Nel Podium della Fondazione Prada, un drone riceve offerte votive. Il feticcio dell’ipermodernità troneggia su velluto rosso, incoronato di piume di pavone, tra frutta, calici colmi e incenso; alle spalle, come una pala d’altare, un pannello fotovoltaico. Ciò che abbiamo davanti è, alla lettera, un concatenamento nel senso di Deleuze e Guattari – velluto e fibra di carbonio, incenso e algoritmi, gesti votivi e protocolli di volo tenuti insieme non da un’essenza comune ma da un funzionare-insieme. È la cifra di Dash, che Cao Fei ha tratto da tre anni di ricerca tra Cina e Sud-est asiatico: «un sito archeologico dedicato all’agricoltura contemporanea», dove il presente si lascia scavare come reperto di un futuro già in corso. Un’archeologia del futuro che ricorda il Bion visionario di A Memoir of the Future, salto mortale tra realtà e immaginazione.

Il titolo allude allo scatto dei droni, ma l’ambiente ha il respiro di un paesaggio. Nel film eponimo (2026) il volo delle macchine si inscrive nel ciclo agricolo: se un tempo i contadini si chinavano in terra («la terra è bassa»), oggi guardano un cielo pieno di droni. Nei documentari i contadini venerano i droni accanto alle divinità tradizionali; all’ingresso, Land Ceremony offre agli dèi e agli antenati un drago di riso lombardo decorato di componenti di droni.

Colpisce la co-costituzione dell’arcaico dei riti ctoni e della modernità tecnocapitalista: «i sistemi tecnologici entrano nelle cosmologie esistenti trasformandole», annota la guida. Si potrebbe quasi sostenere, con Deleuze e Guattari, che il drone deterritorializza l’agricoltura – la trasduce in flussi di dati e mappe dell’umidità, astraendo il campo dal campo – mentre il rito la riterritorializza sul corpo pieno della terra. I due movimenti non sono stadi successivi del progresso, ma facce simultanee di uno stesso processo: il lessico geologico con cui Cao Fei parla di «squilibri nella stratificazione della storia» dice già che il moderno non seppellisce l’arcaico, ma vi crea una piega all’interno. Verrebbe da dire che la magia è l’inconscio di questa accelerazione tecnocapitalistica.

Per pensare l’intreccio di umano, non umano e terra, il realismo agenziale di Karen Barad (Meeting the Universe Halfway) fa un passo oltre Deleuze e Guattari: non ci sono enti che precedono le relazioni, e con il concetto di «intra-azione» soggetti e oggetti emergono come effetti di un «taglio agenziale» operato da apparati che non sono strumenti neutri ma pratiche materiali-discorsive, materiali-semiotiche, nel lessico di Donna Haraway – in cui materia e significato si producono insieme; conoscere è «tagliare-insieme-separando». I sensori dell’umidità del suolo e il drago di riso offerto agli antenati appartengono così allo stesso ordine onto/epistemologico – apparati che fanno mondo: due modi in cui la terra, tutt’altro che fondale indistinto, intra-agisce con chi la coltiva. Quando Cao Fei scrive che queste forme di «intelligenza» non sono «né puri oggetti né soggetti tradizionali», formula quasi alla lettera una proposizione baradiana: il drone incoronato non è una cosa, è un evento – precipitato di relazioni in cui vestire una macchina e calibrarne gli algoritmi sono gesti dello stesso rango.

Resta la domanda: perché la venerazione? Ci viene in mente lo psicoanalista inglese Christopher Bollas. Il primo oggetto, scrive Bollas, non è conosciuto dall’infante come un oggetto: è vissuto come un processo di trasformazione del Sé. Per tutta la vita continueremo a cercare «oggetti trasformativi» – estetici, religiosi, tecnologici – cui affidare, in una sorta di fede laica, la promessa di un’alterazione della nostra esperienza. Altrove Bollas presenta la madre come «Grande Clown nel cielo»: affacciata dall’alto sul bambino, fa del proprio volto una maschera, per un istante lo strappa all’infelicità e trasforma la realtà in gioco. Una mamma come la manna: la prima figura trasformativa discende dall’alto.

