In uno dei romanzi meno letti di Umberto Eco, L’isola del giorno prima, si consuma un naufragio paradossale. Roberto de la Grive, enigmatico personaggio del XVII secolo, pur non sapendo nuotare, decide di imbarcarsi; dopo una violenta tempesta riesce a salvarsi trovando riparo su una nave alla deriva, abbandonata dal suo equipaggio a causa della peste. Di fronte a lui si staglia un’isola, vicinissima eppure inaccessibile, separata da una distanza minima e tuttavia assoluta. Al protagonista non restano che memoria, scrittura e sapere, fragili strumenti di ancoraggio figurato alla terraferma, al proprio passato e alla catena di scelte che lo ha condotto fin lì: ogni tentativo lo riconduce tuttavia davanti a ciò che gli resta precluso, quell’isola, elemento naturale refrattario al sapere, punto cieco attorno a cui ruota l’intero dispositivo, irriducibile alla significazione. L’isola appare allora nella forma dell’evento, di ciò che irrompe senza lasciarsi anticipare né padroneggiare, e proprio l’uomo della conoscenza, direbbe il Nietzsche genealogista, vi resta escluso, opaco a sé medesimo.

Nell’ultimo lavoro di Federico Leoni, L’isola sotto il mare. “Ferdinandea” di Clément Cogitore (Castelvecchi 2026), sembra riecheggiare proprio l’isola di Eco: come se Eco e Leoni disegnassero i medesimi tratti, ruotassero attorno alla medesima figura, quella dell’isola come evento. Intanto, cos’è Ferdinandea?

Ferdinandea è un’isola vulcanica emersa nel 1831 nel Canale di Sicilia, tra Sciacca e Pantelleria, in seguito a un’eruzione sottomarina. La sua comparsa innescò immediatamente una contesa geopolitica; inglesi, francesi, borbonici ne rivendicarono il possesso, la cartografarono, la nominarono, la inscrissero entro i rispettivi domini giuridici e simbolici. Ma quasi subito l’isola scomparve di nuovo sotto il mare, dove ancora oggi giace in stato di quiescenza. Apparizione e sparizione, emersione e inabissamento. Non è tanto l’isola in sé a interessare Leoni, quanto il suo statuto paradossalmente metastabile, ontologicamente intermittente, e soprattutto il groviglio di forze, saperi e appropriazioni che la sua emersione improvvisa mette in moto. Più che un semplice oggetto geologico, Ferdinandea diventa per Leoni un autentico tema filosofico: il nome di qualcosa che resiste a ogni oggettivazione immediata e che, proprio per questo, rende visibile il processo significante, l’apparato di cattura attraverso cui un evento viene progressivamente tradotto in figure, luoghi, nomi, saperi, entro coordinate che tentano di stabilizzare l’evento-Ferdinandea assegnandogli via via una forma, una giurisdizione, una mappa, una carta nautica, un dispaccio, un documento regio, un atto di possesso.

Ma Ferdinandea è anche il titolo della monumentale mostra-installazione di Clément Cogitore, presentata al Madre di Napoli nel 2022 e oggi riallestita al Mucem di Marsiglia. Pur essendo «un unico oggetto benché distribuito in più stanze ed estremamente composito» (Leoni 2026, p. 68), essa si presenta come una Wunderkammer, una camera delle meraviglie, «una mostra, ma anche un’opera o un’installazione, complessa eppure concentrica» (ivi, p. 67). Così la «collezione-evento» (ivi, p. 69) di Cogitore è il teatro di una scrittura singolare, ecfrastica ma mai puramente descrittiva, deittica e quasi indicale nel suo continuo mostrare, sostare, avvicinare gli oggetti, mantenendosi sagacemente in quella zona intermedia tra i percetti prodotti dalle opere e i concetti filosofici da esse generati.

Nella prima stanza incontriamo l’isola, o forse no. L’isola, propriamente, ancora non c’è. O forse c’è già, ma in uno stato larvale, pre-oggettuale, in una condizione di quasi-emersione che non concede ancora allo sguardo il conforto della forma compiuta. Non appare un’isola, non appare nemmeno, forse, un evento, ci dice Leoni. Tuttavia, il visitatore si trova ad avere a che fare con un segno, «un segno puro. Cioè qualcosa che da un lato è un segno, fa cenno verso qualcos’altro, sembra poter avere un significato, sembra annunciare un avvenire» (ivi, p. 11). Un segno aperto, dunque, che ci conduce verso la seconda stanza.

Qui le figure iniziano a prendere corpo, la storia a raccontarsi con i suoi oggetti, resoconti, tavole illustrative, rivendicazioni geopolitiche: «Un sapere va accatastandosi nella strozzatura di quell’insopportabile punto d’ignoranza» (ivi, p. 28) attorno a Ferdinandea. Il sapere sedimenterebbe così attorno al vuoto, attorno al puro segno.

