Quando Max Weber agli inizi del ventesimo secolo parlava di disincanto del mondo indicava un processo di razionalizzazione in virtù del quale la rivoluzione scientifica prima, e quella illuminista poi, diventavano gli unici occhiali attraverso i quali guardare il mondo e tutto ciò che in esso accade. Un processo di secolarizzazione, insomma, attraverso il quale la conoscenza, la politica, l’estetica, si spogliano di ogni residuo magico-metafisico per darsi dentro un paradigma puramente scientifico. Oltre la magia, la religione, la metafisica, il mondo appare per ciò che è, o meglio per ciò che un pensiero scientifico-illuminista suppone che sia.

Qui dovrebbe emergere già, e abbastanza chiaramente, una prima questione: i limiti di quel disincanto sono i limiti del pensiero scientifico moderno. Ma inestricabilmente legata a questa emerge subito una seconda contraddizione altrettanto ineludibile: il processo di secolarizzazione, ovvero il disincanto del mondo, non ha cancellato la dimensione magica e pre-razionale dal nostro orizzonte, ma l’ha rimossa facendola riemergere in maniera sempre più prepotente e multiforme. E questo già nel Novecento. È davvero difficile capire il secolo che abbiamo alle spalle e soprattutto fenomeni come il fascismo e il nazionalsocialismo senza ricorrere al mito e alla sua persistenza moderna già rilevata da Furio Jesi quando parlava di «macchina mitologica» (Jesi 2023). Ma forme di incanto sono sempre state presenti anche nella storia del movimento operaio e nella sua utopia emancipatrice. Le ideologie, insomma, si sono sviluppate introiettando la dimensione mitologica parallelamente al processo di razionalizzazione e disincanto. E questo vale anche per il liberalismo che in quanto a promesse irrealizzabili e falsa coscienza ha sempre conteso il terreno alle altre ideologie.

Non è possibile capire il liberalismo anglo-americano, il comunismo sovietico e internazionalista, il fasci-nazismo italo-tedesco, senza l’incanto che queste potenti macchine mitologiche furono in grado di produrre catturando i cuori di milioni di persone in tutto il mondo. Il mito della frontiera raccontato da Hollywood, il guerrigliero eroico immortalato da Alberto Korda, la rivolta contro il disordine moderno e la restaurazione della comunità organica originaria, sono altrettante forme di incanto e magia senza le quali il ventesimo secolo non sarebbe stato lo stesso. È per questo che qui proviamo, un po’ provocatoriamente, a proporre la categoria del discanto del mondo come alternativa a quello che sembra essere il doppio legame che tiene insieme disincanto e reincanto. Con il termine discanto, preso in prestito dalla terminologia musicale per indicare un controcanto che si pone al di sopra della melodia principale, intendiamo non tanto il ritorno della magia stricto sensu, ma la costruzione di una narrazione ispirata al «realismo agenziale» di Karen Barad (2026) e capace di attraversare criticamente il bisogno di senso accogliendo lo stupore e il turbamento causati dalle scoperte della scienza senza però ricadere nelle mitologie più retrive.

Se proviamo a ripensare alla fine del secolo scorso e quindi al passaggio storico dagli anni settanta agli anni ottanta ci accorgiamo che, soprattutto in Italia, il tema del disincanto del mondo viene riproposto in una chiave post-ideologica come consapevolezza tragica della contraddizione che non si può superare ma che bisogna comunque continuare a combattere nel tentativo di attenuarne almeno gli effetti. Dopo la tragedia del rapimento Moro e il fallimento dell’assalto al cielo – o meglio, la mancata fuoriuscita dalla crisi radicale delle istituzioni politiche moderne attraverso l’invenzione di nuove istituzioni in grado di esprimere le forme di vita delle nuove soggettività prepotentemente emerse sulla scena sociale contemporanea (pensiamo alla figura del cosiddetto operaio sociale metropolitano) ‒, il disincanto si presentava come un orizzonte necessario. Dal punto di vista politico significava, dopo la repressione e negli anni della restaurazione del neoliberismo, tentare la via di un riformismo radicale e disincantato contro l’utopia rivoluzionaria, o quella che così veniva interpretata. Questa proposta però finiva per riprodurre le stesse ambivalenze della razionalizzazione weberiana. La crisi della ragione (titolo di una importante raccolta di saggi uscita nel 1979), come crisi delle ideologie, comportava la riemersione di quello che da un lato si era voluto rimuovere e dall’altro era già presente in quelle stesse ideologie. Il nuovo processo di disincanto del mondo, insomma, andava di pari passo con la moltiplicazione di forme di pensiero magico della cui importanza, forse, non tutti si accorsero subito.

