Nel 2024 la casa editrice Seuil pubblica Un désir démesure d’amitié, opera di Hélène Giannecchini. La cosiddetta fièvre Giannecchini si è espansa presto oltre la Francia grazie alle numerose traduzioni in corso d’opera dell’originaria edizione francese, tra cui quella in italiano – uscita nell’aprile del 2026 a cura di Caterina Orsenigo per la casa editrice Iperborea.

Giannecchini è sia teorica dell’arte che scrittrice: l’intreccio tra le due dimensioni è la traccia di tutto il libro, attraversato sia dal lavoro di ricerca in archivio che dalla narrazione dei suoi affetti, nel tentativo di contro-ricostruirne una storia. Questo percorso di ricerca diventa così il cuore pulsante dell’intera opera, tesa a mettere in discussione le tradizionali gerarchie affettive nell’ottica di una risignificazione dell’amicizia in un senso sia politico che personale. La storia dell’autrice, come lei scrive, è «femminista, minoritaria, queer» (2026, p. 8); la sua vicenda si lega a doppio filo alle storie minoritarie da cui viene attraversato il libro: questa narrazione “intrecciata” diventa il tentativo di inventare per lei delle nuove storie di famiglia, nonché delle nuove genealogie immaginarie, che rompono sia con i legami biologici che con gli assetti tradizionali, ma anche con la solitudine: se «la nostra esistenza prende senso quando la colleghiamo ad altre» (ibid.), impegnarsi a trovare nuove costellazioni di affetti, ma anche inventarle, diventa un progetto collettivo.

Questa forza immaginativa e politica dà forma all’intera struttura del libro, che fa coesistere molteplici dimensioni a partire dagli incontri di Giannecchini – legami nati sia nella vita personale sia nell’ambito della ricerca di archivio: dai suoi tre genitori alle amicizie intime, dagli scambi con la fotografa Donna Gottschalk e le persone che ha immortalato, fino a Jean Dumargue, Minnie e Gloria, e alle altre esistenze intercettate all’interno degli archivi visitati.

Il libro, più che come un memoir dell’autrice, si configura dunque come una contro-genealogia politica e affettiva che si struttura attorno a tre nodi cruciali: la risignificazione radicale dell’amicizia, il rapporto con l’archivio e la memoria del trauma dell’AIDS. Queste dimensioni si legano l’una all’altra e, al tempo stesso, si espandono continuamente, consentendo l’esplorazione di strade reticolari: dal concetto di “idiorritmia” formulato da Roland Barthes alla rivendicazione giuridica dell’amicizia tematizzata da Saint-Just, fino a Monique Wittig, Judith Butler, e a molteplici altre “contaminazioni” che rendono il volume la mappa del desiderio politico e immaginativo dell’autrice. È la stessa Giannecchini che, nelle pagine iniziali, scrive:

Così mi sono creata un’altra famiglia, oltre a quella che ho già, una famiglia di altro genere, allargata e politica, una famiglia che mi ricorda fino a che punto siamo forti e minacciose. Ne ho scelto io tutti i componenti. Ho creato io la mia ascendenza, il passato non si è imposto sul presente come succede di solito. Ho viaggiato per incontrare le mie antenate, per ascoltarle, per guardare immagini e visitare archivi. Sono tornata da questi viaggi con un po' più di passato e la sensazione di aver aggiunto profondità alla mia vita. In certi momenti questa nuova ricchezza mi solleva, in altri mi abbatte. Ciò che ho raccolto è pieno di forza e di gioia ma anche di violenza. Certe sere sono sfinita da tutto quello che trovo e che faccio fatica ad assimilare, da tutte queste esistenze su cui l’ordine e la norma hanno pesato, a volte fino a spezzarle (ivi, p. 10).

