Nella nostra visione del mondo, quella che condividiamo con la comunità di cui facciamo parte, quella che non ci viene mai in mente di mettere in dubbio perché costituisce lo sfondo indubitabile di ciò che è per noi così evidente da non avere nemmeno bisogno di essere esplicitato (ad esempio, “gli esseri umani muoiono”, ed altre ovvietà del genere) si possono trovare, secondo Ludwig Wittgenstein (nelle osservazioni degli anni 1949-1951 confluite, dopo la sua morte, nel libro Della certezza), due tipi di proposizioni, quelle grammaticali e quelle empiriche. Una proposizione grammaticale è del tipo di quella che abbiamo appena menzionato, “tutti gli esseri umani prima o poi muoiono”. È grammaticale perché quello che la proposizione asserisce – in questo caso: per tutti gli x (se x è un essere umano), vale la proprietà f (mortale), quindi  ∀x(fx) – è talmente autoevidente che non ha nemmeno bisogno di essere espressa; quindi una proposizione è grammaticale non tanto perché sia vera (anche se è vero, almeno per ora, che tutti gli esseri umani sono mortali) quanto perché nel nostro sistema concettuale si presenta come affatto evidente, e per questo ci appare come qualcosa di indubitabile. Si presenta, cioè, come un fatto. Oltre alle proposizioni grammaticali ci sono le proposizioni empiriche, quelle che, invece, non prendiamo per scontato che siano vere, o false; ad esempio, “la temperatura media del pianeta Terra si sta alzando” è una proposizione empirica, perché occorre dimostrare – ad esempio con osservazioni meteorologiche e misurazioni con termometri – che sia effettivamente vera. La differenza fra una proposizione grammaticale ed una empirica è fondamentale, e tuttavia non è tracciata una volta per sempre:

“Ma allora non esiste nessuna verità oggettiva? Non è vero, oppure falso, che qualcuno è stato sulla Luna?”. Se pensiamo nel nostro sistema, allora è certo che nessun uomo è mai stato sulla Luna. Non soltanto una storia del genere non ci  è mai stata riferita seriamente da persone ragionevoli, ma tutto quanto il nostro sistema di fisica ci vieta di crederlo. Infatti, questo esige che si risponda alle domande: “Come ha fatto a vincere la forza di gravità?”, “Come ha fatto a vivere in assenza di un’atmosfera?” e a migliaia di altre domande a cui non si potrebbe dare una risposta (Wittgenstein 1999, § 108).

Al tempo in cui Wittgenstein scrive questa osservazione l’eventualità che un essere umano potesse trovarsi sulla Luna non rientrava nemmeno nel campo del possibile. Una cosa del genere era semplicemente impensabile. Quindi “nessun uomo è mai stato sulla Luna” era, a quel tempo, una proposizione grammaticale. Tuttavia, dopo nemmeno vent’anni (il 20 luglio 1969) un essere umano, l’astronauta Neil Armstrong, camminò effettivamente sulla Luna. Da quel momento la proposizione “nessun uomo è mai stato sulla Luna” è una proposizione empirica, cioè «si può controllare» (ivi, § 109), e in particolare (a meno che non siate complottisti), è anche una asserzione falsa. Questo significa che una proposizione grammaticale può trasformarsi in una proposizione empirica, ma anche che una proposizione empirica «può irrigidirsi» e diventare grammaticale.

Un’altra fondamentale proposizione grammaticale del nostro sistema concettuale è la seguente, “ogni essere umano è nato da una donna”, ed è l’oggetto del libro di Adriana Cavarero, Donne che allattano cuccioli di lupo. Icone dell’ipermaterno (Castelvecchi 2023). Per Cavarero questa è appunto una proposizione grammaticale, quindi indubitabile, un fatto su cui non c’è molto da discutere (in effetti per quanto ne sappiamo non ci sono esseri umani non nati da corpi di donna). A Cavarero interessa in particolare mettere in luce la potenza specifica di questo fatto, una potenza poco o nulla esplorata dalla filosofia (che non a caso è stata a lungo faccenda di uomini), una potenza oscura e inquietante:

