Il libro Contrazioni. Studi sul problema estetico in Kant, Warburg, Lyotard di Antonio Branca, uscito da poco per i tipi di Mimesis, è un testo che ha il pregio di unire non senza un certo successo due canoni, se così li si può chiamare, che abitualmente tendiamo a separare: quello della storia della filosofia e quello della filosofia teoretica. Da un lato, Branca esibisce un rigore storiografico e filologico invidiabile. Lo stesso rapporto fra le tre figure decisamente eterogenee che l’autore chiama in causa nel testo, Kant Warburg e Lyotard, è indagato in modo affatto approfondito, soprattutto per quanto riguarda l’influenza che la filosofia critica ha avuto poi sulla poliedrica produzione warburghiana e sulla filosofia lyotardiana, con il risultato che questo accostamento risulta tutt’altro che arbitrario o meramente tematico bensì viene giustificato anzitutto sul piano storico. Dall’altro lato, però, tanto la scelta di confrontarsi con questi autori quanto la ricostruzione del loro rapporto non si esaurisce nel suo interesse storiografico ma anzi prende avvio da una motivazione di carattere dichiaratamente speculativo.

I «tentativi di filosofare» (Kant, 2019, p. 1177) offerti da Kant, Warburg e Lyotard fungono infatti da punti di partenza, più che di arrivo. In questo senso, la scelta di fare riferimento a tre autori tanto eterogenei deriva dalla convinzione che l’uso combinato delle loro rispettive dottrine possa sì, anzitutto, esplicitare aspetti del loro pensiero non necessariamente rilevati con la dovuta attenzione dalla letteratura critica ma anche o, meglio, soprattutto produrre un’interpretazione sistematica della nostra esperienza. Il che avviene, in modo affatto sorprendente, a partire da un concetto tanto fondamentale nella storia del pensiero filosofico quanto ormai considerato alla stregua di un ferrovecchio: quello dell’«Io». E questa, forse, è la scommessa più importante che è in gioco in questo libro.

«Dell’io, siamo convinti oggi, in filosofia, non c’è più bisogno» (Branca, 2026, p.11). Questa è infatti la considerazione da cui prende avvio il testo di Branca e che, onestamente, mi sembra molto difficile smentire. Si tratta di un assunto, questo che dell’«io» non occorra più fare problema, che da un punto di vista storico ci colloca in uno scenario del tutto diverso da quello che ha caratterizzato la modernità da Descartes in poi. Se c’è qualche cosa di tipicamente moderno, infatti, è che l’«io» costituisca il punto archimedeo soltanto a partire dal quale sia possibile poi trarre fuori tutto il resto. Pensiamo per esempio a Kant, che è uno dei tre autori chiamati in causa nel testo: è cosa nota a tutti che l’intero progetto della critica poggi sul presupposto che tutta l’architettonica della conoscenza umana dipenda, in ultima istanza, da questo «punto referenziale da cui il paesaggio può essere abbracciato nella sua totalità e che è l’Io» (Lyotard, 1992, p. 56), di modo che quando noi ci interroghiamo sulla natura delle cose non possiamo che fare riferimento anzitutto al fatto che siamo noi a porre questa interrogazione, e che ciò che ci sarà dato di risponderci non può che venire determinato dal modo in cui noi stessi lo abbiamo costituito, per esempio, secondo le categorie attraverso cui procede la nostra facoltà conoscitiva. Ed è una convinzione altrettanto comune che le cose oggi debbano essere pensate diversamente: l’impressione è che dopo aver creduto alla necessità di postulare un «io» che «costituisce la realtà», ora si ritenga invece che «l’idea di io e quella di esperienza ad essa associata non sono necessarie alla descrizione della realtà» (Lyotard, 1985, pp. 68-69). 

In questo senso, c’è stato un vero e proprio cambio di paradigma nella filosofia e, con ciò, sono mutati tanto la visione del mondo quanto il clima di pensiero entro il quale oggi ci muoviamo: ciò che fino a ieri ritenevamo indispensabile per garantire la possibilità di comprendere la nostra esperienza e il mondo che attraverso questa ci si dischiude oggi lo riteniamo superfluo, se non addirittura d’impaccio per comprendere la natura delle cose. Non siamo più moderni quindi, bensì, come diceva Lyotard condensando apparentemente il nostro spirito del tempo, siamo «postmoderni»: dopo aver decostruito l’intero apparato concettuale attraverso cui era filtrata l’esperienza del moderno abbiamo finalmente smesso di credere alle metanarrazioni, ovvero, in una battuta, a tutti quei racconti di favola che per secoli ci siamo raccontati persuadendoci della loro assoluta verità. Primo fra tutti: la realtà dell’io, il cuore di tenebra che la modernità aveva posto come il centro di ogni nostra esperienza. Ciò che rende questo libro filosoficamente valido, allora, è che Branca discute questo orizzonte che costituisce il senso comune di buona parte della filosofia odierna con l’intento non solo, o non tanto, di contestarlo, quanto piuttosto di mostrarne la necessità e i limiti.

