Il 12 maggio scorso è uscito in libreria, per Chiarelettere, Contro l’oligarchia, versione italiana dell’ultimo libro di Bernie Sanders, l’ottantaquattrenne senatore indipendente del Vermont, già due volte candidato presidenziale nelle primarie democratiche del 2016 e del 2020, oggi considerato da molti la figura più autorevole, credibile e genuina di una possibile sinistra internazionale.

Il libro, presentato dallo stesso Sanders al Salone del libro di Torino – dove ha ricevuto un’accoglienza calorosa da un pubblico costituito soprattutto dai tanti giovani che lo seguono da anni – deriva direttamente dal Fighting Oligarchy Tour che Sanders e Alexandria Ocasio Cortez (AOC) hanno lanciato nel gennaio 2025. Tuttora in corso, quel “giro degli Stati Uniti” ha ormai complessivamente radunato centinaia di migliaia di persone non solo in città democratiche come Los Angeles e Denver, ma anche in moltissime zone dell’universo Maga. Se da una parte tour e libro analizzano la sempre più devastante concentrazione del potere economico, e politico, nelle mani di un ristretto gruppo di oligarchi nell’era Trump, dall’altra non lesinano critiche al Partito Democratico considerato in gran parte responsabile delle elezioni dell’attuale presidente.

«Negli ultimi decenni i democratici hanno voltato le spalle ai bisogni e alle sofferenze della working class americana. Mentre i leader del partito si davano da fare per ottenere finanziamenti elettorali da personaggi ricchi e potenti, milioni di famiglie lavoratrici in tutto il paese precipitavano nella disperazione e nell’isolamento politico. Donald Trump ha riempito il vuoto creato dai democratici».

Il problema dell’oligarchia e della corruzione bipartisan è una delle preoccupazioni più antiche di Sanders, punto focale del suo personale “Neverending Tour” alla Bob Dylan fin dal 2015, nonché fulcro di un altro suo libro del 2023, It’s OK to Be Angry with Capitalism. Già in quel lavoro, non tradotto in italiano, il senatore esprimeva tutta la sua furia contro gli oligarchi che hanno reso l’attuale tipo di capitalismo ancora più sfrontato ed esagerato persino di quello della Gilded Age. E con la seconda presidenza Trump si è andati ancora oltre.

Oggi, precisa Sanders in Contro l’oligarchia, «quattro società di Wall Street – BlackRock, Vanguard, Fidelity e State Street – sono le principali azioniste in oltre il 95% delle corporation», potendo così imporre «prezzi scandalosamente alti» per tutti i prodotti di tutti i settori. Inoltre sei grandi conglomerati mediatici, posseduti da oligarchi come Elon Musk, Jeff Bezos, Mark Zuckerberg, Rupert Murdoch e Larry Ellison, «controllano circa il 90% di ciò che il popolo americano vede, ascolta e legge». Per non parlare dell’intelligenza artificiale, il cui uso spregiudicato nelle mani di pochissimi che ne traggono profitti enormi, ha già creato grandi scompensi e sofferenze tra i lavoratori di tutto il mondo, e sempre più ne causerà se non si prenderanno provvedimenti per la redistribuzione dei vantaggi che un mezzo così ambivalente può portare.

Ma il problema più grave, dai quali gli altri derivano a cascata, è che i super ricchi comprano le elezioni, avvalendosi dei Super Pac creati dopo la sentenza della Corte Suprema del 2010 “Citizen United vs. Federal Election Commission”. Applicando a qualsiasi tipo di società, azienda e organizzazione il principio del 1976 secondo cui la spesa politica è una forma di libertà di parola espressa dal primo emendamento della Costituzione Usa, tali gruppi beneficiano di illimitate somme di denaro riversate dai donatori in quei Super-Pac di finanziamento ai politici, con un enorme incremento di ogni forma di corruzione possibile e immaginabile. Proprio sull’onda del rinnovato appello alla necessità di abolire “Citizen United” – ancora una volta stigmatizzato in quest’ultimo libro che, data la globalizzazione del fenomeno oligarchico, si propone come un manifesto internazionale – il 20 maggio scorso Sanders e la deputata Summer Lee hanno ripresentato in Congresso l’“Abolish Super PACs Act”. La proposta era già naufragata sotto l’amministrazione Biden per le resistenze interne al Partito Democratico, molti dei cui esponenti sono fortemente dipendenti dai grandi finanziatori e dai Super PAC.

Nell’ampio panorama costituito dai Super Pac, Sanders denuncia con la severità che lo contraddistingue anche l’influenza dell’AIPAC (American Israel Public Affairs Committee) – la potentissima lobby israeliana finanziatrice di moltissimi politici americani bipartisan – che negli ultimi anni è diventato uno dei problemi più scottanti. Nelle elezioni del 2024 i milioni di dollari spesi nelle primarie democratiche, ormai vero terreno dello scontro politico americano, hanno reso la lobby determinante nell’estromissione dal Congresso di due deputati suoi alleati, progressisti e pro-palestinesi, Jamaal Bowman e Cori Bush. E né oligarchi, né AIPAC hanno intenzione di interrompere le loro interferenze nelle primarie democratiche, motivo per cui Sanders non solo sollecita la necessità dell’impegno pubblico attraverso candidature alle varie cariche amministrative a tutti i livelli, ma è impegnato in prima persona nel supporto di moltissimi candidati progressisti nella sfida contro i corporate democrats.

