Due spicci di Zerocalcare è una serie che fa male. Fa male come quando si ha l’impressione di trovarsi di fronte a qualcosa che sembra non poter essere più rimediabile, risolvibile, gestibile. Se si volesse sintetizzare questa sensazione con una sequenza ben nota nell’immaginario comune, sarebbe come trovarsi obbligati a osservare il percorso di una sfera su un infinito e sgombro piano inclinato, pienamente consapevoli del fatto che quando la corsa è iniziata non ci sarà nulla che potrà più rallentarne il movimento. La premessa non è incoraggiante, ma la metafora va approfondita. Il punto non è tanto fermarsi alla sfera che acquisisce sempre maggiore e incontrollata velocità: ben più rilevante è tentare di capire chi ha collocato la sfera su quel piano e per quale motivo; poi, provare a risalire a chi ha stabilito il grado di pendenza della struttura tanto perfetta per la deriva; ancora, provare a comprendere il motivo per il quale il piano è così liscio e non c’è nulla a rallentare la progressione di un oggetto, che sembra essere stato costruito apposta per rotolare via senza fermarsi mai. Ecco allora che, da abitudinari umarell cittadini, si diventa spietati osservatori, custodi di un campo sconfinato. In altri termini, si acquisisce uno sguardo critico attraverso cui si riesce a vedere la sfera come un corpo – il nostro corpo – e il piano come un sistema, cioè quella complessa rete di istituzioni sociali, politiche ed economiche che regola la nostra stessa esistenza. Prima di andare avanti nell’esplorazione di questo piano inclinato, qualche cenno sulla trama.

Zero gestisce un bar insieme a Cinghiale ma, da qualche tempo, gli sembra che i conti non tornino e sospetta che l’amico abbia qualche problema; si confida con Sarah, che, in risposta, gli chiede se può ospitare a casa sua Smeralda, un’amica comune che ha lasciato il fidanzato perché la picchiava; tra molti pensieri, Zero accetta, saluta Sarah, entra nel suo locale dove poco dopo lo raggiunge  Paturnia, che Zero conosce da adolescente, cioè da quando lo aveva eletto a campione di quella pratica del “Ti pesto come l’uva e lo sai perché? Perché posso”. Paturnia gli chiede dove può trovare Cinghiale e gli annuncia che i guai dell’amico stanno diventando pure i suoi. Primo episodio, due linee narrative: l’incontro con un esponente della malavita romana (Paturnia); il ritorno annunciato, dopo anni, di una ragazza di cui Zero era (e forse è ancora) innamorato (Smeralda). Pur avendo una portata enorme sulla vita di Zero, i due eventi – la somma ingente da racimolare in breve tempo per evitare ritorsioni e l’improvvisa condivisione dello spazio domestico con Smeralda – non sono momenti di crescita, piuttosto di ripiegamento o, meglio, di scivolamento su quell’asse inclinato che si menzionava. Il fallimento, però, non è del singolo, bensì dell’intero sistema sociale. Si apre qui un altro sviluppo narrativo: Cinghiale confessa a Zero il motivo per il quale ha sottratto soldi dalla cassa comune tentando così maldestramente di saldare un debito che, di mese in mese, è cresciuto sempre di più fino a diventare impossibile da coprire.

La faccenda che sta dietro al debito contratto è piuttosto ingarbugliata: dovendo pagare le spese per la comunione della figlia, Cinghiale ha pensato di sottrarre dei soldi a Zero approfittando di un assegno in bianco firmato dall’amico. Per evitare sospetti nel ritiro della somma, ha chiesto aiuto a un conoscente, senza sapere che quest’ultimo era anche uno dei prestanome della banda criminale dei Tartallegra, di cui Paturnia è l’esattore. Ora Paturnia pretende che il debito sia saldato, e se Cinghiale non può, dovrà pensarci Zero. Al di là dell’affondo noir (che riprende in parte la tonalità di Scheletri, 2020), si tratta di un problema economico concreto, come viene anche sottolineato anche dall’incursione nell’animazione di “inserti di realtà” che mostrano sequenze di bambini che giocano e si divertono, proprio mentre Cinghiale racconta quanto è difficile gestire il bilancio di una famiglia. Se tutta la storia viene, in certo senso, risolta sin dalla prima scena – dove in piano sequenza si passa gradualmente dall’interno di un locale chiuso fino ad arrestarsi all’esterno, in una strada poco distante, su una pozza di sangue leccata da un cane (il cane di Montini, che si chiama Giulio perché somiglia a Andreotti) –  quello che rimane irrisolto è il destino di ciascuno dei personaggi perché, alla fine di quest’avventura, Zero capisce che lui e i suoi amici non possono più pensare di fare come i Goonies che, solo restando insieme, sono capaci di risolvere i problemi. Qui servono soldi, ma anche “due spicci di valori”, “due spicci di speranza” e “due spicci di responsabilità”, come recitano i titoli di tre degli episodi.