Oscuro è innanzitutto […] il versante della maternità […] perché tocca quel processo generativo della materia vivente che pulsa nel corpo materno, nel profondo della carne e della psiche. Ma oscuro o, meglio, oscurato è questo terreno di esplorazione perché l’immagine della Madre di Dio, della Madonna col bambino Gesù come figura di una madre felice e oblativa, ha una luminosità che acceca, ossia che attrae nel suo fascio di luce tutte le rappresentazioni idilliche del materno e costringe nell’ombra l’esperienza femminile del corpo gravido, del parto e, non ultimo, del rapporto fra madre e figlia. […]  Il tremendo […] allude a qualcosa di prodigioso, al limite del dicibile, che crea timore e attrazione, spaesamento e stupore (ivi, p. 6).

È tremenda questa potenza, perché questa esperienza fondamentale (ricordiamo, “ogni essere umano è nato da una donna” è, nei termini di Wittgenstein, una proposizione grammaticale) risuona e riprende quella originaria potenza della natura che dà vita a tutti i viventi; si tratta, insiste Cavarero, della «relazione primaria fatta dallo scindersi di un organismo di carne, vita pulsante, mente e corpo di un esistente singolare che mette al mondo un’altra esistenza singolare frantumandosi» (ivi, 8). Un’esperienza fondamentale inesorabilmente preclusa al maschio, e che al contrario si ripete fra donna e figlia: «se il nascere come venire al mondo è l’origine, là trova anche origine la relazione fra madre e figlia; se la nascita da corpo di donna è l’apparire nel mondo dell’individuo singolare come unicità incarnata, là trova anche e innanzitutto il suo principio quella singolarità relazionale, immersa nella catena infinita delle madri generanti, che è la figlia piuttosto che il figlio» (ivi, p. 7).

Questa asimmetria fondamentale segna tutto il libro di Cavarero, «perché solo un corpo femminile […] può partorire» (ivi, p. 32). E anche questa è un’affermazione grammaticale, ché non abbiamo bisogno di una verifica empirica per accertare che le cose stanno proprio così, che solo un corpo femminile è in grado di portare avanti una gravidanza e di partorire un altro essere umano. In questo senso quella che Cavarero presenta in questo libro è una «zoo-ontologia» (ivi, p. 28), una formula particolarmente efficace che tiene insieme quello che c’è nel mondo, l’ontologia, con la zoologia, ossia con il mondo della vita. L’ontologia del mondo umano, il mondo in cui solo le donne possono partorire, è un’ontologia a base zoologica, segnata cioè dalla potenza “tremenda” del femminile. Quella stessa potenza che Cavarero riprende commentando le Baccanti di Euripide, che «invasate da Dioniso, […]  ritornano allo stato selvaggio per allattare cerbiatti e cuccioli di lupo» (ivi, p. 41).

È chiaro che Cavarero, insistendo su questa specifica potenza femminile sfida la tradizionale diffidenza del femminismo (almeno quello che prende le mosse dal Secondo sesso di Simone de Beauvoir) per la biologia, quella biologia che nelle argomentazioni patriarcali assegna alla donna – e proprio in conseguenza della sua peculiare costituzione biologica – un esclusivo destino riproduttivo; si può benissimo riconoscere la “tremenda” potenza generatrice delle donne senza che questo equivalga a riservarle il solo compito di fare figli. Si tratta, allora insiste Cavarero, di prendere le distanze dall’«anti-biologismo della tradizione filosofica» (ivi, p. 106), secondo il quale «l’umanità è tale in quanto si sgancia da una natura che vorrebbe risucchiarla nell’immanenza dell’animalità, nei ritmi ripetitivi della vita, nella monotonia della generazione […] quasi un combattimento vittorioso con la zoe, il cui premio è uno status di superiorità rispetto alle altre specie animali e, prima ancora, alla natura tutta intera, al mondo dei viventi nel suo complesso» (ibidem). Questa visione anti-biologica, per Cavarero, è specificamente maschile, «si può infatti dire che ogni antropo­centrismo sia un androcentrismo» (ivi, p. 107), mentre quella incentrata sulla potenza generativa del femminile incarnerebbe invece una visione relazionale e non predatoria della natura. Una visione del mondo, alternativa a quella antropocentrica-androcentrica, che «riguarda innanzitutto le madri ma, in quanto siamo al mondo, riguarda anche ognuna e ognuno di noi, creature umane nate da donna» (ivi, p. 115).

