Persone che non si conoscono tra loro, provenienti da luoghi diversi, convergono verso un punto geografico che percepiscono intensamente attraverso esperienze di immaginazione spaziale: in questo punto si terrà un raduno epocale al cospetto di forme di vita aliene. Una struttura analoga tiene insieme alcuni capisaldi della produzione fantascientifica di Steven Spielberg, in particolare Incontri ravvicinati del terzo tipo (1977), la miniserie Taken (2002), e ora Disclosure Day. Facile pensare alla generazione che si radunò a Woodstock da tutte le parti d’America per vedere, citando Joni Mitchell, i bombardieri trasformarsi in farfalle; andare alla ricerca del senso, ancora oggi, sembra essere l’eredità più duratura della New Hollywood. Per questo motivo, Disclosure Day si può leggere come il passaggio dalla trascendenza alla documentalità, dal credere al sapere.
Pensiamo ai due oggetti-valore del film, il dispositivo alieno e la pendrive. Il primo, chiamato semplicemente “device”, dispositivo, è simile a un manufatto di pietra levigata, che si stringe con la mano generando una connessione telepatica con soggetti dislocati e consentendo sia il dialogo in presenza, sia (in certi casi) il controllo delle azioni dell’interlocutore. Questo prodotto della tecnologia extraterrestre entra in relazione con l’enigmatica classe di oggetti che sembrano possedere una funzione evolutiva e filosofica, a partire dal monolito nero di 2001: Odissea nello spazio. Il dispositivo alieno non è un oggetto che si può davvero possedere, ma soltanto toccare (e utilizzare) a proprio rischio e pericolo. Al contrario, l’oggetto pendrive è un archivio di documenti che attesta la presenza aliena sulla Terra a partire dalla metà del XX secolo. In questo caso, possedere i documenti fa la differenza, e su questo possesso si costruisce la linea dell’azione del film, la sua domanda drammaturgica, ma anche la sua domanda etica, relativa alla parola “disclosure” come rivelazione, divulgazione, svelamento.
Il punto di forza dell’ultimo film di Spielberg sta proprio nella capacità di tenere insieme pensiero e azione, sviluppando le potenzialità dei due oggetti-valore e riversandole nella propria idea di cinema. Il dispositivo alieno come rappresentazione del cinema stesso è un’interpretazione che ha una sua tradizione; pensiamo alla lettura metacinematografica dell’opera di Kubrick condotta da Marcello Walter Bruno, che si chiede: «E se il monolito nero fosse lo schermo cinematografico o, meglio, l’archetipo della pellicola non sviluppata e dunque potenzialmente impressionabile da qualunque evento?» (1999, p. 80). A proposito del finale di Incontri ravvicinati del terzo tipo, scrive Franco La Polla: «Spielberg sta filmando una ripresa cinematografica, sta celebrando l’operazione di direzione e di sforzo comune che presiede a un film. L’oggetto ormai conosciuto […] è una cosa degli uomini, dell’intelligenza, della conoscenza, della creatività, della pace. Incontri ravvicinati è un inno al cinema» (2014, p. 109). Nel caso di Disclosure Day, il dispositivo-cinema è ciò che consente alla forma di esistere come tale, mettendo in relazione ambienti ed esistenti mediante una poetica specifica, quella del produrre una concatenazione di immagini e non un’altra: pensiamo alla disorientante soggettiva del wrestler sul ring nella prima sequenza del film, o al piano-sequenza di quattro minuti e mezzo nel corso del quale l’addetta alle previsioni del tempo comincia a parlare la lingua aliena, o ancora alla raffica di carrellate in avanti quando avviene lo scambio di oggetti-valore tra le fazioni in campo. Il dispositivo concede l’accesso alla poetica, al modo di costruire l’immagine, quindi un’immagine non vale quanto un’altra: Spielberg resta fedele a un cinema che non si scioglie in altre forme, non travasa la propria tradizione nel magma del visuale.
Se il primo oggetto rappresenta la possibilità di una poetica del cinema, il secondo (la pendrive che contiene l’archivio secretato dei filmati sugli alieni) porta nel film un’altra importante acquisizione, quella dell’ontologia dell’immagine fotografica, il legame originario (meccanico e chimico) tra realtà fisica e macchina da presa: il cinema come registrazione del reale, non di un reale virgolettato, complementare alla finzione, ma un reale di cui la macchina da presa tiene letteralmente traccia. Il secondo oggetto, in questo senso, è quasi più importante del primo perché riafferma le basi stesse della “disclosure”: se qualcosa può essere svelato, vuol dire che esiste e la registrazione è l’atto iscritto mediante il quale questa esistenza è stata conservata (stesso punto di incandescenza in The Fabelmans, in cui l’immagine-traccia risulta rivelatrice). Prova ne sia che il film, nel finale, presenta sia la “disclosure” delle registrazioni della presenza aliena, sia la presenza aliena stessa; dunque, c’è la registrazione del reale (i filmati degli alieni) e il reale stesso che si presenta (l’alieno rimasto in vita), peraltro svelandosi dall’interno di una sorta di campana di vetro che lo protegge, come la teca di un museo vivente.
Riferimenti bibliografici
M. W. Bruno, Stanley Kubrick, Gremese, Roma 1999.
F. La Polla, “Una, due, tre Hollywood”, in E. Martini, a cura di, New Hollywood, Il Castoro, Milano 2014, pp. 106-120.
Disclosure Day. Regia: Steven Spielberg; sceneggiatura: David Koepp; fotografia: Janusz Kamiński; montaggio: Sarah Broshar; effetti speciali: Mark Bero; musiche: John Williams; interpreti: Emily Blunt, Josh O’Connor, Colin Firth, Eve Hewson, Colman Domingo, Wyatt Russell, Henry Lloyd-Hughes; produzione: Universal Pictures, Amblin Entertainment; distribuzione: Universal Pictures Italia; origine: Stati Uniti d’America; durata: 145′; anno: 2026.