In questo senso, la serie sembra il proseguo – più che delle precedenti produzioni Netflix – dei due volumi di Macerie prime (2017, 2018), la cui storia iniziava proprio con la celebrazione del matrimonio di Cinghiale. A differenza di quel filone narrativo, che qualche linea di speranza pure la lasciava, in Due spicci lo stato iniziale non subisce alcuna trasformazione perché la narrazione stessa si frantuma nelle tante schegge che appaiono anche nella sigla (e che in Rebibbia Quarantine erano cocci). Sul piano della scrittura, la serie riprende quelli che sono ormai gli elementi riconoscibili della scrittura di Michele Rech: personaggi canonizzati (Zero e l’Armadillo, Sarah, Secco, Cinghiale); utilizzo di un lessico che, a tratti, è anche un marchio (su tutti, “annamo a pija’ er gelato”); moltissimi riferimenti a una costellazione culturale che è tutta generazionale (da Max Pezzali e Giancane a Neon Genesis Evangelion, passando per Batman, I ragazzi dello zoo di Berlino e Pollon); le ormai riconoscibili voci di Rech per tutti i personaggi e Valerio Mastandrea per l’armadillo (con Emanuela Fanelli che ‘presta’ la sua a Smeralda in due scene in cui Zero sembra perdere il controllo della situazione). Ma, a differenza di Strappare lungo i bordi e Questo mondo non mi renderà cattivo, qui è come se le otto puntate fossero una rappresentazione – in presa diretta – di un fumetto di Zerocalcare, in particolare di quelli dove dimensione personale e sociale si sovrappongono (come in Quando muori resta a me, 2024).

Di questa sovrapposizione, sono testimonianza sia il continuo passaggio tra l’esterno del mondo abitato dai personaggi e “l’interno” di Zero, sia le interruzioni che servono a introdurre e a contestualizzare i nuovi blocchi narrativi e, di fatto, a far progredire la storia. Volendo rimanere dentro la serie senza necessariamente trovare in essa manifesti e modelli di riferimento, occorre ripensare la narrazione non in senso progressivo ma come un movimento al contrario, una sorta di ritorno al centro del corpo. E così, quando Zero il “sellerone” ordina al suo cervello di scollegare i legami tra azioni e conseguenze per affrontare apertamente Paturnia (che si scopre essere anche l’ex fidanzato violento di Smeralda), la sua coscienza – un mondo abitato da tantissimi armadilli – si spegne a poco a poco, “un interruttore dopo l’altro”, fino al ritorno in uno stato in cui vivere è una questione di presente, dove non c’è più nessuna proiezione di futuro, né paura di agire. Quella sfera lanciata sul piano inclinato esaurisce la sua corsa perché si schianta contro la realtà di una sospensione del tempo: se qualche anno fa le macerie potevano ancora essere raccattate e rimesse insieme, i “due spicci” di cui ora si ha veramente bisogno sono quelli con cui costruire sinceramente un legame sociale in assenza di altro. Del resto, non è Zerocalcare ad aver scritto un racconto cupo, ma è il sistema stesso a essere carente: il debito non viene saldato e Cinghiale e Zero sono costretti a cedere il locale alla malavita, Smeralda ha bisogno di una casa ma il centro antiviolenza le dice che il Comune non ha tutti gli alloggi sufficienti.

Ogni tentativo di riscatto diventa impossibile poiché manca il sostegno di un’infrastruttura, e questo è un fatto, come rivela anche la grande caratterizzazione di Montini (il cui personaggio mostra quanto la società tenti di tappare i suoi buchi attraverso un regime punitivo che non rieduca né riabilita). Il messaggio politico più forte della serie è che i problemi non si risolvono, piuttosto si può instaurare una pacifica convivenza anche con loro. Se Questo mondo non mi renderà cattivo era più rivolto all’esplorazione dello spazio compreso nel “cerchio della cortesia” (delimitato da un “muretto base”), Strappare lungo i bordi si spingeva fino allo spazio che accoglie gli affetti e Rebibbia Quarantine (anche per forza di cose) esplorava lo spazio che accoglie solo se stessi, Due spicci scende ancora più al fondo della dimensione individuale. Come afferma l’armadillo (che, in questa serie, sembra volere più bene a Zero), la barriera, l’ostacolo, l’impedimento non è la torre in cui ci si rinchiude, piuttosto la botola dove il groviglio di “una pianta infestata piena di spine” traccia l’unico posto in cui si può respirare oltre l’apnea del mondo. Un posto dove nessuno può entrare altrimenti tutto crolla: lì Zero ritorna bambino e impara semplicemente a resistere su un piano inclinato. Impara ad accettare di essere un corpo che è anche una sfera. Che è anche una frattura.

Due spicci. Regia: Zerocalcare; sceneggiatura: Zerocalcare; character design: Elisa Tulli; direzione artistica: Erika De Nicola; musiche: Giancane; doppiatori: Zerocalcare, Valerio Mastandrea; produzione: Movimenti Production, BAO Publishing; distribuzione: Netflix; origine: Italia; anno: 2026.

Riferimenti bibliografici
Zerocalcare, Macerie prime, BAO Publishing, Milano 2017.
Id., Macerie prime – Sei mesi dopo, BAO Publishing, Milano 2018.
Id., Scheletri, BAO Publishing, Milano 2020.
Id., Quando muori resta a me, BAO Publishing, Milano 2024.

Tags     Netflix, zerocalcare
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