Ontologia delle forme sociali di vita

di CARLO CROSATO

Critica delle forme di vita di Rahel Jaeggi.

Pubblicato nel 2013 in Germania, con titolo Kritik von Lebensformen, ora tradotto sotto la cura di Giorgio Fazio e Walter Privitera per l’editore Mimesis, Critica delle forme di vita è il testo in cui la filosofa tedesca Rahel Jaeggi propone il proprio rinnovamento della teoria critica di stampo francofortese.

Già tre anni prima, in un articolo intitolato Il punto di vista della teoria critica. Riflessioni sulla oggettività della teoria critica, Jaeggi aveva depositato un abbozzo di riattualizzazione delle intenzioni teoriche della prima Scuola di Francoforte, in primo luogo confrontandosi con il tema weberiano della avalutatività della scienza sociale, così come era stato inteso nel 1937 da Max Horkheimer. Distinguendo la teoria critica dai metodi di una scienza sociale empirica e dal procedimento di una filosofia politica normativa della giustizia di matrice costruttivista, Horkheimer aveva attribuito alla propria postura filosofica la capacità di ottenere i criteri normativi dai quali esercitare la critica della società a partire dalla comprensione del senso dell’agire sociale. Il legame a valori e a contenuti culturali è giustificato razionalmente, mediante il rimando a un concetto contenutistico di razionalità onnicomprensiva, che sottrae la teoria critica alla sobrietà e alla neutralità etica e valoriale: una ragione universale e obiettiva che si incarna nella storia permette una presa di posizione da cui esercitare il proprio sguardo critico.

Quelle horkheimeriane sono, sostiene Jaeggi affiancando Habermas e Honneth, pretese ormai improponibili per la filosofia della storia che le sottende, in particolare la concezione di uno sviluppo storicamente orientato del progresso: ogni facile ottimismo è stato smentito impietosamente dalla storia; inoltre, una simile impostazione necessita di buoni argomenti per intendere come razionali e progressive le possibilità storiche date. Privata di una cornice filosofico-storica rappresentata da una razionalità onnicomprensiva, rimane inevasa la domanda sul fondamento di una teoria del Bene sostanziale e obiettivo che, meglio degli individui stessi, sappia determinare quale sia la condotta di vita loro più confacente, quali siano i valori verso cui essi debbano orientarsi. A tale domanda posta al pluralismo delle forme di vita apparentemente impossibili da giudicare in termini sostanziali e universali, Habermas ha offerto una risposta meno impegnativa, esercitando il proprio standard di valutazione universale solo sulle questioni morali di giustizia; le questioni etiche invece, in continuità con l’impostazione weberiana, non potrebbero essere affrontate mediante forti rivendicazioni di validità. Una risposta che non soddisfa Jaeggi, secondo la quale la teoria critica non può sottrarsi al dibattito sui contenuti di cultura e sulle forme di vista buone e razionali, senza per questo ricadere nel sostanzialismo e nel paternalismo del Giusto e del Bene.

Queste le premesse teoriche da cui prende le mosse Critica delle forme di vita, in primo luogo criticando il principio liberale della sobrietà etica come principio di indecidibilità sul pluralismo etico delle società attuali e come principio di privatizzazione dei conflitti valoriali del bene. Un principio che, sostiene Jaeggi, a ben vedere non fa che nascondere sotto il tappeto una conflittualità irriducibile che, anzi, tende a ripresentarsi in sempre nuove forme. In più, sarebbe quanto meno miope non notare come lo stesso ethos moderno, e la sua presunta neutralità etica, siano eticamente permeati e tutt’altro che neutri. Così come sarebbe miope non rilevare il carattere storico e politico, cioè sempre in divenire e costitutivamente conflittuale, dei legami culturali.

