Forma: sentire il mondo

di IRENE CALABRÒ

Dov’è il mio corpo? di Jérémy Clapin.

Una mosca, delle gocce di sangue; una mano mozzata che tenta di fuggire da un laboratorio di dissezione, sotto lo sguardo indiscreto di un occhio abbandonato sul pavimento. E le prime immagini in bianco e nero, che mostrano un bambino che osserva una mosca. Il bambino tenta di acchiappare la mosca; chiede al padre, vicino a lui, com’è possibile catturare un animale che con degli occhi così grandi riesce a vedere tutto. L’immagine in bianco e nero sparisce e torniamo alla vicenda della mano che riesce a saltare fuori dal laboratorio di dissezione in cui si trovava, nel tentativo di ricongiungersi al corpo di Naoufel.

La mano mozzata di Naoufel è la protagonista del film di animazione Dov’è il mio corpo? di Jérémy Clapin. Tutto, infatti, nel film di Clapin, è creato dalla mano: è la mano che ricorda Naoufel, la sua infanzia, la morte dei genitori e l’inizio di una nuova e triste vita con i parenti ai quali viene affidato; l’incontro e l’amore per Gabrielle, che lo conduce a cambiare nuovamente la sua vita, a diventare l’apprendista di un falegname e a perdere la sua mano destra. Le immagini dell’esistenza di Naoufel sono dunque depositate nella sua mano: il sogno di diventare un astronauta e un pianista; il sogno di scoprire il mondo, di scoprire che un corpo può arrivare in un posto sconosciuto, nello spazio, nei luoghi più alti e più bassi del mondo. Ma se è proprio la perdita dei genitori e la perdita della mano a impedire a Naoufel di realizzare i propri sogni, la mano stessa, oltre la perdita e la mancanza, riesce a divenire un corpo nuovo che può scoprire gli angoli più nascosti del mondo. La mano mozzata protagonista del film, infatti, non narra solamente la perdita dell’infanzia, dell’amore, dei sogni di Naoufel, ma sembra perdersi essa stessa, allontanarsi a tratti dalla narrazione e avventurarsi nel mondo.

A partire dal salto, la mano mozzata di Naoufel diviene dunque anche una mano “impersonale”: la sua avventura, infatti, che a tratti eccede la narrazione, riscopre e ci fa riscoprire il mondo, sospendendo ogni discorso sul mondo e nel mondo: la mano può toccare, vedere, ma non può parlare. Se nei flashback dell’esistenza di Naoufel c’è sempre qualcuno che parla, l’immagine sonora che accompagna l’avventura della mano ci restituisce perlopiù dei suoni; forse qualche voce, ma che niente ci racconta del mondo.

L’animazione di Clapin ci fa dunque riscoprire innanzitutto la potenza del tatto che, oltre la potenza creativa o il potere distruttivo della mano, si apre, come se fosse la prima volta, al mondo. La mano, la parte del corpo più caratteristica di quell’animale che chiamiamo uomo, si ritrova risospinta in un mondo quasi primordiale: tenta di sopravvivere tra gli strati più bassi e più alti della realtà che proprio l’uomo, attraverso le sue mani, ha edificato e continua a edificare. La mano si trova così a combattere, sul tetto di una casa, con un piccione; si ritrova, per una serie di sfortunate combinazioni, a fuggire da un camion dei rifiuti e a lottare contro dei topi; ci mostra che c’è vita anche nei luoghi più nascosti di una stazione metropolitana, lì dove solitamente i nostri occhi non possono arrivare.

