Un libro si può leggere per molti motivi e in molti modi. Personalmente, ho letto Misticismo del filosofo britannico Simon Critchley come un sintomo, non (solo) riferibile al suo autore ma più in generale a una tendenza culturale che mi pare aver acquisito una certa rilevanza nella nostra epoca. Una stagione, quella contemporanea, che come ha messo in evidenza lo Speciale di Fata Morgana Web dedicato al disincanto, è percorsa da fremiti contraddittori, nuove mitologie tecnologiche, ricerche molto accorte di prodotti spirituali – come, appunto, il misticismo.

Nella “Confessione” che chiude il volume, Critchley dà ragione del suo interesse per la tradizione mistica medievale e allo stesso tempo individua alcuni motivi della generale attenzione intorno all’eredità di questa particolare declinazione dell’esperienza religiosa:

Il misticismo offre uno spazio intellettuale ed emotivo per coniugare visioni personali del divino – molto più comuni di quanto si pensi – con le vaste prospettive della storia e della geografia della religione. In misura non trascurabile, il fascino diffuso per il misticismo è la ragione per cui ho scritto questo libro. Le persone, nella loro infinita varietà, trovano un terreno comune nel misticismo, un tema capace di alimentare la fame spirituale che proviamo in qualche misura tutti quanti, quella sensazione di sentirci persi, soli e incapaci di credere, e di unirla a un profondo desiderio di fede, di essere elevati in quella che William James chiamava la “tremenda abbondanza” che troviamo nella pratica e nella scrittura mistica (Critchley 2026, p. 280).

Il misticismo, dunque, come risposta a una sete contemporanea di spiritualità e di senso che non trova risposta né in un esausto esercizio illuminista della ragione, né nel compromesso sguardo scientifico sul mondo, ma neanche nell’adesione a tradizioni e istituzioni religiose percepite come inevitabilmente usurate. «Il misticismo può essere compreso solo in relazione alla coltivazione di […] pratiche, che forse sono quanto di meglio possiamo sperare di fare quando il mondo è andato in pezzi» (ivi, p. 80). In questo quadro di generale sconforto – almeno così secondo l’autore, che contrappone l’esistenza liberata del mistico alla malinconia filosofica e, più in generale, alle passioni tristi della contemporaneità – l’opzione esistenziale dei mistici viene riscoperta come radice di una disposizione estetica attualmente incarnata dalle pratiche artistiche: «L’esperienza mistica prosegue, oggi, nell’esperienza estetica» (ivi, p. 115). Ma andiamo con ordine.

Il libro è un accumulo congestionato di temi, personaggi, autori, generi letterari. Almeno un paio di false partenze (a mo’ di avvertenza, prologo, introduzione) sfociano in un primo capitolo che affronta la questione di una definizione possibile di misticismo, elaborata a partire dal lavoro del teologo Bernard McGinn ma anche dal pensiero del già citato William James. L’andamento della scrittura di Critchley è estremamente personale, ricco di divagazioni ma anche sintetico nel proporre alcuni punti teorici in maniera netta (e forse un po’ superficiale); si prenda ad esempio l’enunciazione di «cinque punti sul misticismo», poi brevemente sviluppati in alcuni paragrafi:

1. Il misticismo non è una religione ma una tendenza all’interno di una religione.
2. La vita mistica è un viaggio o un itinerario.
3. Nel misticismo, l’unione con Dio non è sempre o necessariamente un percorso lineare.
4. “Presenza di Dio” è un termine migliore e più flessibile di “unione”.
5. L’esperienza mistica non è solamente passiva (ivi, pp. 52-57).

Di seguito, il secondo capitolo si dirige alla definizione di un particolare tipo di misticismo, che risponde evidentemente ai desiderata dello stesso Critchley. Ancora una volta assecondando il gusto per gli elenchi, l’autore indica sette caratteri: il misticismo che qui è in questione è obliquo, autobiografico, vernacolare, performativo, pratico, erotico, ascetico. Nell’elaborazione di questi punti – che d’altra parte ripropongono alcuni topoi ben noti, rintracciabili negli studi sulla mistica – un’annotazione apparentemente secondaria cattura l’attenzione: la preponderanza di una questione di genere ante litteram, per cui «non si tratta insomma semplicemente di monaci maschi che documentano le estasi mistiche di donne analfabete: le politiche sessuali in gioco nella mistica sono molto più sfumate» (ivi, p. 77).

Il misticismo che ha in mente Critchley è sicuramente l’esistenza liberata e il distacco da sé di cui parla Meister Eckhart (parte I, cap. 3) ma, a maggior ragione, è l’esperienza paradossale di scrittura in posizione liminale messa in scena dalla scrittrice canadese Anne Carson, dalla mistica del Trecento inglese Giuliana di Norwich, che è in realtà la vera eroina di tutto il libro (parte II, cap. 2), e dalla scrittrice americana Annie Dillard. Il discorso trascorre gradualmente dal misticismo alla letteratura passando attraverso il trait d’union della scrittura: se la mistica è scrittura di sé ( «l’“io” di Giuliana di Norwich – ricorda insistentemente l’autore – è il primo “io” di una donna nella letteratura inglese», ivi, p. 76) e scrittura dell’Altro, incontrato uscendo da sé, analogamente la letteratura implica una forma di estasi, richiede cioè uno spossessamento, affinché possa affiorare un’opera. Critchley mette qui al lavoro la nozione di decreazione elaborata da Simone Weil, erede di una lunga tradizione di immagini della rinuncia a sé stessi: «L’arte nasce da un sacrificio, il sacrificio di un incendio. Gli artisti devono immolarsi, bruciando tutto ciò che hanno in termini di nome o di volto. […] Il nome – la soggettività, l’identità, l’interiorità – dell’artista non ha valore. La vita dello scrittore va in fiamme nell’opera. Oppure no: in quel caso, l’opera è un fallimento» (ivi, p. 196).