La frase «Mosso da un desiderio tanto smisurato di amicizia» viene rintracciata da Hélène, Andrea, Inès e Noée durante un viaggio ad Amsterdam: ai loro piedi, davanti all’Homomonument – il primo memoriale dedicato alle persone omosessuali oppresse –, leggono questa frase incisa in olandese. L’iscrizione diventa così il segno del loro viaggio e, al tempo stesso, del loro modo di concepire la loro amicizia: una vera e propria «forza politica», che non è una «versione minore dell’amore» e che, in quanto tale, va rivendicata «come forma di futuro e pratica» (ivi, p. 19).

Giannecchini costruisce rami fittizi del suo albero genealogico tramite fotografie ritrovate nei mercati dell’antiquariato. Tra queste c’è una foto, risalente probabilmente agli anni tra il 1945 e il 1950, di una coppia di amanti distesa nell’erba. I due sembrano immortalati da un’amica, posizionata «con loro ma fuori dall’inquadratura: a giusta distanza» (ivi, p. 30). L’immagine di questo trio amicale le permette di articolare la riflessione portante del libro: il potere trasformativo dei legami elettivi. Se per Saint-Just queste unioni dovrebbero godere di uno statuto giuridico, per Giannecchini i rapporti tradizionali vanno decostruiti, nell’ottica di una risignificazione delle relazioni orizzontali: l’unità di base è data dalla famiglia nucleare, le amicizie sono relegate invece al tempo libero. Sono queste ultime però che ci permettono di pensare e immaginare altri modelli di vita, collettivamente. Giannecchini ritrae la forza propulsiva dell’amicizia a partire dalla sua vita, e scrive:

L’amicizia mi protegge, mi rende più forte e attiva, accresce il mio desiderio, la mia intelligenza, mi permette di lasciare sempre una porta aperta. L’amicizia restituisce libertà all’amore. Minimizzare l’amicizia, relegarla all’infanzia […], costruire delle istituzioni in cui non abbia spazio, confinarla nel tempo libero ha una funziona precisa. L’amicizia è politica, ci fa venire voglia di inventare altri modelli di vita, ci rende disobbedienti. (ivi, p. 37)

Tra i rami fittizi dell’albero dell’autrice, si colloca anche la foto di un matrimonio queer in Brasile, risalente probabilmente agli anni Sessanta, un periodo in cui le unioni omosessuali non erano ancora legalizzate. A questa immagine si affiancano i ritratti delle abitanti di Casa Susanna, il luogo dove negli anni cinquanta si riunivano donne trans, che hanno dato vita a «uno spazio di libertà dove è possibile fare travestitismo» (ivi, p. 43). Tutte le fotografie passate in rassegna da Giannecchini sono accomunate dal fatto che i soggetti ritratti sovvertono le norme di genere: le esistenze queer, cancellate dalle istituzionali tradizionali, inventano così nuovi modi di stare al mondo. A fronte della cancellazione sistematica di queste esistenze, la restituzione di queste immagini e delle loro storie consente di costruire narrazioni parallele a quelle tradizionali, costruendo un vero e proprio contro-archivio di esistenze perché, come scrive l’autrice, «dobbiamo costruire altri immagini, dare spazio alle nostre voci» (ivi, p. 63).

