Volendo rintracciare un filo conduttore nel pensiero di Donatella Di Cesare, sarei tentato di riprendere il titolo di un suo precedente libro: Sulla vocazione politica della filosofia. Ecco, si può dire che il percorso di studiosa e di pensatrice dell’autrice trovi un punto di convergenza nell’indagine del carattere intrinsecamente politico del pensiero filosofico. Bisogna tuttavia specificare a cosa si riferisce l’autrice, quando parla di vocazione politica della filosofia. Non si tratta di sostenere che la filosofia, in quanto forma universale del sapere, si occupa della politica o del politico inteso come categoria pura. Non siamo di fronte a una filosofia politica concepita come branca specialistica. Sarebbe una posizione senz’altro legittima; il cammino di pensiero intrapreso da Di Cesare rimanda però ad altro. Non siamo nemmeno di fronte a un esercizio di intervento nel dibattito pubblico da parte di una “filosofa di professione”. L’autrice coraggiosamente non si sottrae al dovere civile di un tale esercizio; il libro si colloca tuttavia su un altro piano. Di conseguenza, non reggerebbero i confronti con modelli passati di impegno politico da parte di un filosofo. Sono modelli di cui pure la filosofia europea della seconda metà del Novecento ha offerto esempi eminenti: penso in un caso a Habermas e nell’altro a Sartre. L’impegno politico del libro di Di Cesare si colloca su un altro piano: non a caso il “pantheon” filosofico evocato nel testo annovera figure uniche come Hannah Arendt e Simone Weil.

Credo che non sia scorretto parlare, riprendendo per l’appunto una celebre formula coniata da Arendt, di una “tradizione nascosta” del pensiero politico occidentale, che comprende tra le sue fonti originarie l’esperienza politica greca e quella romana. Questa tradizione è stata rinnovata in epoca moderna da pensatori collocati spesso ai margini delle grandi correnti filosofiche. Non mi sembra del tutto casuale anche il fatto che questa tradizione abbia avuto delle pensatrici tra i suoi rappresentanti principali nel Novecento. Siamo forse di fronte all’incontro tra una linea di pensiero, che si è sforzata di pensare la politica in maniera alternativa alle ideologie dominanti, e uno dei soggetti, la donna, al centro dei cambiamenti che hanno accompagnato l’avvento della modernità.

Il percorso filosofico di Donatella Di Cesare rappresenta senza dubbio una delle principali proposte di un simile genere di pensiero nel panorama della filosofia contemporanea. Oltre a riprendere idee e categorie formulate da pensatrici imprescindibili come Arendt e Weil, l’autrice sembra anche declinare in maniera originale la specialità del pensiero italiano. Quest’ultimo, come ha mostrato Roberto Esposito, ha i caratteri di un “pensiero vivente”, che forgia le proprie categorie e formula i propri problemi a stretto contatto con le movenze e le trasformazioni della realtà. Si capisce bene, allora, perché per questo tipo di pensiero non vi sia un oggetto esterno alla filosofia, di cui questa si appropria per analizzarlo. È la forma stessa del pensiero filosofico a configurarsi attraverso l’incontro con una realtà cangiante e metamorfica. Non si dà in questo senso una filosofia della politica, ma si dà piuttosto una filosofia che è politica in quanto si fa pensiero nell’incontro con il mondo delle azioni e delle relazioni umane.

Del percorso filosofico di Di Cesare l’ultimo libroIl dominio e il dissenso. Breve manifesto per chi resiste, rappresenta uno sbilanciamento del pensiero a favore della praxis. Il sottotitolo assegna d’altronde al testo la funzione di un “manifesto”. Il saggio, pur nel suo carattere militante, non rinuncia tuttavia a proporre un’elaborazione teorica originale. Emerge infatti dal testo una concezione nuova di dissenso, che non va confuso con il puro e semplice disaccordo. Il dissenso, stante il riferimento etimologico al senso, va pensato piuttosto come la possibilità di riarticolare il discorso politico, attribuendogli un significato diverso da quello imposto dalla logica del dominio. In questa prospettiva il dissenso è presupposto della libertà dell’agire politico: una condizione trascendentale di possibilità, per così dire, inscritta nella stessa condizione umana, così come accade per la natalità nel pensiero politico di Arendt. Il dissenso si colloca così oltre il disaccordo teorizzato da Rancière, che rinvia a una dimensione squisitamente estetica di “partizione” dei ruoli e dei modi del sentire comune. La categoria del dissenso reintroduce invece la dimensione linguistica dell’articolazione semantica delle diverse forme d’azione e dei vari posizionamenti possibili in una data costellazione politica.

A un pensiero della libertà l’autrice dedica pagine importanti, intessute di un lavoro ermeneutico sulla tradizione classica: ad esempio lì dove viene introdotta la distinzione tra eleutheria ed exousia o tra libertas licentia. Scrive l’autrice che «la libertà non coincide con la licenziosità o l’assenza di limite» (2026, p. 43). Ma proprio per questo motivo essa non può essere giudicata attraverso le categorie liberali della censura e della liceità. Questa prospettiva a mio avviso richiama il concetto di différend elaborato da Lyotard, liberandolo dalle scorie del pensiero postmoderno.

Il saggio riprende, d’altra parte, una questione centrale per buona parte della filosofia della seconda metà del Novecento: quella del futuro dell’umanità nell’epoca di una sempre più ampia convergenza tra capitalismo e tecnica. Questa convergenza ha oggi diversi nomi: economia dell’attenzione, data mining, società fondata sull’algoritmo. Di fronte a una simile realtà l’autrice ritiene fondamentale interrogarsi sulla questione delle nuove forme che sta assumendo il dominio nell’ambito politico. Occorre elaborare una critica del dominio nell’epoca del tecno-capitalismo. Di Cesare non parte però da una definizione di dominio, come ha fatto ad esempio la Scuola di Francoforte sulla scorta di Adorno e Horkheimer. L’autrice, fedele al suo stile di pensiero, fa emergere la figura del dominio attraverso il confronto dialettico che con essa intraprende il dissenso.

Il libro che teniamo tra le mani non è un trattato di teoria politica, ma un saggio di filosofia politica, ovvero di politica agita attraverso la riflessione filosofica. Coerentemente con questo approccio, il testo si chiude con due brevi vademecum, due serie di “haiku” proposti per una meditazione militante: esse riassumono cosa è e cosa non è il dissenso. Non anticipo le proposte avanzate dall’autrice: le due serie di sentenze meritano di essere lette direttamente e integralmente.   

Donatella Di Cesare, Il dominio e il dissenso. Breve manifesto per chi resiste, Feltrinelli, Milano 2026.

Tags     Arendt, dissenso, politica
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