In effetti il passaggio stretto dal moderno al cosiddetto postmoderno è stato segnato dalla prepotente riemersione di forme di pensiero magico, a-razionale, non scientifico e però rispondenti a un diffuso bisogno di senso che riuscisse a salvare dal disorientamento. Gli anni di cui stiamo parlando sono quelli in cui cresce l’interesse per il paranormale, il mistero, la fanta-archeologia e soprattutto la teoria degli antichi astronauti. Alla domanda rimasta inevasa dal fallimento delle ideologie ora sembrano rispondere teorie sull’origine extra-terrestre della civiltà umana e su possibili incontri ravvicinati con le divinità già in fuga da questa terra. La morte di Dio annunciata da Nietzsche, la lucida desolazione cantata da Hölderlin, sono oltrepassate dai nuovi maître à penser che portano i nomi di Peter Kolosimo e Zecharia Sitchin. L’origine e il senso delle nostre esistenze trovano una risposta nelle pagine di chi, senza prove scientifiche ormai superflue, parla dei sumeri come extraterrestri arrivati sulla Terra in un remoto passato. I libri di questi “nuovi filosofi” invaderanno un mercato editoriale parallelo suscitando l’entusiasmo di milioni di lettori e anche la nascita di nuove religioni come, per esempio, il movimento raeliano. Il paranormale invaderà anche gli schermi televisivi e cinematografici rispondendo a un bisogno di nuove narrazioni mitologiche. Anche le arti contemporanee, che con le neoavanguardie avevano spinto fino alle estreme conseguenze la sperimentazione linguistica e la smaterializzazione del concettualismo, non rimarranno indenni da questa vera e propria epidemia. Gli anni ottanta sono quelli in cui un artista come Gino De Dominicis costruirà la sua pittura a partire dalle suggestioni dei libri Sitchin sugli extraterrestri. Dietro l’ossessione per i sumeri del pittore italiano più “misterioso” della seconda metà del Novecento si nasconde, in effetti, la fanta-archeologia. Insomma, se la rivoluzione e la scienza politica hanno fallito, allora non rimane che affidarsi ai maghi, ai cartomanti, agli artisti e ai loro incantesimi capaci di stupirci.

Ma se torniamo per un attimo a quel mondo disincantato a cui faceva riferimento Weber, a quel capitalismo contemporaneo tutto tecnica e razionalità, ci accorgiamo che anche qui le cose stanno da sempre in modo un po’ diverso. Già per Marx la merce ha una sua dimensione “magica” che, certo, bisognava disincantare. Ma Walter Benjamin descrive il capitalismo del ventesimo secolo come il regno della «fantasmagoria» (2010) della merce, ovvero dell’incanto delle vetrine, dei passages come preistoria dei nostri centri commerciali. Se pensiamo al «realismo capitalista» (2018) in cui abitiamo, così ben descritto da Mark Fisher, è difficile non notare come, proprio a partire dagli anni ottanta del ventesimo secolo, le merci abbiano assunto una loro dimensione magica in grado di trasformare le nostre vite. Le scarpe da ginnastica, le borse, i vestiti e i dispositivi tecnologici, non sono più oggetti inerti, ma piuttosto veri e propri daimones contemporanei che abitano le nostre vite e i nostri corpi e ci possiedono come una volta gli spiriti maligni. La magia, del resto, è parte del neoliberismo contemporaneo che governa il mondo e i nostri destini come farebbe un mago che pronuncia formule e mescola ingredienti per scatenare la potenza della natura. Ma di maghi che scatenano forze infernali, a proposito del capitalismo e dei suoi agenti principali, avevano parlato due famosi filosofi tedeschi in un altrettanto celebre Manifesto pubblicato nel 1848. Insomma, davvero non sembra possibile parlare di capitalismo e neoliberismo senza fare riferimento agli incantesimi che questo produce, alla sua natura magica e tutt’altro che esclusivamente razionale.

