Uno sguardo (o due) sulla catastrofe

di PIETRO MONTANI

Don’t Look Up di Adam McKay.

Don’t Look Up: l’ingiunzione che dà il titolo al film di Adam McKay è riferita a un asteroide di insolite proporzioni (“grande come l’Everest”) destinato a impattare con la terra distruggendo ogni forma di vita. Chi la proclama non sono solo alcuni gruppi di negazionisti ma anche, almeno per un po’, le autorità governative. Ogni allusione – ai guasti della pandemia, alla ripugnante concentrazione della ricchezza mondiale in poche mani, alle perversioni dell’antropocene – è pienamente autorizzata dal film. Che tuttavia non si ferma a questo, perché il suo sguardo sembra volersi spingere un po’ più in alto.

Ecco l’essenziale della storia: i due astrofisici che hanno scoperto la micidiale minaccia – il dott. Mindy (Leonardo Di Caprio) e la dottoranda Dibiasky (Jennifer Lawrence) – fanno di tutto per farsi ascoltare dalla presidentessa degli USA (Meryl Streep) e dal suo turpe entourage di corrotti e incapaci. Si fanno perfino ospitare in un talk show di grido insieme a una rock star afflitta da pene d’amore. Niente da fare: ci vorrà uno sguaiato scandalo sessuale a convincere la presidentessa che è il caso di procurarsi un diversivo affidando a una missione spaziale il compito di deviare l’orbita dell’asteroide. La guiderà, da solo, un vecchio e imbolsito astronauta cow-boy, non perché ci sia bisogno di un pilota ma solo perché così farà più effetto. Colpo di scena: la missione viene annullata pochi minuti dopo il decollo. Che cosa è successo? Semplice: l’asteroide è ricco di “terre rare”, indispensabili per le tecnologie digitali, e il massimo guru del ramo, Peter Isherwell (Mark Rylance), ha deciso di finanziare una missione alternativa: 12 droni atterreranno sull’asteroide con cariche esplosive calibrate in modo tale da frantumarlo in altrettanti meteoriti “gestibili” da terra e soprattutto sfruttabili come giacimenti dopo il sopportabile impatto. La missione però fallisce e la situazione generale precipita in un caos senza scampo.

Mi fermo qui e passo a commentare alcuni dettagli del film che potrebbero esservi sfuggiti, se lo avete visto, o che potrebbe essere utile prendere in considerazione se pensate di vederlo. Sono i dettagli che segnalano l’irriducibilità del suo sguardo a quello di un’irresistibile commedia. Comincio con un tratto stilistico che è anche, a tutti gli effetti, un’opzione realistica: mi riferisco alla saldatura inesorabile tra mondo reale e simulazioni digitali che il film configura come un dato di fatto oggettivo. Il magistrale impasto audiovisivo del film, infatti, ci immerge in una condizione “onlife” (il termine è di Luciano Floridi) da cui non ci fa uscire nemmeno nelle sue ultimissime battute (oltre i titoli di coda).

Non lo dico perché si tratti di una novità, ma perché uno dei grandi artefici del pervasivo intreccio tra il reale e il simulato è proprio Peter Isherwell, il guru. Il personaggio giganteggia – per peso narrativo, non per spessore etico, trattandosi di un farabutto – almeno dall’inizio della nefasta missione alternativa, ma lo spettatore l’ha già incontrato molto prima, nel meeting di presentazione della sua ultima creatura: uno Smartphone capace di connessione wireless con le “sensazioni e i desideri” del suo utente. È a questo genere di cose che servono, dunque, le “terre rare” dell’asteroide. A favorire “la vita senza lo stress di vivere”, come suona il fenomenale slogan del meeting.  Se poi vi sorgesse il dubbio che un gadget di questo tipo appartenga al mondo della fantasia potete leggere l’ultimo avvincente libro del neuroscienziato David Eagleman, L’intelligenza dinamica, che vi informerà su che cosa si può fare oggi in materia di protesi governabili dal nostro cervello in modalità wireless. Scoprirete così che grazie a una scheda neurale i nostri input puramente “immaginati” possono tradursi in impulsi che innervano supporti inorganici  – ad esempio un arto artificiale – capaci di assicurare un’efficace e raffinata performance sensomotoria.

