Attendere un dato

di ALMA MILETO

DataMeditation #All4Climate, in mostra al MAXXI di Roma.

Una parola astratta: “data-meditare”. Un tuffo nel vuoto. Così è iniziata la mia esperienza con il gruppo di Nuovo Abitare – associazione che molto presto vedrà a Roma la sua Fondazione fisica – coordinato da Salvatore Iaconesi e Oriana Persico e formato da giovani ricercatori che collaborano con loro stabilmente (Daniele Bucci, Stefano Capezzuto, Cecilia Marotta). Per chi si interessa di “dati”, parola apparentemente di uso comune ma di comprensione non immediata, Iaconesi e Persico sono dei punti di riferimento ormai da molti anni. Artisti, comunicatori, interaction designers, hacker: anche per loro è difficile trovare un’unica definizione. Quel che è certo è che dai tempi de La Cura, piattaforma digitale attraverso cui sono diventati noti al “grande pubblico”, il loro lavoro non si è mai fermato e ha assunto sviluppi sempre più aperti alla dimensione “sociale” del digitale e al rapporto con lo spazio abitativo che quest’ultimo può costituire per la comunità. Insieme hanno costruito una “casa digitale”, Her: She loves Data, un ecosistema attraverso il quale in occasione di ciascuna iniziativa si è allargata la “famiglia non-biologica” che raccoglie chiunque partecipi all’atto intimo e coraggioso di sensibilizzare i propri dati, esponendoli e tentando un’autenticazione di essi che passi per un’operazione creativa.

La base teorica del loro lavoro è la convinzione che il dato non debba essere ridotto ad un’entità oggettiva, asettica – “clinica”, verrebbe da dire, e difatti La Cura esplorava proprio le possibili manipolazioni estetiche sulle cartelle cliniche dei pazienti – ma che debba al contrario essere concepito come creatura viva, sulla quale l’umano (o sarebbe meglio dire l’organico, visto che le loro visioni si stanno aprendo adesso anche sui mondi non umani, ad esempio quello vegetale) può e deve manifestare la sua impronta, imponendo su di esso un’interazione attiva, soggettiva invece di limitarsi ad accoglierlo passivamente come segmento informativo nel magma di input costanti a cui tutti noi, ogni giorno, veniamo sottoposti.

L’idea di meditare attraverso i dati nasce durante la prima ondata della pandemia, nel marzo 2020, quando senza dubbio di dati ne avevamo fin sopra i capelli. Bombardati (tra social, notiziari tv o radio, informazione web ecc.) da cronache minuto per minuto, statistiche, numeri ­– dati non qualsiasi, che traducevano in cifre, tabelle e diagrammi il rischio di uno stare-nel-mondo direttamente collegato ai concetti di vita e di morte – per lunghi mesi abbiamo perso totalmente il controllo su di essi. Urgeva allora riappropriarsi umanamente dei loro contenuti, sostenendo con una certa forza – è questo il punto fondamentale del lavoro di Salvatore e Oriana – che, se dentro il dato c’è vita, è attraverso un approccio vitalistico in rapporto ad esso che ognuno di noi può riuscire a spaginare dalla dimensione mortifera e anestetizzata a cui il dato “come elenco” ci vorrebbe assuefatti. Si vive, si muore: nel mezzo si lascia traccia di sé. E, che piaccia o no, queste tracce oggi sono in gran parte registrate dai dispositivi digitali di cui ci attorniamo. Pensare i dati come componenti sensibili del nostro essere vuol dire individualizzare quel pericolosissimo processo panoptico in cui, all’interno di un’osservazione controllata, ognuno sembra uguale all’altro. Tornare, come soggetti, a dialogare con i nostri dati significa al contrario liberare la propria singolare capacità di far rimanere in vita – #finoallafine, come intitolano un nuovo importante progetto i due artisti – non solo il nostro corpo fisico ma anche il nostro “sé digitale”, messo alla prova da un mondo che spesso e volentieri gli usa violenza arbitrariamente.