E qui finisce il libro di Cavarero, ribadendo la proposizione grammaticale secondo cui siamo tutte e tutti, appunto, «creature umane nate da donna». Ma a questo punto si pone il problema, che rimane implicito in tutto il libro: se questa fosse davvero una proposizione grammaticale non ci sarebbe alcun bisogno di ribadirlo, dal momento che una proposizione è grammaticale proprio perché – e solo perché – non deve essere argomentata, perché è autoevidente. Se invece è il caso di ribadirlo forse è perché si comincia a temere che stia diventando una “semplice” proposizione empirica, che come tale va di volta in volta controllata e verificata, ed eventualmente anche smentita. Ci sono infatti sempre più casi, nel complicato e complesso mondo delle relazioni umane, di riproduzione della vita umana che non passano direttamente per il corpo di una madre (gestazione per altri, fecondazione in vitro, per non fare che due esempi banali). Ci sono poi gli incredibili sviluppi bio-tecnologici che, permettono di “produrre” gameti femminili e maschili da cellule staminali, saltando completamente, almeno in linea di principio, la mediazione di un corpo di donna per la generazione della vita perché la fecondazione potrebbe realizzarsi in vitro.

Per non parlare, infine, delle ricerche sugli uteri artificiali, che permetterebbero di svincolare completamente la gestazione dal corpo di una donna. In alcuni casi si tratta di scenari già presenti, in altri di scenari al momento solo futuribili. Ma quello che ci dicono è che la proposizione grammaticale “noi, creature umane nate da donna” sta diventando, o forse è già diventata, una proposizione empirica. Questo non significa, ovviamente, che si tratti di futuri auspicabili, tuttavia si tratta di scenari ravvicinati. Si pone allora la questione di capire da che parte stare, da quella della riproposizione di una situazione che sempre più appare essere sul punto di essere superata (intanto dalle pratiche effettive degli esseri umani, che vengono sempre prima, e poi dalla riflessione teorica che si sta sbarazzando del tradizionale binarismo donna/uomo), oppure se ci si vuole avventurare in un campo nuovo e sconosciuto.

In effetti, di che cosa si occupa la filosofia se non del terribile momento in cui il grammaticale diventa empirico, e in cui l’empirico diventa grammaticale? «Ci si potrebbe immaginare che certe proposizioni che hanno forma di proposizioni empiriche vengano irrigidite e funzionino come una rotaia per le proposizioni empiriche non rigide, fluide; e che questo rapporto cambi con il tempo, in quanto le proposizioni fluide si solidificano e le proposizioni rigide diventano fluide» (Wittgenstein 1999, § 96). E questo è il punto decisivo, lo spazio della libertà comincia quando il grammaticale diventa empirico, in questo caso quando il corpo biologico diventa uno spazio di sperimentazione non più limitato dalla biologia, fosse anche dalla numinosa potenza dell’ipermaterno. E questa, propriamente, non è una limitazione, e nemmeno una perdita, al contrario. Liberare il femminile dal materno, come il maschile dal patriarcato. Ma questo significa, in fondo, liberarsi della stessa distinzione (e qui la grammatica coincide con la metafisica) fra maschile e femminile. I corpi, finalmente, al plurale, fra grammaticale ed empirico. I corpi, un campo di sperimentazione, fra biologia e cultura.

Adriana Cavarero, Donne che allattano cuccioli di lupo. Icone dell’ipermaterno, Castelvecchi, Roma 2023.

Share