Intrecciandosi con i ricordi dell’esistenza di Naoufel, l’avventura della mano continua: viene assalita dalle formiche, si nasconde per sopravvivere al selvaggio mondo della natura — una mano, proprio una mano, ciò attraverso cui si crea e si distrugge, adesso può solo tentare di ripararsi dal mondo della natura che prende il sopravvento e che non ha più il potere di controllare. La natura prende il sopravvento sulla potenza e sul potere della mano anche simbolicamente: dall’inizio alla fine del film, infatti, c’è sempre una mosca, nei ricordi di Naoufel e nell’avventura della sua mano mozzata, che simboleggia la morte — come nella pittura rinascimentale: pensiamo, ad esempio, alla mosca della Madonna col Bambino (Madonna Bacheo Lenti) di Carlo Crivelli. Ma c’è sempre qualcosa che tenta di sfuggire al potere simbolico che l’uomo ha imposto alla mosca, qualcosa che, come Naoufel da bambino, vuole catturare e magari uccidere quella mosca simbolo di morte.

C’è una potenza vitale che nel film vuole andare al di là di qualsiasi simbolismo, oltre ogni forma che proprio l’uomo crea a partire dalle sue mani, oltre la mosca simbolo di morte, oltre la mancanza della famiglia — la cui distruzione sembra decidere dei sogni, dell’esistenza di Naoufel e della sua capacità di creare relazioni — per inventare una nuova forma di esistenza, un nuovo modo di sentire e toccare il mondo — come avviene nel romanzo Il mondo secondo Garp di John Irving, che Gabrielle dona a Naoufel.

È dunque una riflessione sulla forma quella che viene fuori dal film di Clapin. La mano e la sua avventura, la scoperta di un mondo animale che eccede la forma della realtà imposta dall’uomo; le immagini dell’esistenza di Naoufel che mostrano il bambino che tenta di dare una forma al suo futuro: è una riflessione sulla capacità che ha l’uomo di creare forme. Quando la mano, durante la sua rocambolesca avventura, incontra un graffitaro, mezzo animale e mezzo uomo — perché la sua è una testa di piccione — che scrive su un muro: “Je suis là”, “io sono qui”, la riflessione sulla forma prende il sopravvento. Qual è la forma di un corpo? Qual è il luogo di una forma? O forse è la forma stessa a divenire un luogo? Cos’è che decide di una forma? Com’è possibile “formare”? E quando una forma può dirsi difforme o deforme rispetto a un’altra?

Il film di Clapin non risponde a nessuna delle domande che fa sorgere, ma ci dà un indizio. Quando la mano, dopo la sua avventura, riesce finalmente a raggiungere Naoufel per ricongiungersi con il resto del suo corpo, si ritira. Perché Naoufel scopre un altro modo di esistere nel mondo, un altro modo di sentire e toccare il mondo: scopre che il corpo può infinite forme e che non ci sarà più una forma prefissata, di un’esistenza, di un corpo umano “completo” che tale deve essere per scoprire, toccare e sentire il mondo.

Come all’inizio del film, anche nel finale c’è un salto. Questa volta, però, non è più il salto della mano che inizia a scoprire il mondo, ma è il salto di Naoufel. Solo alla fine, infatti, Naoufel diviene il protagonista del film, proprio nel momento in cui sembra capire che il suo corpo ha ancora delle possibilità, che nessuna idea di forma unica, compiuta e precostituita può decidere della potenza di un corpo. Naoufel scopre che il suo corpo è ancora capace di relazionarsi al mondo, di toccarlo e di scoprirlo; scopre forse che il suo corpo e la sua esistenza non mancano più di niente; scopre che il suo corpo, con la sua nuova forma, può a sua volta generare altre forme, può ancora creare, toccare e sentire il mondo.

Dov’è il mio corpo?. Regia: Jérémy Clapin; sceneggiatura: Jérémy Clapin, Guillaume Laurant; animatori: Jérémy Clapin, Quentin Reubrech, Julien Bisaro, Maïlys Vallade, Loïc Espuche; montaggio: Benjamin Massoubre; musiche: Dan Levy; doppiatori originali: Hakim Faris, Victoire Du Bois, Patrick d’Assumçao, Alphonse Arfi; produzione: Xilam, Auvergne Rhône-Alpes Cinéma; distribuzione: Netflix; origine: Francia; durata: 81′.

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