Terza stanza, e vediamo finalmente Ferdinandea, forse. Dopo i segni opachi della prima sala e il delirio cartografico della seconda, sembrerebbe arrivato il momento dell’evidenza, il tempo glorioso dell’oggetto finalmente strappato al buio subacqueo. Telecamere, lampade, cavi, motori, l’intera ferraglia epistemica cala nel mare, e per un istante quasi ci caschiamo: eccola, l’isola. Ma più la si guarda, più si sfrangia. Il profilo roccioso si sfibra nelle alghe, le alghe nei pesci, i pesci nella corrente, la corrente in un pulviscolo luminoso che vibra ai margini del visibile. Insomma, vediamo l’immagine restituita dalla telecamera, lo schermo, il documentario; ma anche questa non è che una delle innumerevoli oggettivazioni di Ferdinandea, una piega locale del suo apparire, assolutamente vera entro il proprio regime di visibilità e insieme irriducibile a ogni altra. E perciò con piglio profondamente leibniziano Leoni può affermare che «l’isola è di volta in volta esattamente ciò che è e che non può non essere. E quello che incontriamo in questa stanza non è Ferdinandea com’è oggettivamente, è che l’oggettività di Ferdinandea è tutti questi oggetti insieme, tutti paradossalmente presenti, tutti dati simultaneamente, tutti compressi nello stesso luogo» (ivi, pp. 35-36). Non esisterebbe allora un unico oggetto Ferdinandea dietro le sue apparizioni ma una molteplicità di oggetti o, più precisamente, di eventi modali dotati di uno statuto oggettuale incerto e sempre rinegoziabile: apparati di registrazione e prospettive ritagliano e generano un effetto di verità entro la propria cornice epistemica, l’isola.

Leoni ci trascina così nella quarta stanza della mostra e, come una guida insieme vigile e defilata, dispiega il gioco delle opposizioni possibili, accumulando ipotesi per disfarle subito dopo, secondo un movimento quasi elenctico di matrice socratica. E forse il paradosso più sottile del libro, nonostante l’ottimo apparato iconografico che accompagna le pagine finali, è proprio questo: mostrare un punto di vista sapendolo uno tra infiniti altri possibili, e tuttavia, per chi non ha visto la mostra né respirato le atmosfere di Cogitore, finire inevitabilmente per consegnarlo come l’unico. È, in fondo, il paradosso di ogni scrittura sull’arte, e forse anche una delle ragioni decisive dell’interesse di Leoni per questi oggetti teorici: sapere che ogni prospettiva è una tra infinite possibili e, al tempo stesso, l’unica che ci è data, perché si costituisce escludendo tutte le altre.

Ad ogni modo qui, sul vetro che ricopre una grande fotografia, compare una scritta in siciliano: “Aviamu addivintatu un populu r’insonni”. Siamo diventati un popolo d’insonni. È su questa tellurica insonnia che si sofferma Leoni:

È un’esperienza comune, in Sicilia, quella di vivere su un vulcano, di abitare una terra che è sonnolenta e inquieta, vistosamente immutabile e squassata da continui sommovimenti. La vicenda di Ferdinandea non fa che amplificare questo dato di fatto, non fa che rilanciarlo in direzione di un’evidenza che dovrebbe essere universale. Ogni terra è a suo modo sismica, ogni suo abitante sta appoggiato su uno strato di terra fragile, sottile, inquieta. Ogni essere umano è insonne, anche se sogna di tanto in tanto di dormire (ivi, p. 47).

L’insonnia di cui parla Leoni, questa peculiare condizione sonnambolica del soggetto, non riguarda soltanto una dimensione psicologica o esistenziale, bensì ogni consistenza, ogni assemblaggio formale. Forse è proprio qui che si condensa la grande tesi del volume dedicato all’opera di Clément Cogitore: nell’arte, o più semplicemente nella vita, «una composizione ha sempre, in altri termini, sempre qualcosa di scomposto» (ivi, p. 75). La sfida che Leoni ci consegna è allora pensare l’aberrante simultaneità di forma e informe, un mondo incipiente, aurorale, in cui non esistono davvero oggetti stabili ma modi d’esistenza, traiettorie, linee, tratti in statu nascendi, dove tutto si decompone componendosi nello stesso istante. Tanto nell’umano, che abita sopra una crosta sottilissima, una fragile membrana di consistenza provvisoria, mentre sotto continuano a muoversi faglie, magma, pressioni, rumori, ciò che Pierre Fédida chiamava “inconscio geologico”, quanto nella materia stessa, che non smette mai di vibrare sotto la propria superficie, roccia, acqua, alga, pesce, isola, Ferdinandea stessa, temporanea condensazione di forze in perpetua turbolenza.

Insomma, solve et coagula, l’antico motto degli alchimisti, conserva ancora una validità ontologica. Tutto si scioglie e tutto si addensa, tutto collassa e tutto si ricompone, senza tregua. Ma restiamo forse così nella posizione del naufrago di Eco, condannati a guardare l’isola senza mai coincidere con essa, prossimi e insieme irrimediabilmente estranei? Scrive Leoni nelle riflessioni conclusive: «Caducità di ogni cosa, eterno avvicendarsi di fantasmi? Piuttosto, l’indistruttibilità di un ritmo, l’eternità non tanto della natura ma del nascere. Tutto è sempre alla fine perché tutto è sempre all’inizio» (ivi, pp. 88-89). Si tratta di una grande etica del divenire che, tuttavia, richiede precisazione, al di là di ogni vitalismo. Se tutto è sempre all’inizio, allora tutto è anche sempre alla fine. Ogni nascita reca già in sé la propria rovina, ogni emersione il proprio inabissamento, ogni coagulo la propria dissoluzione. E così non esiste origine che non porti già in sé la propria catastrofe.

*Immagine: Clément Cogitore, Ferdinandea #2, 2022, courtesy Galerie Chantal Crousel, Parigi/Galerie Elisabeth & Reinhard Hauff, Stoccarda

Federico Leoni, L’isola sotto il mare, “Ferdinandea” di Clément Cogitore, Castelvecchi, Roma 2026.

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