Maieutica reciproca

di GIULIA CRISCI

L’educare creativo di Danilo Dolci.

Prima che il giorno assimili le stelle, ogni mattina continuo a cercare nel mio silenzio, prima di impegnarmi nelle iniziative attive (…) so come questo mondo stenta a uscire dal suo tempo primitivo verso quello in cui la tua vita è la mia vita, la mia vita non può non essere anche la tua; so che abbiamo appena iniziato ad apprendere che gli uomini possono davvero imparare solo se vogliono ricercare e sanno cercare anche insieme; e che purtroppo è sempre presente il rischio di dimenticare quanto si sa.

Tra queste righe di Danilo Dolci – attivista non violento, sociologo, educatore e poeta – si leggono le relazioni molteplici che esistono tra ricerca, educazione e vita. Non si può che continuare a cercare, ogni nuovo giorno, forme diverse dello stare al mondo reimmaginando e costruendo possibilità in comune di libertà. L’etimologia della parola “ricerca” affonda le sue radici nel latino: circum (attorno) e circare (andare attorno), ovvero ri-cerchiare, delimitare con un cerchio, come a racchiudere il movimento di chi desidera trovare e approssimarsi per interrogare l’esistente. A partire dal 1952 – anno in cui si trasferisce dal Nord Italia a Trappeto, un piccolo borgo di pescatori – il suo lavoro può essere inscritto in questo movimento di tensione tra teoria e prassi, ricerca e poesia. Un cercare insieme presente dai primi scioperi della fame, alle manifestazioni per reagire alla miseria e al dominio mafioso sul territorio. Proteste che sono atti performativi, in cui una vivida invenzione di forme non violente di dissenso accompagna una presenza tra le persone, ascoltandole e stimolando in loro domande.

«Dalle domande mosse dalla mia ignoranza, nascevano problemi nella gente. Prima nei singoli e a poco a poco in vari piccoli gruppi che si ritrovavano per ricercare. Crescevano gruppi in cui ognuno cercava, pensava, con gli altri. Cresceva un’autoanalisi maieutica». Si trattava di un lavoro collettivo, arricchito dalla presenza costante di collaboratori sin dagli inizi, fino ad arrivare nel 1958 alla fondazione del Centro Studi e Iniziative per la piena occupazione, al cuore del quale stava la combinazione dello studio e dell’analisi dei problemi, il lavoro paziente quotidiano e la pressione democratica non violenta con un ampio coinvolgimento della gente, attraverso costanti incontri.

Un vecchio contadino, Zu Natale Russo, un giorno disse: “Qui d’estate per sei mesi non piove. E si produce poco, o niente. Ma d’inverno piove, piove molto. E l’acqua per gran parte va sprecata. Non si potrebbe raccogliere quell’acqua in un bacile, un grande bacile, per poi utilizzarla nell’estate?”. Aveva reiventata la diga.

Dopo anni di lavoro e di studio, che avevano portato all’elaborazione di un organico piano di sviluppo delle valli del Belice e del Carboi, dagli incontri del Centro Studi e Iniziative con le persone del paese nasceva nel 1962 l’idea di costruire una diga, come possibilità democratica di sollevamento dal dominio mafioso dell’acqua e della produzione agricola. Dopo aver verificato l’ipotesi, iniziava il progetto e dopo anni di pressioni popolari non violente, nel 1968 il paesaggio delle valli cambiava per sempre con la realizzazione della diga. Qualche mese dopo un violento terremoto modificava nuovamente il paesaggio di quell’area, devastando interi paesi, ma la diga era sopravvissuta. Tutto il processo che porta alla diga sullo Jato è momento culmine per la sperimentazione di un metodo di coinvolgimento diretto che caratterizzava l’agire di Dolci e del Centro, che si affinava via via negli anni. Il post-terremoto si configurava come un banco di prova importante, richiedendo l’impegno di tutti e tutte alla redazione di un piano non solo di ricostruzione ma di rilancio per uno sviluppo tanto atteso e più che mai urgente. La presenza dei collaboratori del Centro era diffusa in tutta l’area, dove si conducevano assemblee, ricerche e manifestazioni: un laboratorio di autoanalisi popolare e reinvenzione in comune. Questo approccio dialettico, che lui stesso aveva definito «un processo di esplorazione collettiva che prende, come punto di partenza, l’esperienza e l’intuizione degli individui», è quanto più tardi chiamerà «maieutica reciproca».

Si tratta di un’evoluzione della maieutica socratica inserita in una dimensione relazionale e mutuale. Alla base vi era la convinzione che ciascun essere umano avesse in sé cultura e sapienza e che spazi di confronto e crescita reciproca potessero stimolare l’emergere di una conoscenza come leva per emanciparsi dai sistemi di dominio, liberando la creatività di ognuno. Dagli anni settanta in poi il lavoro di Dolci e del Centro si faceva più dichiaratamente educativo, seppur in perfetta continuità con i percorsi politici precedenti o con la sperimentazione di un primo asilo a Borgo di Dio già nel 1953. Diversi laboratori maieutici avevano portato all’evidenza che ci fosse bisogno di ripensare la scuola e più ampiamente interrogarsi su un nuovo educare creativo. Così, con lo stesso processo di autoanalisi popolare, iniziava la concezione e la creazione del Centro educativo di Mirto. Era di nuovo Borgo di Dio a Trappeto, che intanto era diventato un Centro di Formazione e Ricerca, ad accogliere i seminari per definire insieme che tipo di pedagogia si potesse inventare in risposta ai bisogni locali e in relazione a ricerche e metodi internazionali. Durante i seminari, insieme alla popolazione partecipavano gli educatori e le educatrici di Mirto, frequentemente si univano importanti pensatori da tutto il mondo, tra gli altri Paulo Freire e Gianni Rodari.