Si coglie in queste riflessioni un’etica della creazione artistica molto radicale e impegnativa, che proprio per questo motivo si espone al paradosso fondante della scrittura mistica e di ogni analogo progetto di decreazione dell’artista a vantaggio della realizzazione dell’opera:

Insomma, raccontare significa raccontare qualcosa che si sa o si conosce. Raccontare, per un io, equivale a fare una sorta di affermazione. Raccontare, dunque, significa conservare l’io. […] Raccontando Dio, quindi, l’io finisce per affermare sé stesso, in una forma o nell’altra. Se la decreazione è il disfacimento della creatura in noi, allora raccontare “fa” ancora la creatura. Se avessimo veramente decreato noi stessi, allora non potremmo raccontare, e forse non vorremmo raccontare, perché ci troveremmo in una condizione di unione con Dio o in distinzione dal divino. Potete chiamare questa unione estasi, beatitudine o, se preferite, morte (ivi, p. 118).

Lasciamo scorrere gli ultimi capitoli del libro, peraltro dedicati a temi tanto eterogenei come la poesia di Eliot, il legame tra il misticismo e il paesaggio (affettivo prima ancora che geografico) dell’Inghilterra di Critchley, il tentativo di spiegazione da parte dell’autore di «cosa ho cercato di fare in questo libro» (ivi, p. 235), il legame tra esperienza mistica ed esperienza musicale («Com’è possibile che un mucchio di sciocche canzoni pop possano ricucire il tessuto della vita e darle senso, profondità, calore e coerenza?», ivi, p. 279). Troppa varietà per poter sperare di cogliere qualcosa di teoricamente significativo in una simile giustapposizione di riferimenti, confessioni personali e interessi idiosincratici.

Ma – e qui si fonda la mia lettura sintomatica del volume di Critchley – il fallimento di questo libro è senz’altro istruttivo. Senza mai chiarire fino in fondo se la sua è una ricerca storica, una riflessione teorica, una raccolta di saggi critici, una meditazione personale, l’autore incappa in quello stesso paradosso che rende respingente tanta parte della letteratura mistica: il suo tentativo di esprimere l’ineffabile descrivendolo o raccontandolo. E per questo scontrandosi quasi inevitabilmente con l’effetto di una ridondanza, nel migliore dei casi confusa e noiosa, nel peggiore dei casi esasperante.

Tornando per un’ultima volta sulla connessione tra esperienza mistica ed esperienza musicale, Critchley osserva: «Al suo meglio, la musica ci permette di recuperare quella che Eno chiama […] “gioia idiota”. La gioia idiota è la sensazione di pura e folle felicità per il mondo. È l’acqua fresca e limpida che scorre in fondo all’abisso» (ivi, p. 274). Al di là di una certa retorica dell’understatement, la gioia idiota è, etimologicamente, una gioia privata, che riguarda soltanto l’esperienza del singolo e, proprio per questo, patisce la frustrazione di non poter essere comunicata. Il fallimento del libro di Critchley, almeno a mio giudizio, è istruttivo proprio perché mette in scena (in quasi 300 pagine) il tentativo di comunicare quello che l’autore ha scoperto, raccolto, compreso, esperito. Ma la gioia idiota mal sopporta di essere messa in parola; tantomeno di essere messa per iscritto. È quanto osservava Wittgenstein quando scriveva che «la soluzione del problema della vita si coglie al dissolversi di tale problema. (Non è questa la ragione per cui coloro a cui il senso della vita divenne chiaro dopo lungo dubitare poi non seppero dire in cosa questo senso consistesse?)» (1989, p. 173, prop. 6.521).

Nulla di male, dunque, se Critchley fallisce là dove molti prima di lui hanno fallito: la gioia idiota rimane refrattaria alla sua traduzione teorica o letteraria, o almeno al tentativo di presentarla in maniera diretta, potremmo dire frontale. E d’altra parte, come suggerisce l’autore, essa compare volubilmente nelle esperienze dei mistici e negli ultimi tempi, con una certa frequenza, traspare da alcuni tentativi artistici che ereditano la tensione verso un puro abbandono che metta a riposo l’io. La posta in palio, però, non è una gioia idiota – incomunicabile possesso del singolo – ma il suo esatto contrario. Una gioia per cui non abbiamo alcun nome.

Riferimenti bibliografici
L. Wittgenstein, Tractatus Logico-Philosophicus, Einaudi, Torino 1989.

Simon Critchley, Misticismo, add editore, Torino 2026.

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