Ci piace pensare che il drone arrivi nei villaggi così: promessa di metamorfosi dell’esistenza e del rapporto con il cielo, più che utensile. I contadini che lo vestono e lo incoronano non commettono un errore di categoria: riconoscono che divinità e tecnologia occupano lo stesso luogo dell’anima, quello dell’oggetto-come-trasformazione. Ciò che il drone dispensa dall’alto – acqua, semente, previsione – scende sulla terra come una «manna (mamma) dal cielo»: un nutrimento che non si possiede ma si riceve. La manna nell’Esodo cade ogni giorno e non si lascia accumulare; e le offerte sull’altare rispondono alla stessa grammatica – un circuito di reciprocità in cui il nutrimento discende e la gratitudine risale.

Fin qui l’armonia, o la tesi. Ma nel circuito può risalire anche qualcosa che non è gratitudine. In Dash-180c (2026) attraverso un visore di realtà virtuale diventiamo un drone dismesso in volo su geografie alterate e templi in rovina. Tutt’uno con lo stimolo visivo, assistiamo al miracolo – la manna dal cielo, la moltiplicazione delle messi – e sfioriamo una vertigine. Tolto il visore, però, la vertigine arriva davvero: un’intensa sensazione di nausea. La psicoanalisi, almeno da Paula Heimann, ha imparato a non archiviare ciò che un corpo sente dentro un campo: il controtransfert non è un disturbo dell’osservazione ma uno strumento di ricerca. La nostra prima identificazione, più che col drone, è forse con la terra: venerata e iperpotente, eppure esausta, drenata – come se la fatica risparmiata al contadino fosse migrata nel suolo. Di chi è questo controtransfert dunque? Della terra: genitivo indecidibile, soggettivo e oggettivo insieme, e proprio per questo baradiano – la nausea non appartiene a nessuno, emerge nell’intra-azione fra mostra, corpo e suolo, dove il taglio fra chi proietta e chi riceve fallisce, e il fallimento si sente nello stomaco. Forse è la risposta all’iper-alimentazione: una richiesta di fermarsi, aspettare.

Proprio all’analista di Christopher Bollas, Masud Khan, grande figura della tradizione psicoanalitica indipendente e sodale di Winnicott, la psicoanalisi deve un’immagine “agricola”: il maggese, il campo lasciato incolto affinché recuperi fertilità, che Khan paragona a uno stato di apparente inattività, fondamentale per il funzionamento psichico. Lying fallow è una quieta, vigile coscienza ricettiva in cui la terra – e la mente – sospende il fare per continuare a essere viva. Nel tempo di una manna che cade senza interruzione – l’Esodo almeno la sospendeva nel settimo giorno – si perde la possibilità di un tempo realmente generativo. Dana Birksted-Breen, nel solco della tradizione bioniana, chiama «tempo di riverbero» la dimensione temporale interiorizzata nella relazione primaria: un andirivieni in cui ciò che il bambino sente può essere accolto da un’altra mente e ritornare trasformato. È l’intervallo che dà un senso del tempo e, con esso, la capacità di sognare. 

La vertigine, forse, non è soltanto reazione all’immersione: è l’effetto di un disorientamento temporale. L’artista sembra domandarsi come la tecnologia possa essere sognata e insieme sognare la realtà, entrare nella funzione onirica, quel lavoro incessante e mai concluso di trasformazione dell’esperienza; e proprio quando ci invita a immergerci nella macchina il sognare s’incaglia: a segnalarlo è il corpo, o meglio lo psichesoma. Come il riso e i banani appartengono al paesaggio dei droni, il bambino nasce guardando una mamma-manna immersa in una trama tecnologica, un dialogo inconscio già attraversato dalla tecnica; il primo mito da abbandonare è quello di un’origine incontaminata: la soggettività prende forma in un intreccio di corpi, tecniche, miti, relazioni. 

Abbiamo bisogno di nuovi miti per sognare le trasformazioni del presente. Il drone sull’altare rappresenta questo tentativo: accogliere la tecnologia nel tempo del sogno, riconoscendo che è già intessuta nella trama del dialogo inconscio.

Un giorno sarà stato il futuro.

Dash, Cao Fei, Fondazione Prada a Milano, 9 aprile – 28 settembre 2026.

Foto: Marta Marinotti e Federico Floriani, Courtesy Fondazione Prada.

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