La ricostruzione di queste storie si intesse con la restituzione del trauma dell’HIV/AIDS nella comunità queer, rintracciato non solo tra i documenti d’archivio – in particolare quelli del fondo Sida-Mémoires – ma anche a partire dagli incontri personali dell’autrice, come quello con la sua ex compagna Myriam. Riflettere sulla difficoltà nella trasmissione generazionale del dolore le consente così di interrogare, sulla scia delle riflessioni di Kath Weston, il significato profondo delle “famiglie d’elezione” nelle esistenze minoritarie, ovvero di quelle «famiglie che ci scegliamo» (ivi, p. 93). Infatti, a partire dalla ricostruzione della posizione delle donne lesbiche durante la crisi dell’HIV/AIDS, Giannecchini esplora il loro ruolo come «compagne politiche, sorelle, confidenti, alleate», ripensando ancora una volta il significato dell’amicizia, infatti, come scrive l’autrice, «la storia dell’AIDS disegna anche una storia dell’amicizia» (ivi, p. 95). Tra queste biografie emerge con forza quella di Jean Dumargue, morto il 15 ottobre del 1994, il quale lascia in eredità un documento di circa duecento pagine intitolato Per una storia futura dell’AIDS. L’obiettivo dell’autore è precisamente quello di consegnare materiale su cui lavorare in futuro, permettendo al contempo – attraverso i suoi racconti sia personali che politici – di ricostruire una contro-storia degli affetti, fondata sulle sue relazioni elettive e sui gesti di cura che lo legavano alle sue amiche.

La storia di Jean Dumargue, nel libro di Giannecchini, si intreccia a quella delle esistenze immortalate da Donna Gottschalk, impegnata a fotografare le vite delle persone che amava, ma anche di tutte coloro che hanno vissuto ai margini della società, ossia, come dice Donna all’autrice, le «persone che non guardiamo mai», «quelle dimenticate due volte, perché sono povere e perché sono queer» (ivi, p. 111). Anche Marlene, Myla, e tutte le altre persone raccontate da Donna, entrano a far parte dei rami fittizi dell’albero genealogico di Giannecchini, insieme ad altre esistenze scovate negli archivi. È il caso di Minnie e Gloria, rintracciate a partire da una fotografia conservata negli archivi della Gay Lesbian Bi and Trans (GLBT) Historical Society: l’amicizia tra le due donne sembra inscriversi nel “continuum lesbico” teorizzato da Adrienne Rich, che designa non solo legami sessuali, ma una più ampia «forma di solidarietà femminile, la capacità di unire e mettere le nostre vite in comune per sostenerci a vicenda» (ivi, p. 167).

Il lavoro di Giannecchini si configura così come un progetto politico e letterario: la costruzione di un contro-archivio non costituisce solo un atto memoriale, bensì una strategia di sopravvivenza, volta alla ricerca di nuovi modi di esistere, alternativi e paralleli a quelli tradizionali. In questo senso, è a partire dalle storie personali dell’autrice e da quelle che incontra che l’amicizia viene risignificata: la messa in discussione delle gerarchie diventa premessa necessaria per lasciarsi attraversare da tutti i rapporti della nostra vita in maniera orizzontale, interrogando non solo il nostro desiderio di stare al mondo, ma il come vogliamo stare al mondo e come vogliamo desiderare. Come sottolinea l’autrice, l’amicizia richiede anche spazi materiali in cui poter costruire dialoghi e prassi di trasformazione reciproca: quando esistono, questi spazi fungono da contro-luoghi di esistenza, nonché spazi di gioia politica e affettiva, sulla scia del concetto barthesiano di “idiorritmia”. Leggere Un desiderio smisurato di amicizia mette in discussione l’idea che questi siano spazi circostanziali, legati a periodi di vita transitori: costruire la nostra quotidianità all’interno di questi luoghi, nell’ottica di una coesistenza affettiva e politica permanente, è sia desiderabile che possibile.

Seguire alcune delle esistenze queer che attraversano il libro di Hélène Giannecchini significa rintracciare il metodo stesso dell’autrice: la sua riflessione prende forma attraverso la sua vita personale, gli incontri, le fotografie ritrovate nei mercati dell’antiquariato e negli archivi, i libri letti, e le conversazioni avute con le sue amiche. In un certo senso, il libro restituisce un modo nuovo di vivere e, insieme, di fare ricerca, fondato sulla “contaminazione” e sull’“amicizia”, intese come forze propulsive desideranti e disobbedienti: è questo a costituire il filo conduttore della presente lettura.

Hélène Giannecchini, Un desiderio smisurato di amicizia, Iperborea, Milano 2026.

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