Nel mese di ottobre, e precisamente nella settimana dal 23 al 29, il rituale della DataMeditation è stato riproposto, questa volta sul tema dell’ambiente e del cambiamento climatico (#All4Climate), in collaborazione con il MAXXI – Museo nazionale delle arti del XXI secolo. Come si medita attraverso i dati? Ottanta partecipanti, dopo essere stati debitamente istruiti dall’équipe del Nuovo Abitare, hanno ricevuto le credenziali di accesso per un’applicazione (da computer o da telefono) attraverso cui poter registrare i propri dati ogni qual volta si sentissero sensibilmente connessi all’ambiente intorno a loro. Da questo momento in poi parlo riportando la mia personale esperienza, in modo da rendere forse più chiari alcuni elementi della procedura.

L’applicazione richiedeva la compilazione di diversi campi: “cosa stai facendo?”, “dove sei?” (un menù a tendina dava diverse possibilità di scelta), “quanto sei sensibile all’ambiente in questo momento?” (un cursore poteva essere spostato da sinistra verso destra), “quanto ti senti a tuo agio?” (altro cursore) e, infine, uno spazio per un “messaggio nella bottiglia” da lasciare per qualcuno. Sì, perché ognuno dei partecipanti è stato accoppiato da un algoritmo ad un “Altro” sconosciuto e non identificabile in nessun modo se non attraverso i suoi messaggi. Ogni sera, per un quarto d’ora, ognuno di noi si è collegato attraverso la stessa applicazione ad una “stanza virtuale” di meditazione nella quale leggevamo e ascoltavamo i dati raccolti nella giornata da noi e dal nostro Altro.

Sull’ascoltavamo c’è da aprire una piccola parentesi. La schermata di meditazione prevedeva, dal punto di vista visivo, una barra centrale che divideva la parte sinistra (con i nostri dati) da quella destra (con i dati del nostro Altro). Di entrambi era possibile leggere le frasi lasciate e le percentuali numeriche di intensità e agio riportate durante il giorno. Se si voleva si poteva però usare anche un altro canale sensoriale, quello uditivo, e sentire attraverso le proprie cuffiette una gamma di vibrazioni costruite sulle intensità delle percezioni di ciascuno dei due, alcuni suoni associati al luogo in cui il dato era stato registrato (una porta che si apre per “Casa”, un parlottio festante per “Vita notturna”, un canto di uccellini per “Parco” e così via) e due suoni associati al Confort e al Disconfort della percezione: uno scampanellio per il primo e un fastidioso attrito elettromagnetico per il secondo (a volume più o meno alto). Nell’orecchio destro sentivamo i suoni dell’Altro, in quello sinistro i nostri. A servizio di questi suoni era una piccola Intelligenza Artificiale chiamata a decodificare i dati e a sonorizzarli.

Ora, è sicuramente interessante lavorare su due campi sensoriali diversi – in particolare è affascinante percepire il proprio “io” sonoro in contrappunto con quello dell’Altro, il che vuol dire godere del suo Confort ma anche essere disturbati dal suo disagio. Probabilmente via via l’IA potrà essere in grado di elaborare in modo più completo e meno “standardizzato” la sonificazione dei contenuti. I due aspetti che più mi interessa riportare qui sono tuttavia altri due.

Foto di Stefano Capezzuto

Il primo riguarda la scelta del momento in cui registrare il proprio dato. Cosa vuol dire essere sensibili all’ambiente? Come dicevo, riportare in parole la sensazione che sia “arrivato il momento” non è semplice: può trattarsi di una sensazione di benessere nei confronti di un luogo o di una persona, di una conversazione o di una lettura esplicita sul tema, dell’influenza che il clima esercita sul nostro umore. Ho fatto esempi vissuti in prima persona, ma è chiaro che si tratta di una gamma di possibilità non esauribili né tracciabili in una lista finita di circostanze. Quello che però si impara per gradi, nel corso della settimana di meditazione, è aspettarlo, quel momento. La cosa più difficile (e più bella, quando arriva) è cioè riuscire a non forzarsi a provare una sensazione perché si vuole registrare un dato, ma a forzarsi di registrarlo quando ci ha colti naturalmente una sensazione, anche una sensazione molto intima. In altre parole, fare sì che a guidare il dato sia davvero un’apertura soggettiva all’ambiente e (in diretta conseguenza) alla vita, anche nelle sue sfumature più recondite. E al contempo bisogna imparare a riconoscere onestamente la propria condizione di chiusura alla sensibilità riguardo al mondo intorno a noi che, per esperienza, è ahimé la condizione a cui un tipo di vita di ordinaria frenesia e “distrazione” da noi stessi normalmente ci conduce. Diventa quindi prima di tutto una DataMeditazione sullo spazio di congiunzione tra noi e l’ambiente (non sull’ambiente e basta), e quindi, per forza di cose, una confessione su quanto siamo predisposti a spostare la mente sul confine che ci separa dal resto del mondo invece di rimanere arroccati “dalla nostra parte” (che forse, dopotutto, è quella sinistra dello schermo). Io e il mio Altro – lo chiamo solo “S.” – nel corso della settimana non abbiamo potuto fare a meno di trasmetterci sensazioni legate al nostro spazio interiore, prima che a quello esteriore.

