Doppi vincoli e doppi salti mortali

di LORENZO MARI 

Stato, violenza, libertà a cura di Fabio Dei e Caterina Di Pasquale. 

Paolo De Biasi, Ephemeral, 2012.

Non succede di frequente che i prodotti della ricerca accademica creino un dibattito culturale vivace e fecondo anche al di fuori del ristretto ambito disciplinare di riferimento. Tuttavia, nel caso di Stato, violenza e libertà, antologia di saggi a cura di Fabio Dei e Caterina Di Pasquale, ha avuto luogo proprio questa estensione verso altri spazi del dibattito. Il libro, infatti, raccoglie gli interventi del convegno “Stato e antropologia: potere, confini, corpi”, svoltosi presso l’Università di Pisa nel gennaio 2017; al tempo stesso, come scrive Dei nel saggio che apre l’antologia dettando precise tonalità, Stato, violenza e libertà intende dare una risposta articolata e plurale agli interrogativi posti da Barbara Carnevali, nell’articolo “Contro la Theory. Una provocazione”, pubblicato su Le Parole e Le Cose il 19 settembre 2016.

Nei successivi contributi, la riflessione si sviluppa secondo le direttrici della più aggiornata ricerca in campo etno-antropologico, offrendo così molteplici spunti d’interesse, poi raccolti e rielaborati nelle recensioni al libro sui quotidiani nazionali, ma anche nei recenti articoli su Il lavoro culturale (con gli interventi, al momento, di Fabio Dei, Pietro Saitta, Valerio Romitelli e Armando Cutolo).
È la stessa storia della pubblicazione e ricezione, dunque, a testimoniare la rilevanza e la duttilità del libro: entrambe hanno origine nella mossa (strategica, ma anche culturale e politica) delineata qui sopra, ossia l’intenzione di dare corpo alla “provocazione” di Barbara Carnevali partendo da uno specifico approfondimento disciplinare. In questo modo, acquisisce maggior precisione l’attacco dell’autrice verso «una specie di scolastica postmoderna nota a chiunque insegni una materia umanistica all’università», che trae origine da:

Un canone di autori disparati ma accumunabili in una generica postura radicale (Marx, Nietzsche, Lacan, Foucault, Deleuze, Bourdieu, Agamben, Said, Spivak, Butler, Žižek, l’onnipresente Benjamin, l’uscente Derrida, la new entry Latour…), fuse in un solo crogiolo e ridotte a un’agenda tematica angusta: il potere, il bios, il genere, il desiderio e il godimento, il soggetto e le moltitudini, la coppia dominanti-dominati, il capitale e lo spettacolo, etc.

 

Quel che ne risulta, però, è anche una deviazione dall’impianto principale del j’accuse di Carnevali, nel quale si dava per acquisita una sostanziale omogeneità, se non una certa indistinguibilità, delle applicazioni del “canone” proposto allo scopo di ribadire, a ogni piè sospinto, la preminenza di un diverso lavoro filosofico rispetto alla scolastica veicolata dalla Theory. Confrontandosi con le più recenti correnti (o forse “scuole”, stando all’indicazione di “scolastica” da parte di Carnevali) di ricerca in ambito antropologico, Stato, violenza e libertà mette sotto torchio gli esiti più recenti e forse più estremi del critical turn nella propria disciplina, dall’”antropologia critica” propriamente detta ad un luogo comune ricorrente in molte analisi come quello per cui “tutta l’antropologia è antropologia politica”.

Lo scrutinio riguarda anche opere specifiche, come ad esempio il recente On Suicide Bombing (2007) di Talal Asad, o anche la proposta di “antropologia medica critica” da parte di Nancy Shepher-Hughes, risalente almeno agli inizi degli anni novanta.
Critiche, queste, che trovano sicuramente riscontro nelle debolezze dei due testi citati, a partire dalla constatazione che qui, come anche altrove, si evocano alcuni significanti – “Stato” e “neoliberismo”, tra gli altri – dei quali, in ultima istanza, si enfatizza esclusivamente l’aspetto repressivo, a discapito delle altre dinamiche socio-culturali e politiche ad essi correlate (e che sono oggetto d’interesse precipuo per l’antropologia culturale). Allo stesso tempo, però, e proprio in chiave di “critica della critica”, pare significativo il frequente ricorso, da parte degli autori inclusi nell’antologia, alle opere che compongono il “canone” stesso della Theory.

Un esempio, tra i tanti possibili, riguarda Sur l’État (2012) di Pierre Bourdieu, e non soltanto perché l’autore è citato espressamente da Carnevali nel suo articolo come esponente della Theory, o per il fatto che, nelle intenzioni di Bourdieu stesso, le lezioni tenute dal 1989 al 1992 al Collège de France non avrebbero dovuto essere pubblicate come libro autonomo (pur contenendo una preziosa elaborazione di quanto proposto nei saggi precedenti). Nel tracciare la sociogenesi dello Stato moderno, Bourdieu si colloca certamente su un piano diverso da quello delle rappresentazioni più caricaturali dello Stato come apparato repressivo; tuttavia, la prospettiva di Bourdieu sembra distanziarsi dalle analisi più specifiche dell’antropologia culturale allo stesso modo in cui, più in generale, scartano da quest’ultima le elaborazioni legate alla Theory. In altre parole, se la critica della Theory è la critica di una scolastica, essa attiva un doppio vincolo nei confronti dei testi canonici, richiedendone una diversa lettura e al tempo stesso bloccando alcuni, se non tutti i possibili, sviluppi di questa re-interpretazione.

