si è sempre determinati e perturbati da quel che si sta dicendo.
Épater
Utilizziamo un breve passaggio del Seminario XIX di Lacan per entrare un po’ nel merito del limite-atto. In una delle ultime lezioni del Seminario Lacan si sta interrogando per l’ennesima volta sulla funzione del padre, che qui possiamo sovrapporre a quella di limite, e indirizza le cose in un modo molto netto:
Ci si è interrogati molto sulla funzione del pater familias. Occorrerebbe mettere a fuoco meglio quello che possiamo esigere dalla funzione del padre. Quanto ci si riempie la bocca con questa storia della carenza paterna! C’è una crisi, è un dato di fatto, non è assolutamente falso. Per farla breve l’è-pater non ci sbalordisce più. È questa l’unica funzione veramente decisiva del padre. Ho già fatto notare che non è l’edipo, che quella faccenda è andata a rotoli, che se il padre fosse un legislatore ne risulterebbe come figlio il presidente Schreber, niente di più. Su qualsiasi piano il padre è colui che deve sbalordire la famiglia. Se il padre non sbalordisce più la famiglia, si troverà naturalmente di meglio. Non dev’essere per forza di cose il padre carnale, ma ci sarà sempre uno che sbalordisce la famiglia, la quale è notoriamente un branco di schiavi (2020, pp. 204-205).
Come anticipato, si tratta di un passaggio nitido. Lacan gioca, dunque marca, il nesso tra il verbo francese épater, che significa sbalordire, fare colpo, e la parola latina pater, che ovviamente significa padre. In questo modo afferma il tipo di limite che il padre è-introduce, dunque il tipo di limite che si può-deve introdurre in una famiglia, dunque nel rapporto genitori-figli. Al contempo, Lacan indica la famiglia come un branco di schiavi. Lo abbiamo già detto. Il corpo dell’infante è crivellato, colpito, frustato (ecco lo schiavo) dall’interpretazione dei genitori, dalla lalingua circolante attorno a lui – diciamo ora lalingua per rimarcare quanto non sia né il contenuto né la forma dell’interpretazione a colpire l’infante ma la sua fisicità, il suo che c’è (lalingua è un neologismo di Lacan teso a marcare questa materialità del linguaggio e dunque dell’interpretazione, così da marcare il rumore, il tonfo, la cantilena che l’interpretazione fa e come sia questa materialità a pressare e perturbare i corpi, quello dell’infante in primis – va da sé che l’infante è particolarmente esposto a lalingua).
Abbiamo detto che anche i genitori sono colpiti dalla lalingua circolante – per questo la famiglia intera è un branco di schiavi e non solo l’infante. Al contempo, e come in parte accennato, c’è una netta asimmetria: l’infante è infinitamente più esposto alla lalingua rispetto ai genitori e inoltre i genitori partecipano alla lalingua mentre l’infante ne è solamente colpito e strattonato. Ne consegue che in questo branco di schiavi sono i genitori a potere introdurre un limite – prendiamo per buono, come sembra anche suggerire Lacan, che un limite è necessario introdurlo.
Piccola annotazione. Il passaggio al quale ci stiamo riferendo è del 1972. Non si può non notare un certo fastidio, una certa stanchezza di Lacan rispetto a questa litania del limite, che evidentemente già all’epoca era diventata una litania – cosa che si accentuerà molto in seguito, fino a diventare un vero e proprio gadget (va anche detto che oggi è difficile trovare qualche cosa che non sia un gadget). Allo stesso tempo Lacan sembra ridersela un po’, come se trovasse buffa questa smania del limite, questa preoccupazione per la sua evaporazione.
Torniamo al limite e alla sua introduzione. Per prima cosa occorre cogliere che lo si introduce in un branco di schiavi. Vale a dire, lo si introduce, in primis e soprattutto, nell’imbroglio del godimento in cui è preso l’infante. In effetti l’infante, il suo corpo-esistenza, è alle prese con il tentativo di sbrogliarsela con il godimento (pulsione) introdotto dall’interpretazione-lalingua, e si imbroglia in questa impresa, fino al punto da diventare oggetto di questo godimento. Il limite, pertanto, non va messo in alcun modo sull’infante ma sull’imbroglio di godimento con il quale è alle prese – l’infante nel tentativo di sbrogliarsela con il godimento si imbroglia, si impantana, fino a diventare oggetto di questo godimento: qui sì pone, sì introduce il limite.
Che limite? Il limite-atto, quello che qui Lacan chiama épater, e che dunque sta nello sbalordire l’imbroglio di godimento nel quale l’infante è preso – da ora in poi trasliamo questo sbalordire in scombinare, ci sembra più adatto al punto sul quale ci stiamo focalizzando. Ci pare del tutto superfluo dire che il limite regola/ragionamento non può avere alcuna presa in questo imbroglio.
Temporalità
Di questo épater, di questo limite-atto, possiamo tracciare, brevemente, tre variazioni – evidentemente ce ne sono molte altre. Ribadiamo che qui stiamo dando peso ai genitori, stiamo consegnando a loro la possibilità di questo épater, ma evidentemente mettendo l’accento su altro si potrebbe consegnare questo peso ad altre funzioni, altre posizioni, altre vite.