Dobbiamo immaginarci Isherwell come uno che progetta e realizza questo genere di prodotti (anche Eagleman, del resto, lo è). Nulla di strano dunque che alla sua missione abbiano partecipato i cervelloni dell’Ivy League, parecchi premi Nobel e lo stesso prestigiosissimo Cern. Difficile dargli torto, allora, quando accusato di aver agito solo con la cieca avidità dell’affarista se ne esce con questa battuta: “Affari? Questa è l’evoluzione della specie umana.” Provate a ricondurre la parola “evoluzione” al suo senso darwiniano, liberatela da ogni impropria pregiudiziale assiologica, e dovrete ammettere che Isherwell ha solidissime ragioni. Piaccia o no, homo sapiens si è evoluto proprio nel modo indicato da lui: sospinto da un’indomabile pulsione a riqualificare tecnicamente le risorse della physis. Una forma di creatività per lui talmente fisiologica da farlo vivere in perfetta simbiosi (ma non sempre senza stress) con le protesi nelle quali il suo corpo si prolunga spontaneamente.

Lo sguardo di Don’t Look Up metterebbe dunque in scena l’estremo approdo di questa irrefrenabile coazione alla creatività tecnica mostrandone il fatale risvolto catastrofico? È proprio quello che dovremmo concludere, se il film non ne avesse in riserva anche un altro. Uno sguardo estremo, visto che riguarda la morte. O, per meglio dire, una dimensione etica del morire inteso come “morire-insieme” (Mauro Carbone). Un movimento etico allo stato puro, dunque: il prendere in mano la propria esistenza per condurla in modo risoluto nel momento delle decisioni estreme. Don’t Look Up, film complesso e duro, riserva a questa condizione etica un trattamento particolare, che la solleva, tra l’altro, da una certa enfasi presente nelle parole che ho appena usato restituendola alla sua dimensione più modesta e quotidiana.

Facciamo un passo indietro e affrontiamo l’ultimo dettaglio che potrebbe sfuggire. È chiaro che tra le mille diavolerie tecnologiche manovrate da Isherwell c’è anche quell’artefatto virtuale noto come “gemello digitale”: la simulazione cui hanno conferito vita e figura i dati che ciascun utente ha generosamente depositato in rete. Cosicché Isherwell sa di tutti gli altri eroi del film molto più di quanto ciascuno di costoro sappia di sé stesso. Sa, per esempio, con un’approssimazione che l’algoritmo accreditato dichiara vicina al 100%, quando e come ciascuno di essi morirà. Non rivelerò la formidabile trovata con cui la previsione si dimostrerà azzeccata per la presidentessa degli USA. Dirò, invece, che al dott. Mindy il guru ha predetto una morte insignificante. Rivelandogli, inoltre, che “morirà da solo”.

Errore grossolano dell’algoritmo. E del suo deep learning, che evidentemente non aveva previsto la lettura di qualche pagina heideggeriana sull’essere per la morte. L’avesse programmato David Eaglemann, si può star certi che non gli avrebbe fatto mancare questo sussidio. Il libro citato prima, infatti, preleva da Heidegger il seguente esergo: «Ogni uomo nasce come molti uomini e muore come uno soltanto». Nessun gemello digitale può morire al nostro posto. E l’algoritmo che lo rende trasparente e leggibile non poteva prevedere che Mindy avrebbe deciso di morire, insieme al  piccolo gruppo di persone che ha imparato ad amare, consumando un’ultima cena in cui si chiacchiera con pudore, e al tempo stesso con solennità quasi sacrale, di piccole cose quotidiane.

Questo finale – ma non va dimenticato che ce ne sono altri due – non intende redimere la storia raccontata dal film, che resta quella che è: comica, feroce e disperata. Si limita solo a sollevare lo sguardo un po’ più in alto e a far cenno al contromovimento essenziale che si oppone all’insuperabile coazione alla creatività tecnica di homo sapiens: cioè la sua altrettanto intrinseca capacità etica. Nella fattispecie, la capacità di morire “come uno soltanto” nel modo del morire-insieme.

Riferimenti bibliografici
M. Carbone, L’evento dell’11 settembre 2001, Mimesis, Milano-Udine 2021
D. Eagleman, L’intelligenza dinamica, Corbaccio, Milano 2021.
L. Floridi, La quarta rivoluzione, Cortina, Milano 2017.

Don’t Look Up. Regia: Adam McKay; sceneggiatura: Adam McKay; fotografia: Linus Sandgren; montaggio: Hank Corwin; musiche: Nicholas Britell; interpreti: Leonardo Di Caprio, Jennifer Lawrence, Maryl Streep, Jonah Hill, Rob Morgan, Cate Blanchett, Tyler Parry, Timothée Chalamet; produzione: Bluegrass Films, Hyperobject Industries; distribuzione: Netflix; origine: Stati Uniti; durata: 138′; anno: 2021.

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Un commento

  1. claudio scarpelli

    Molto bello

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