A quanto sostiene Jaeggi, e su questo si fonda la sua iniziativa di riattualizzazione, la teoria critica può incaricarsi di una valutazione etica delle forme di vita e dei conflitti valoriali, senza ignorarli o neutralizzarli. In primo luogo affrontando la questione non tanto come critica di valori ultimi, ma quanto come osservazione di un reticolo di pratiche sociali e convinzioni valoriali sempre a contatto con problemi concreti specifici. È da questa prospettiva che le forme di vita possono essere giudicate rispetto alla loro capacità di risolvere in maniera adeguata e non contraddittoria quei problemi che esse stesse pongono. Focalizzare l’attenzione sui loro problemi, sulla loro capacità di formularli in maniera adeguata e di affrontarli senza incontrare contraddizioni rende possibile una critica immanente delle forme di vita, una loro valutazione, cioè, non indipendente dalla prospettiva di chi ne prende parte, ma che, al contempo, può poggiare su un correttivo legato alla cosa stessa. Si osserva dunque una matassa di relazioni, di eventi storici, di pratiche che fungono da condizione di formazione di un numero di opzioni fra le quali il giudizio interviene come valutazione della loro maggiore o minore contraddittorietà interna nella formulazione e nella risoluzione dei problemi che quelle stesse forme di vita, sorgendo e funzionalizzando i significati in circolazione, pongono.

Una forma di vita è un reticolo di pratiche sociali sempre legate anche a orientamenti di valore, che hanno acquisito una forma sedimentata. Le forme di vita non hanno la volatilità delle mode, ma hanno una loro consistenza che, tuttavia, in quanto, appunto, forme di vita, in quanto prodotti di una prassi sociale di trasformazione, può essere fatta oggetto di mutamento. Si tratta dunque di collocarci in un territorio intermedio tra l’istituzione, qualcosa di codificato giuridicamente, e fenomeni molto più superficiali come le mode o come le abitudini di vita puramente soggettive: in questo ambito, c’è una dimensione di oggettività, dal momento che si tratta di formazioni sociali, ma non c’è una rigida codificazione. Di qui, la possibilità di tracciare una vera e propria ontologia delle forme sociali di vita, capendone le strutture ricorrenti e le modalità di costituzione, con l’ambizione, a partire da questa ontologia dei meccanismi di strutturazione, di criticare e trasformare le forme di vita. Ed essendo le forme di vita nient’altro che prodotti di processi storici mediante i quali le collettività umane hanno risposto a dei problemi legati alla loro produzione materiale e riproduzione simbolica, il fulcro su cui la critica può far leva sono le crisi in cui le forme di vita entrano nel tentativo di dar soluzione a tali quesiti.

A essere posta sotto la lente di ingrandimento di Jaeggi è in particolare la forma di vita del capitalismo. Avvicinando Honneth nella sua riconcettualizzazione dell’economia di mercato come parte della dimensione dell’eticità in senso hegeliano, Jaeggi osserva le pratiche economiche, proprio come tutte le altre pratiche sociali, nella loro costituzione a partire da norme etico-funzionali indispensabili per il loro funzionamento. Ogni elemento in gioco nel capitalismo è sempre riconducibile a pratiche sociali, storicamente stabilite, mediante una interpretazione normativamente carica. Le pratiche economiche si intrecciano a pratiche non economiche che innervano il tessuto sociale e culturale. In questo senso, il capitalismo può essere inteso come un tipo specifico di organizzazione economica e sociale, tale da includere l’intero insieme delle dimensioni economiche, sociali, culturali e politiche che plasmano il modo di vita delle società organizzate in modo capitalistico. È da questo punto di vista che l’irrazionalità del capitalismo emerge nella sua propensione a ostacolare una piena comprensione delle situazioni storiche atta a permettere una risoluzione dei problemi che tali situazioni pongono.

La proposta di Jaeggi, di cui qui si sono potute tratteggiare solo alcune linee, ha il proprio punto di forza nella ricchezza dell’impegno critico cui dà il via, in un dibattito pubblico che dispera invece di potersi esercitare su una dimensione ormai irrimediabilmente privatizzata; Jaeggi incarica la filosofia di un impegno critico assai ampio, riuscendo tuttavia a non incappare nella ipostatizzazione e nel conseguente paternalismo di valori eterni e universali.

Rahel Jaeggi, Critica delle forme di vita, Mimesis, Milano-Udine 2022.

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