Di che cosa parliamo, infatti, quando parliamo di «io»? Rispondere a questa domanda può sembrare semplice, ma non lo è affatto. Anzitutto perché come nota, tra gli altri, Lyotard, «prima e affinché si dia un io, è necessario un mondo», cioè un orizzonte di significati capaci di individuare gli oggetti della nostra esperienza e i rapporti tra loro a partire dal quale sia possibile comprendere ciò a cui ci riferiamo, anche qualora questo sia ciò che riteniamo più prossimo e più proprio com’è il caso dell’«io». E, in seconda battuta, perché presupporre un «io» puro, astratto dalla sua propria situazione, e quindi estraneo ad un mondo che pure dovrebbe costituire è una ricostruzione per niente fedele alla nostra esperienza, nella quale, invece, ci troviamo già da sempre tutt’uno con le cose del mondo perché compromessi sensibilmente, affettivamente con la loro esistenza materiale. Pensare che l’«io» sia come un «cervello in una vasca» (Putnam, 1985) che deve poi spiegare com’è connesso alla realtà esterna è un’ipotesi più utile per fare un esperimento mentale che per delucidare la nostra esperienza effettiva. Di più: è per forza necessario che ciascun atto del pensiero sia riferito a un punto considerato fermo? Non sarebbe possibile, invece, come vorrebbe di nuovo Lyotard, risolvere la nostra esperienza in un «oceano di nubi» nel quale «soli fluttuano meri affetti, sentimenti che nessuno sente e che non si riferiscono ad alcuna identità» e che altro non sono che «le maniere che una nuvola», cioè un’esperienza, «ha di essere ‘affetta’ dalle altre» (Lyotard, 1992, p. 60)? In effetti, nell’esperienza estetica, cioè nella sensazione, che costituisce il banco di prova sul quale vengono provate tutte le ipotesi di lavoro avanzate nel libro e che è lo stato primario della nostra esperienza, noi non abbiamo mai a che fare con un «io» posto di contro al mondo, bensì, anzitutto, con un «plesso io-mondo», l’«unità problematica di soggettuale e oggettuale» (Desideri, 2013, p. 127).

Queste sono alcune dei problemi e delle domande che questo libro affronta e di cui riconosce, come dicevamo prima, la necessità in riferimento alla trattazione dell’«io». L’operazione di Branca, a questo punto, si configura come un tentativo di recuperare l’apparato critico kantiano per mostrare come la risposta a queste obiezioni che abbiamo posto alla modernità vada ricercata, paradossalmente, nella sua stessa modernità. È stato Kant, infatti, a distinguere uno «zweifaches Ich», un «io» a due facce di cui l’una è empirica o «psicofisica», come la definirebbe Warburg, mentre l’altra è trascendentale, e che perciò è coincide con l’unità sintetica della ragione, cioè la coscienza o «il luogo logico di evenienza dei fenomeni» (Branca, 2026, p. 127), pur non coincidendo affatto con una mera prospettiva soggettiva sul mondo. Ciò che Kant chiama «Io», quindi, è propriamente un «referente universale dei fenomeni», come si evince dal fatto che l’«Io penso» «deve poter accompagnare tutte le mie rappresentazioni», oppure l’operatore della loro composizione, in quanto unità delle operazioni a cui il dato deve conformarsi per poter esser dato. Al contrario, l’io empirico è esso stesso un prodotto dell’Io: è sì l’istanziazione o concrezione del soggetto logico, cioè l’Io trascendentale, ma mai l’origine o il centro focale dell’esperienza nella quale, invece, si trova incluso come «(s)oggetto» (Branca, 2026, p. 186) delle sue stesse operazioni. Capiamo allora perché le critiche prima citate non colpiscano nel segno: queste avevano di mira un polo egoico dell’esperienza, un centro puntiforme a partire dal quale si squadernerebbe una prospettiva sul mondo, mentre ciò che qui è in questione non è tanto l’«io» così inteso ma l’unità della ragione, cioè del pensiero nell’esercizio delle sue facoltà. 

Certo, così dicendo si chiudono alcune questioni ma se ne aprono altre: per esempio, a questo punto, problematico può essere il rapporto tra il logico e l’empirico o, in altre parole, il modo in cui il pensiero si farebbe mondo e si farebbe «io». Branca lo riconosce e dà un indirizzo di risposta affrontando la riforma del trascendentale operata da Aby Warburg. Al di là di questa risposta che lasciamo ai lettori del testo, però, possiamo chiudere riconoscendo che se un autore ad oggi giustamente apprezzato come Bruno Latour ha affermato, con le sue buone ragioni, che non siamo mai stati moderni, questo libro ha forse il pregio di farci vedere con lucidità che, in fondo, moderni non abbiamo mai smesso di esserlo.

Riferimenti bibliografici
A. Branca, Contrazioni. Studi sul problema estetico in Kant, Warburg, Lyotard, Mimesis, Milano-Udine, 2026.
F. Desideri, La misura del sentire. Per una riconfigurazione dell’estetica, Mimesis, Milano-Udine, 2013.
H. Putnam, Ragione, verità e storia, il Saggiatore, Milano, 1985.
I. Kant, Critica della ragion pura, Bompiani, Milano, 2019.
J.-F. Lyotard, Il dissidio, Feltrinelli, Milano, 1985.
J.-F. Lyotard, Peregrinazioni. Legge, forma, evento, il Mulino, Bologna, 1992.

Antonio Branca, Contrazioni. Studi sul problema estetico in Kant, Warburg, Lyotard, Mimesis, Milano-Udine, 2026.

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