Pino Deodato, Preciso disegno secondo canoni della sezione aurea (dettaglio), 2014, ph Tommaso Riva.

Altrettanto aperta resta la questione della specifica applicazione della Theory in campo antropologico: essa viene spesso ricondotta all’influenza degli studi postcoloniali, ma tale filiazione non viene mai del tutto esplicitata, se si eccettuano alcuni episodi – come ad esempio la critica dello stesso Dei all’uso del termine “forclusione”, da Spivak in poi – che non sembrano però essere decisivi nello squalificare definitivamente tale approccio. Per contro, è certamente possibile che da una pratica piuttosto diffusa negli studi postcoloniali abbia origine il luogo comune per cui “tutta l’antropologia è antropologia politica”. Ciò è ancor più tangibile in fatto di critica letteraria, un ambito dove la Theory ha sempre avuto un notevole, se non il maggiore appeal (specchiandosi e radicandosi, del resto, nei bricolage ideologici offerti dai testi letterari, che sono campi di indagine almeno in parte differenti, da un punto di vista qualitativo, dalle pratiche culturali analizzate secondo una prospettiva sociologica o antropologica).

Tuttavia, l’analisi della scolastica postcoloniale non significa necessariamente che l’impianto teorico-metodologico degli studi postcoloniali – a partire, ad esempio, dalla “lettura contrappuntistica” promossa da Said da Cultura e imperialismo (1993) in poi – sia costitutivamente deficitario. Insieme e forse ancor più di un problema metodologico, si può infatti parlare di un “doppio salto mortale verso la prassi”, dove la struttura stessa dell’analisi bypassa la complessità dell’articolazione scientifica per ottenere una (spesso illusoria) fungibilità politica. Sintomo, questo, che affiora in molti campi disciplinari e che può essere ricondotto, in prima istanza, ad una divisione del lavoro accademico che non sembra più essere riformabile né sovvertibile, presa com’è nella morsa politico-economica della governance, qui certamente di marca “neoliberista”, del sistema universitario. Si produce allora una sorta di compensazione nei lavori di ricerca, laddove la strumentalità politica può apparire più evidente, ma è, di fatto, ancora meno efficiente.

Una simile prospettiva, trasversale alle discipline e ancorata alla materialità del lavoro intellettuale, può prendere in esame non soltanto la Theory – così com’è proposta da Carnevali sulla falsariga della French Theory o dell’Italian Theory – ma anche il peso sempre maggiore che hanno le cosiddette Digital Humanities, o anche altri tipi di mainstream accademico, come quelli evocati da Saitta nel suo articolo, ossia «gli economisti ordoliberali, i giuristi di Harvard assoldati per giustificare la tortura e immaginare nuovi modi per violare le convenzioni internazionali, oppure i tecnocrati impegnati a escogitare criteri di valutazione e auditing sempre più punitivi e forieri di disuguaglianze». E se le questioni aperte da tali sviluppi inter e sovra-disciplinari riguardano davvero, a tutto campo, il lavoro intellettuale, ne nasce forse il bisogno di un ulteriore e ulteriormente paradossale ritorno ad un autore che può far parte del “canone” della Theory (non citato da Carnevali, ma recuperato da Fabio Dei nel suo saggio) ovvero Antonio Gramsci, con la sua complessa e dinamica teorizzazione di una possibile “filosofia della prassi”.

In ultima analisi, dunque, partire dal critical turn delle Humanities per fornirne una critica (così come si evince dalla lettura complessiva di Stato, violenza e libertà, pur nella disomogeneità delle posizioni esposte nei singoli saggi), la quale a sua volta si espone ad ulteriori critiche, costituisce un excursus che può apparire tortuoso e che presenta il rischio di incontrare doppi vincoli o, per altri versi, doppi salti mortali. In ultima analisi, però, si tratta di una proposta intellettuale che può essere salutare nel suo essere sostanziata da specifici approcci disciplinari; non per questo, però, la si può facilmente intendere in un senso radicale o da una prospettiva esclusivamente interna alle singole discipline.

Vanni Cuoghi, Monolocale 5, 2015.

Riferimenti bibliografici
P. Bourdieu, Sullo Stato. Corso al Collège de France vol. 1, Milano, Feltrinelli 2013.
F. Dei, C. Di Pasquale, Stato, violenza, libertà. La «critica del potere» e l’antropologia contemporanea, Donzelli, Roma 2017.
E. Said, Cultura e imperialismo, Gamberetti, Roma 1998. 

*In copertina Giuseppe Veneziano, Electric Joker, 2011 (courtesy Galleria Contini). 

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