La scena che si fa mediare dal romanzo si predispone esplicitamente a far apparire tutto ciò che una scena fatica a contenere, cioè ciò che eccede l’azione. Se poi il romanzo si costruisce sulla indeterminazione e indiscernibilità dei tempi, delle dimensioni private e pubbliche, delle percezioni reali o immaginarie, tale mediazione costringe la scena ad uscire fuori da se stessa. E una scena esce fuori da se stessa non delocalizzandosi sugli schermi (come accade di frequente), ma attraverso una dimensione simbolica e una pratica rituale.

È quello che accade a Che dolore terribile è l’amore, uno spettacolo intenso che Daria Deflorian ha tratto da Non dico addio di Han Kang (dopo aver messo in scena della scrittrice coreana La vegetariana), visto al Festival di Avignone.

È attraverso una sorta di lento movimento liturgico che i personaggi entrano in scena nel “Cloitre des Carmes” di Avignone. Luogo che già di per sé emana un’aria grigia e cimiteriale. Sono due amiche, Gyeongha e Inseon, che si ritrovano dopo qualche anno, perché Inseon, che vive sull’isola di Jeju, ha mandato un messaggio all’amica per chiederle di assistere un uccellino in gabbia durante un suo ricovero in ospedale per una ferita che si è causata alla mano con un’ascia per disboscare.

A terra ci sono delle travi di legno disposte orizzontalmente. Il loro valore è ambivalente: identificano la possibilità che qualcosa possa essere costruito, o individuano un resto, una traccia di qualcosa che è stato. Saranno distribuite dalle due amiche ai lati del palco, verticalmente, forse contrassegni di tombe, come ci dice l’inizio del romanzo:

Una vasta pianura si stendeva davanti a me fino a culminare in una montagna bassa punteggiata, dalla vetta in giù, di migliaia di tronchi neri che variavano in altezza, come persone di età diverse, ed erano spessi più o meno quanto traversine ferroviarie, ma non altrettanto dritti […] Sono in un cimitero? Mi chiedevo. Queste sono tutte lapidi? (Kang 2024, p. 13).

La morte aleggia fin dall’inizio nello spettacolo fino ad imporsi progressivamente e a diventare trauma. Sull’isola di Jeju nel 1948 c’è stata una repressione sanguinaria dei manifestanti che si opponevano alla divisione delle due Coree. Su quella repressione di stato bisognava inoltre che calasse il silenzio. Morte e silenzio generano trauma. La madre di Inseon – il terzo personaggio che si aggira in scena – di quella repressione è stata diretta testimone e la sua parola restituisce alle ragazze l’orrore taciuto. L’alone che emerge attraverso il racconto dell’orrore si spande silenziosamente sulla scena, senza necessità di intensificazioni drammatiche.

Ma non ci sono solo la morte e il trauma, c’è anche la relazione tra le due amiche. Hanno un progetto artistico in comune, il cui compimento però stenta ad attuarsi. Una delle due è una filmmaker e la vediamo in scena anche con la sua macchina da presa. In un’atmosfera sospesa che lascia in una zona di indecidibilità ciò che accade, e a quale stato di realtà assegnarlo (percezione reale o fantasma), è la parola che si estende e passa tra le tre donne. Proviene dalla parola scritta del romanzo, e si determina come l’invisibile filo connettivo che tiene insieme lo ieratico muoversi delle figure in scena: lo spettacolo si svolge lungo il tracciato di un’austera liturgia.

E allora capiamo che la misteriosa posta in gioco di Che dolore terribile è l’amore risiede forse nel raccordo occasionale, indefinito e rituale di elementi inconsci, che vengono ad espressione attraverso la lentezza di movimenti e di parole, in cui ciò che è presente e ciò che è passato, ciò che è individuale e singolare e ciò che è collettivo e storico, si raccordano secondo una linea spezzata che tiene insieme la morte e il trauma con una linea di vita, quella di un’arte che attende ancora di compiersi e che individua una possibile generazione del nuovo.
E come se la scena fosse il tracciato del comporsi e scomporsi di figure inconsce.

La risonanza tra le tre figure femminili, cioè il modo in cui la somiglianza si impone pur senza similarità, che ritroviamo negli abiti, nei movimenti e nella cadenza della parola, sembra definire lo scindersi di una unità. Le donne sono allo stesso tempo distinte ma anche unite: il vincolo orizzontale dell’amicizia e quello verticale del legame materno sembrano portare ad una luce parziale le facce di una unica donna, che passano dal buio alla luce, dal segreto all’espressione. E anche gli oggetti e il mondo portano la stessa potenza ambivalente, che appartiene al simbolico: tracce plumbee di un destino di morte o elementi sorgivi di uno spazio di vita.

Le tre attrici, oltre alla stessa Deflorian, Monica Piseddu (già protagonista de La vegetariana) e Anna Coppola, restituiscono con notevole intensità e bravura la quasi fantasmaticità di tale scena inconscia.

Riferimenti bibliografici
H. Kang, Non dico addio, Adelphi, Milano 2024.

Che dolore terribile è l’amore – Work in progress. Testo: Daria Deflorian; drammaturgia: Daria Deflorian; interpreti: Anna Coppola, Daria Deflorian, Monica Piseddu; musiche: Emanuele Pontecorvo; anno: 2026.

*Foto di Christophe Raynaud de Lage / Festival d’Avignon

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