Il secondo aspetto riguarda di nuovo l’attesa, in questo caso non dell’arrivo del nostro dato ma di quello dell’altro. Durante la meditazione difatti non è scontato che su quella schermata destra compaia qualcosa (a qualcuno è anche accaduto che l’Altro smettesse di registrare dati lasciandolo completamente solo per giorni). La prima sera ho sperimentato su me stessa l’incapacità spasmodica di attendere – dopo otto minuti di silenzio in cui non arrivava nulla, ho chiuso l’applicazione. Ho sbagliato, ma è un errore attraverso cui è interessante passare. L’algoritmo “scarica” i dati nella webroom solo a partire dalle ultime 24h di registrazione, cominciando dalla notte prima. Ciò vuol dire che se l’Altro non ha registrato nulla fino all’ora di pranzo del giorno dopo, la meditazione sarà muta (o quantomeno unidirezionale) per un tempo molto lungo. Bisogna imparare allora, anche qui, ad adeguarsi al tempo diverso e naturale di chi sta comunicando con noi: le sue pause, i suoi silenzi, le sue aperture, le sue chiusure. S. e io in alcuni casi ci siamo lasciate nel silenzio per ore (tradotte in minuti nella meditazione), ma forse abbiamo capito più da quei silenzi che dai dati veri e propri.

Questo posso dirlo anche perché il 5 novembre la meditazione si è conclusa con un incontro fisico (al MAXXI) nel corso del quale l’algoritmo ci ha fatte incontrare e riconoscere. Una considerazione comune è stata proprio questa: la vera sensibilizzazione avviene proprio tra un dato e l’altro (nella produzione così come nella ricezione di essi). Detto diversamente, il nostro rapporto con i dati assume una piena forma soggettiva nella fase che precede o che segue la registrazione di questi ultimi. Ci manifestiamo soprattutto quando “stiamo per” registrarlo o quando “aspettiamo” che qualcuno lo registri per noi. E questo ci fa capire forse in via definitiva che, se la sensibilità gestisce gli interstizi tra i dati (la vita), i dati non sono che punte di iceberg di un movimento vitale che li porta a compimento o che attende che si esprimano. Non siamo affatto lontani dalla concezione grusiniana di una «mediazione radicale» in cui siamo sempre immersi, anche quando non ci esprimiamo in modo esplicito.

Tutti i dati raccolti nella settimana sono diventati un’opera di Salvatore e Oriana in mostra (gratuita) in una delle sale del Museo nel weekend del 6-7 novembre. Oltre che un loop video a parete delle schermate della DataMeditation, è stato creato un papiro di tela, quasi una sorta di Roll-bild pergamena ejzenštejniano, in cui tutte le nostre sensazioni si srotolano in un’onda che segue i picchi di intensità e di agio che abbiamo provato nell’incontrarci (con l’ambiente), accompagnata da una leggenda che aiuta a capire luoghi e tempi in cui ci trovavamo all’interno del movimento del diagramma. Guardandolo ho pensato che sono i picchi bassi, quelli dei silenzi e della non-produzione di dati, ad averci insegnato maggiormente cosa vuol dire renderli sensibili. Sarebbe forse stato anche bello chiamarla Data-Waiting, invece che Data-Meditation.

I dati sono lì perché abbiamo atteso che si manifestassero, i nostri come quelli dell’Altro. È la stessa cosa ­– forse banale ma che di sicuro è necessario ripeterci (oggi più che mai) – che dire: dietro al dato esiste un tempo, dunque una vita, dunque un soggetto.

Foto di Alma Mileto

*L’immagine in copertina è presa dalla pagina fb del MAXXI – Museo nazionale delle arti del XXI secolo.

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