Prima di accennare alle tre variazioni, una nota sulla logica della loro temporalità. La logica della loro temporalità non è quella dell’eccezione ma dell’improvviso-costante. Spesso si tende ad ascoltare-leggere-intendere l’imbroglio del godimento in cui è preso l’infante solo nei suoi momenti eclatanti – per esempio nel momento in cui ha uno scatto di ira, una crisi di pianto, ecc. Questa temporalità rende oltremodo difficile introdurre il limite, perché il limite, dunque le tre variazioni del limite-atto che stiamo andando a considerare, per essere incisive vanno introdotte costantemente. Detto altrimenti, le tre variazioni del limite-atto che stiamo andando a considerare sono una posizione del genitore e non una sua eccezione, sono la sua postura e non il suo exploit. La questione decisiva diventa allora quella di sapere ascoltare-leggere-intendere l’imbroglio di godimento in cui l’infante è sempre preso, ed introdurre, lì e proprio lì e costantemente, le tre variazioni del limite-atto. Ci sono poi i momenti eclatanti, rispetto ai quali si può introdurre il limite-atto, ma è fondamentale non partire dalle situazioni eclatanti per farlo o attendere queste per farlo.
Pertanto, la temporalità dell’épater, del limite-atto, dello scombinare, dello sbalordire, è quella dell’improvviso-costante, dell’immediato-perenne – è una temporalità difficile, ma anche molto bella! Forse è anche l’unica temporalità che ci resta.
Tre variazioni
Entriamo ora nel merito delle tre variazioni. La prima variazione. Si tratta di scombinare l’imbroglio introducendo in questo imbroglio una chirurgica menzogna, cioè una menzogna proprio nel luogo dell’imbroglio; del tipo: a) “tranquilla non succede niente” – cioè questo imbroglio del godimento non ti farà del male, non ti farà fuori, ecc.; b) “non sei obbligata” – cioè non è obbligatorio assecondare questo imbroglio di godimento.
La seconda variazione. Si tratta di scombinare l’imbroglio introducendo una chirurgica carenza, cioè una carenza dal lato di chi questo imbroglio lo attiva – vale a dire, come detto più volte, dal lato di lalingua-interpretazione dei genitori –, e si tratta di introdurre questa carenza in una zona precisa di questo lato, vale a dire la zona dove lalingua-interpretazione dei genitori è prevista applicarsi all’imbroglio del godimento; del tipo: a) “non so cosa ti sta succedendo”; b) “eccomi, sono tutta per te, usami come meglio puoi”.
La terza variazione. Si tratta di scombinare l’imbroglio introducendocisi come una sfasatura. Questa è la variazione decisiva, che al contempo non va senza le due precedenti, contemporaneamente, e solo contemporaneamente, a loro. Non entriamo nel merito di questa necessaria contemporaneità, mentre entriamo, almeno in parte, in questa terza variazione: introdursi come sfasatura nell’imbroglio del godimento! Si tratta di una cosa semplice e per niente facile.
La semplicità sta qui. Si tratta di presentificare che, in quello che accade, nella vita potremmo dire, c’è una sfasatura-alterazione-distorsione, assoluta-incondizionata-improvvisa-costante, dunque irriducibile-insensibile a qualsiasi presa-imbroglio del godimento, e si tratta di presentificarla a sé e su di sé. Inoltre, se, come nel ragionamento che stiamo facendo, si è alle prese con l’imbroglio del godimento di un altro, in particolare di un altro-infante, si tratta allora di scommettere in questa presentificazione della sfasatura a sé e su di sé, di scommettere che questa presentificazione si senta nell’imbroglio del godimento dell’altro-infante con cui si ha a che fare, e vada così a scombinarlo-tagliarlo.
Il per niente facile sta qui. Affinché questa presentificazione (e la sua scommessa) sia incisiva nello scombinare l’imbroglio del godimento e non un giochino sterile e affinché sia incisiva nello scombinare l’imbroglio del godimento anziché incisiva nel consolidarlo, è necessario: a) che nella vita di ciascuno, ciascuno che nel nostro ragionamento diventa la vita del genitore-educatore, diciamo di “colei” che ha a che fare con l’infante, ci sia, in qualche modo, da qualche parte, anche residuale, un po’ di spazio per questa sfasatura, e che dunque questa sfasatura non sia forzatamente-totalmente presa nell’imbroglio del godimento che inevitabilmente caratterizza una vita; b) che nella vita di questa ipotetica “colei” si sia un po’, almeno un po’, sperimentato che in questa sfasatura improvvisa e costante, assoluta e incondizionata, sta propriamente il godimento con cui si ha a che fare nella vita, e che dunque l’imbroglio del godimento in cui “colei”, come chiunque, è presa, altro non è che il tentativo di imbrogliare quello in cui sta propriamente il godimento.
Il per niente facile sta dunque qui, sta nel fatto che (a) e (b) sembrano essere rari e sembrano esserlo sempre più – e probabilmente è proprio così. Non è comunque il caso di farsi prendere dallo sconforto, anche perché il godimento-sfasatura c’è, non può che insistere in una vita, dunque si tratta di rovistare, almeno un po’, così da sperimentarlo, almeno un po’, ecc., così da, non solo ovviamente, sapersi introdurre come limite-atto nell’imbroglio del godimento (proprio, di un infante con cui si è alle prese ecc.). Certo, si tratta di una cosa semplice e per niente facile!
Riferimenti bibliografici
M. Foucault, Introduzione alla vita non fascista, Feltrinelli, Milano 2025.
J. Lacan, Il Seminario. Libro XIX, … o peggio, Einaudi, Torino 2020.
V. Zeichen, Casa di rieducazione, Mondadori, Milano 2011.