Tra i numerosi riferimenti del libro alla questione dell’Aipac ve ne sono due particolarmente importanti. Uno riguarda le ripercussioni rispetto alle risoluzioni contro la vendita di armi a Israele che Bernie Sanders non solo aveva già presentato anni fa, ma che sono diventate sempre più frequenti dal 2024 in poi. Il senatore ricorda come le sue proposte, sempre bocciate dalla totalità dei senatori repubblicani, non abbiano mai avuto, fino al 26 aprile di quest’anno, nemmeno il consenso della maggior parte dei democratici. Ho avuto modo di esserne diretta testimone dalla galleria del Senato nel novembre 2024 e nel maggio 2025, quando per ore consecutive ho assistito alle camminate di Sanders avanti e indietro nell’aula, da solo, con le mani dietro la schiena, mentre più di ottanta dei suoi 99 colleghi entravano alla spicciolata per votare contro le risoluzioni che il senatore, ebreo, aveva presentato.

L’altro riferimento, e punto importantissimo del nuovo libro, è la codifica del termine “genocidio” nei confronti del popolo palestinese, un termine che Bernie Sanders ha usato per la prima volta il 17 settembre 2025 nella dichiarazione ufficiale sul suo sito governativo del Senato degli Stati Uniti intitolata It is Genocide, diventando il primo, e perora unico, senatore americano ad ammettere senza mezzi termini quella realtà. Fino a quel momento Sanders aveva usato altre espressioni che, per quanto crude ed efficaci, non avevano lo stesso impatto istituzionale.

Un ultimo cenno, tra i tanti ancora possibili, va alle pagine che Sanders dedica al sindaco di New York Zohran Mamdani, di cui Bernie non solo è stato mentore – facendogli oltretutto prestare giuramento nella cerimonia pubblica di insediamento del primo gennaio 2026 – ma che ora cita come primo realizzatore della rivoluzione progressita dei nostri tempi.

Ma, vien da chiedersi, quanto ha influito Bernie Sanders nella traiettoria politica che ha portato all’elezione di Mamdani?

Forse una risposta, con ulteriore domanda finale, si può trovare in un appassionante libro americano del 2018, un mix di road movie e buddy story oscillante tra romanzo picaresco degli esclusi, alla Don Chisciotte e Sancho Panza, ed eroica epopea romantica di respiro quasi omerico. Nelle sue quasi 400 pagine, l’autore Jeff Weaver (1966) – dall’età di 18 anni fedele compagno di viaggio e factotum nelle avventure elettorali di Bernie Sanders (1941) – era ritornato con affetto e nostalgia sui primi anni trascorsi con il suo “capo”, ma soprattutto aveva ripercorso dettagliatamente tutte le fasi dell’ultima campagna elettorale che i due amici avevano vissuto fianco a fianco, ossia le primarie presidenziali democratiche del 2015-16 contro Hillary Clinton. E lo aveva fatto utilizzando spesso i registri di ironia, sarcasmo, comicità e persino grottesco per alleggerire e contemporaneamente rendere più forte l’aspetto drammatico di quella avventura politica, mantenendo profondamente umana una storia che aveva i potenziali per una narrazione solenne e mitologica. Molta della comicità nasceva proprio dal contrasto tra la grandezza storica che quell’avventura avrebbe finito per assumere e la precarietà delle condizioni iniziali, delle improvvisazioni quasi dilettantistiche ed artigianali escogitate nel fronteggiare l’abnorme intreccio di fama, organizzazione, denaro, potere e connivenze della macchina clintoniana. Anche il surreale non mancava, nella descrizione dell’attonita incredulità nel vedere folle sempre più grandi accorrere ai comizi e dare il via a quei cori di «Bernie, Bernie, Bernie…» che da allora accolgono il senatore ed esplodono a intermittenza in tutti i suoi eventi pubblici.

Nonostante una lunga ed integerrima carriera politica alle spalle, la notorietà nazionale di Sanders era pressoché inesistente nella primavera del 2015 quando si era candidato, trascinando l’immancabile Weaver in un’impresa che appariva irresponsabile, se non ridicola, per tutte quelle disparità. Eppure, passo dopo passo e attraverso peripezie di ogni tipo, l’inimmaginabile era avvenuto, al punto che, dopo aver scritto quel libro appassionante, Jeff Weaver lo aveva intitolato How Bernie Won – Inside The Revolution That’s Taking Back Our Country And Where We Go From Here. Un titolo che se poteva apparire paradossale, visto che le primarie Bernie le aveva perse, registrava non solo la sua vittoria morale, ma soprattutto descriveva una realtà che tanto l’establishment democratico quanto i suoi media mainstream di riferimento avevano boicottato con ogni mezzo.

Nell’introduzione Weaver aveva guardato ancora più avanti, ponendo una domanda allora apparentemente retorica ma che oggi suona profetica: «Chi può prevedere quale sarà l’esito finale del lavoro politico e storico di cui Bernie e milioni di americani hanno posto le basi nel 2016?».

Bernie Sanders, Contro l’oligarchia, Chiarelettere, Milano 2026.

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