Ma se disincanto e reincanto hanno sempre proceduto parallelamente, cosa fare di questi dispositivi nel passaggio d’epoca che stiamo attraversando? Se è vero quanto abbiamo provato a sostenere nelle righe precedenti, è anche vero però che il pensiero critico ha spesso trascurato la potenza del pensiero magico relegando le sue manifestazioni all’ambito dell’irrazionalità, della demenza sociale, della disinformazione promossa dai grandi mezzi di comunicazione di massa e quindi della reazione più bieca. Da un lato tutto vero, ma il fatto è che probabilmente questa analisi non riesce a cogliere la totalità del fenomeno, ma solo le conseguenze prodotte dal pregiudizio del pensiero critico nei confronti del pensiero magico. È probabile, insomma, che l’interesse contemporaneo per il reincanto del mondo nasca proprio dal fatto che la trascuratezza di una dimensione fondamentale dell’umano, il bisogno di senso, ha lasciato campo libero alla colonizzazione di questo terreno da parte del pensiero più conservatore e distopico. Il successo di un fenomeno come QAnon è dovuto anche al fatto che il terreno dell’immaginario è stato abbandonato dal pensiero critico ed emancipativo e lasciato in mano agli avversari. Il complottismo più retrivo, che giustamente suscita le critiche di chi presidia il territorio della ragione, trova però terreno fertile nel bisogno di senso di milioni e milioni di soggetti smarriti e impoveriti. Abbandonati dalle grandi agenzie culturali, molti trovano risposte nelle teorie più strampalate che però sono spesso costruite in maniera raffinata e tutt’altro che approssimativa, così come lo erano già i racconti di fanta-archelogia della fine degli anni settanta.

A questo potente dispositivo di reincanto reazionario del mondo (sette cospirazioniste e poteri forti che tramano segretamente per rovinare le vite dei più e arricchirsi alle spalle dei molti), non basta rispondere con la razionalità propria del disincanto. Non serve perché la risposta non è sufficiente e non produce gli effetti politici desiderati. Non basta perché non risponde al bisogno di senso. Non è efficace perché spesso il disincanto continua a fare riferimento a una razionalità scientifica resa più complessa dalle acquisizioni della fisica contemporanea. Ecco: se da un lato è vero che disincanto e reincanto si stringono strettamente l’uno all’altro, è anche vero che entrambi nascono dai limiti di quella ragione che ha dato vita al mondo moderno che abbiamo alle spalle. Liberarsi da questo doppio nodo, allora, è possibile non tanto proponendo forme di reincanto, pena il ricadere nell’ambivalenza già segnalata, ma in quello che qui provo a chiamare discanto. Ovvero un controcanto potente che si proponga come narrazione alternativa alle distopie più reazionarie che oggi trovano alimento nell’infelicità diffusa, e che affondi le sue radici nelle meraviglie prodotte dalle scoperte della quantistica che mettono in discussione molte delle nostre certezze, comprese le categorie fondamentali di tempo e di spazio, di soggetto e d’oggetto. Il discanto può essere una forma diversa di critica a partire dalla scoperta di un nuovo mondo, quello che sembra aprirsi sotto i nostri occhi mentre quello vecchio continua a morire. Un mondo straordinariamente diverso che ha bisogno di un nuovo racconto collettivo. Il discanto, allora, attraversa criticamente il bisogno di senso a partire dall’«entanglement quantistico» descritto da Karen Barad (2026). In un mondo dove il vivente non segue più una gerarchia predefinita, è l’espressione delle passioni gioiose che costruiscono un orizzonte alternativo a quello delle passioni tristi. Il discanto del mondo può essere l’espressione di un nuovo materialismo che nasce dal bisogno collettivo di nuovi riti e nuovi miti emancipativi, ora che quelli vecchi sono svuotati di senso.

Riferimenti bibliografici
K. Barad, Incontrare l’universo a metà strada. La fisica quantistica e l’entanglement di materia e significato, Mimesis, Milano 2026.
W. Benjamin, I «passages» di Parigi, Einaudi, Torino 2010
A. Bonito Oliva, a cura di, Gino De Dominicis. L’immortale, Electa/Maxxi, Milano-Roma 2010.
E. De Martino, Il mondo magico. Prolegomeni a una storia del magismo, Einaudi, Torino 2022.
M. Fisher, Realismo capitalista, Nero, Roma 2018.
A. G. Gargani, a cura di, Crisi della ragione, Einaudi, Torino 1979.
S. Givone, Disincanto del mondo e pensiero tragico, Il Saggiatore, Milano 1988.
K. Marx e F. Engels, Il Manifesto comunista, Ponte alle Grazie, Milano 2018.
F. Jesi, Mito, Quodlibet, Macerata-Roma 2023.
W. Ming, La Q di Qomplotto. QAnon e dintorni. Come le fantasie di complotto difendono il sistema, Edizioni Alegre, Roma 2021.
Id., Ufo 78, Einaudi, Torino 2022.
M. Weber, La scienza come professione. La politica come professione, Einaudi, Torino 2004.

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