Immagini sconnesse, sommerse. Frammenti di ricordi, storie, memorie. Poi, lentamente, un racconto inizia a prendere forma: siamo in una gara di nuoto, la protagonista avanza veloce, affogando quelle immagini iniziali nell’acqua che la accoglie, la protegge. La gara è vinta, viene raggiunto un nuovo record. Ma anche nell’acqua il trauma ritorna.
Così La cronologia dell’acqua, tratto dall’omonimo romanzo autobiografico di Lidia Yuknavitch, ci trasporta nella vita della donna (interpretata da Imogen Poots): una lunga scia di abusi, dipendenze, traumi e redenzioni che dall’adolescenza alla maturità ne hanno segnato la crescita. Kristen Stewart, che firma la sua opera prima da regista, porta sullo schermo questa vita dividendola in cinque tempi, in cui il racconto ordina i ricordi, lasciandoci immergere nelle memorie. Nessun romanticismo nelle sue immagini girate in 16 mm, in cui la grana della pellicola mette in risalto la fisicità, la nudità, i corpi.
Sono infatti i corpi a dominare, raccontati nella loro complessità: da lontano, immersi da soli in paesaggi ampi, naturali; da vicino, con inquadrature interamente occupate da mani, occhi, volti, gambe, seni, sudore; in prossimità di altri corpi, esplicitando il piacere del sesso, come anche l’amore degli abbracci, la sofferenza della maternità. Il corpo di Lidia è il primo che vediamo per intero mentre avanza lentamente verso l’acqua. Il suo corpo è il primo luogo di lotta, ciò che porta le cicatrici degli abusi, la resistenza della propria sessualità. Subito, infatti, gli stupri ripetutamente perpetrati dal padre si stagliano davanti a noi, crudamente rappresentati non con un’esplicita messa in scena, ma con un gioco di frammentazione dei ricordi, con suoni e voci udibili sull’inquadratura di un angolo di muro ammuffito. Agli occhi dell’uomo il corpo della ragazza è un territorio, una superficie da invadere e dominare. Eppure, quello stesso corpo diviene per la donna il primo spazio di liberazione, di riappropriazione di sé, operata anche attraverso una piena rivendicazione della sua sessualità. Ma soprattutto, attraverso il corpo dell’acqua, l’adolescente riesce a trovare un primo spazio di liberazione, in cui ogni confine sembra dissolversi.
Proprio l’acqua le dona il mezzo per sfuggire all’ambiente violento della casa: una borsa di studio in Texas, una possibile carriera da nuotatrice olimpionica. La dipendenza però la travolge. O meglio, si mostra in una nuova luce. Il nuoto stesso, infatti, si rivela essere un’ossessione attraverso cui rifuggire la violenza, una prima dipendenza capace di annullare momentaneamente il sé. L’alcol e la droga ampliano l’effetto, facendo sprofondare la protagonista non solo in un vortice che le fa rischiare la vita, ma nelle stesse dinamiche familiari da cui voleva scappare. L’overdose vissuta da Lidia si interseca con i ricordi dell’overdose della madre: la ragazza guarda il corpo riverso della donna, a noi è mostrato quello di Lidia.
Si salva, affronta il percorso di riabilitazione, trovando in Charlie – ragazzo con cui aveva avuto una relazione – una parvenza di futuro. L’uomo, però, è “troppo gentile”; Lidia, incinta, si trasferisce dalla sua sorella maggiore, Cheryl. Con un breve flashback, la realtà abusiva della casa in cui vivevano si manifesta: come Lidia, anche Cheryl, prima di lei era stata ripetutamente violentata dal padre. Ora, però, fuori dall’ecosistema tossico della casa, le donne si ritrovano insieme per costruire una famiglia da donare alla futura bambina. Il futuro è stroncato dalla nascita della neonata morta. Resta solo l’acqua ad accogliere i loro corpi: Lidia cammina in mezzo al mare, sparge le ceneri della piccola tra le onde.
Quest’ultimo traumatico evento segna il punto di svolta. La donna si avvicina definitivamente alla scrittura dopo l’incontro con un nuovo uomo, Ken Kesey, insegnante di scrittura creativa. Lui la spronerà a far sentire la sua voce, a riappropriarsi delle esperienze subite e vissute attraverso la parola. Così, le frasi scritte sporadicamente da Lidia con rabbia lungo i primi tre tempi del film acquisiscono importanza: l’atto della scrittura redime la donna, non da una vita di dissoluzione, ma dall’incapacità di dare significato al passato.
Proprio scrivendo La cronologia dell’acqua, il suo mémoire, Lidia dà corpo alle parole che non si limitano più ad essere pensieri lasciati sparsi nel passato, ma divengono il mezzo per elaborare e riappropriarsi della propria storia. Gli eventi non sono più rivissuti passivamente, ma sono significati e ordinati grazie alla scrittura. L’opera filmica assorbe questo processo nella forma. La narrazione frammentata iniziale, priva di strutture, immersa in una indistinguibilità tra passato e presente, tra ricordo e immaginazione, mette in scena l’acting-out, processo nel quale «si è ossessionati o posseduti dal passato e coinvolti in modo performativo nella ripetizione compulsiva di scene traumatiche» (LaCapra 2001, p. 21). All’avvicinarsi di Lidia alla scrittura, l’opera ne riflette il working through: i ricordi improvvisi non scompaiono, ma sono riassorbiti in discorsi; scene, frasi, momenti mostrati all’inizio come brevi istanti senza contesto, ora parte di sequenze comprensibili.
L’elaborazione del trauma attuata da Lidia e condivisa dalla forma filmica culmina in una scena. La donna, ora insegnante di scrittura creativa, è in piscina con Andy, colui con cui inizierà più avanti una famiglia. Entrambi in acqua, parlano del giorno in cui Lidia aveva presentato La cronologia dell’acqua. Brevi ricordi si innestano nella scena prima che Lidia riesca a pronunciare una frase, rendendo visibile la ripetizione di eventi traumatici. Poi Lidia confessa: “Mio padre era violento”. Questo è il primo e l’unico momento in cui la realtà degli abusi prende corpo in una frase, portando sullo schermo la semiotizzazione del passato traumatico che per anni ha subito.
Solo nell’acqua Lidia riesce a elaborare il trauma, quell’acqua che è il punto di partenza e il punto d’arrivo, che muta e si evolve con la donna perché protagoniste l’una della vita dell’altra, reciprocamente presenti l’una nel corpo dell’altra. Quell’elemento in cui voleva scomparire diventa il luogo da abitare nella propria integrità, diventa non più una tomba di ricordi in cui annegare, ma un racconto della memoria di cui è riuscita a riappropriarsi. Allora, Lidia non deve più tuffarsi e nuotare irrefrenabilmente nell’acqua, ma può giocare con suo figlio immersa tra le onde, immersa nel corpo della memoria.
Riferimenti bibliografici
D. LaCapra, Writing History, Writing Trauma, Johns Hopkins University Press, Baltimora 2001.
La cronologia dell’acqua. Regia: Kristen Stewart; tratto dal romanzo La cronologia dell’acqua di Lidia Yuknavitch; sceneggiatura: Kristen Stewart, Andy Mingo; fotografia: Corey C. Waters; montaggio: Olivia Neergaard-Holm; musiche: John Williams; interpreti: Imogen Poots, Thora Birch, Earl Cave, Jim Belushi, Charlie Carrick, Tom Sturridge; produzione: Forma Pro Films, CG Cinéma, Scott Free Productions, Fremantle; distribuzione: Wanted; origine: Francia, Lettonia, Usa; durata: 133′; anno: 2025.