La scelta del luogo per Mirto era stata un elemento cruciale, si era ritenuto fondamentale che fosse immerso nella natura perché i piccoli avessero la possibilità di vivere e apprendere dalle stagioni e di poter vedere il mare. Il progetto di costruzione è stato concepito organicamente alla direzione educativa, come un esempio di architettura che si fa corpo per rispondere alle esigenze dei bambini e stimolare nuovi modi dell’abitare gli spazi. C’era – e c’è ancora – un piccolo anfiteatro, un mobilio realizzato da artigiani locali, le finestre basse perché i bambini vi possano vedere il verde seduti sui tavoli comuni di lavoro. In quegli ambienti più liberi e familiari possibili non c’erano in origine né cattedre, né banchi. La prima sperimentazione iniziava nel 1975 con novanta studenti tra i 4 e i 6 anni selezionati da un comitato locale, spesso tra chi aveva più necessità, lavorando insieme alle famiglie e creando percorsi per

scoprire e sviluppare coi bambini i loro più profondi interessi. Tendere a trasformare la naturale curiosità in metodo di ricerca e scoperta. Tendere ad un ambiente maieutico in cui ciascuno possa risultare, e risulti, levatrice agli altri. Sperimentare e verificare accuratamente in un settore, ancora poco esplorato, dell’azione non violenta.

Ogni mattina iniziava chiedendo ai bambini stessi che cosa desiderassero fare e facilitando la discussione perché si prendessero delle decisioni insieme, imparando a discutere e negoziare non eludendo «necessari conflitti».

Quelli di Mirto sono stati anni di creazione vivace che, seppur geograficamente periferici, erano intimamente connessi a quanto stava accadendo nel mondo. Mirto ottiene il riconoscimento pubblico, prima come scuola sperimentale e poi a tutti gli effetti come scuola pubblica. Solo in anni più recenti pur continuando a funzionare si appiattisce tristemente agli standard scolastici, abbandonando l’aspetto fortemente rivoluzionario che Dolci aveva saputo promuovere e coordinare, sperimentando pratiche connesse alle pedagogie radicali e ai metodi educativi di matrice libertaria e antiautoritaria, pensando la conoscenza come uno strumento di emancipazione, un «creativo palpitare di nessi».

Ovvero ripensando il fare scuola come pratica de-normativa ed esercizio di libertà. Fino alla fine della sua vita Dolci sperimenta e scrive sulla struttura maieutica che ci permette di evolvere. In questa dimensione riusciva a condensare tutto ciò che gli stava a cuore, dalla ricerca di forme di lotta non violente, all’invenzione artistica e poetica, all’urgenza di una dimensione comunicativa efficace necessaria per ricostruire giusti rapporti umani, fino ad incoraggiare un’importante corrispondenza da ritrovare con la natura e con tutto l’universo che abitiamo, affinché anche la relazione con un albero possa diventare maieutica.

Sull’opera di Dolci ancora qualche parola, che potete ascoltare nel lavoro sonoro Limone Lunare, realizzato in collaborazione con Camille Pageard, ad ottobre del 2020, per Radio Commons, nell’ambito della nostra ricerca comune, tra arte e pedagogia. Nella prima parte di Limone Lunare, attraverso quattro puntate e quattro chiavi di lettura raccontiamo l’esperienza del 1970 di Radio Libera, la prima radio “pirata” da lui lanciata; la sperimentazione di forme di lotta non violenta; l’esplorazione di un nuovo educare creativo e la sua relazione con il paesaggio. Le puntate 1 e 4 sono in lingua francese, la 2 e la 3 in italiano. Per la seconda parte, abbiamo invitato artisti, ricercatori ed attivisti a realizzare dei lavori sonori a partire dall’esperienza di Dolci. Ne è nata una polifonia di voci e di lingue che si fa contemporaneità, in diverse geografie e contesti, parlando di giustizia, libertà e poesia, nell’intento di far conoscere il lavoro di Dolci in un contesto internazionale, ma soprattutto di usarlo – come continuiamo a fare noi – come un’inesauribile fonte di strumenti e spunti di r-esistenza.

Riferimenti bibliografici
G. Barone, Ciò che ho imparato e altri scritti, Mesogea, Messina 2008.
D. Dolci, Chissà se i Pesci piangono. Documentazione di un’esperienza educativa, a cura di A. Dolci, Mesogea, Messina 2018.
D. Dolci, Palpitare di Nessi, Mesogea, Messina 2012.
Id., Poema Umano, Mesogea, Messina 2016.

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