Appellarsi all’insegnamento lacaniano e, più in generale, a quello psicoanalitico, per leggere le dinamiche sociali del mondo ipermoderno è possibile? Si potrebbe pensare che la psicoanalisi sia un approccio ormai superato, incapace di reggere il confronto con le moderne tecniche delle neuroscienze e le loro spiegazioni sul funzionamento di quel misterioso organo che è il cervello umano. Oggi che si parla di trasferire la nostra coscienza in un computer per vivere dopo la morte, sembra ridicolo sperare che il buon vecchio Lacan ci possa aiutare a comprendere i frenetici, sempre più instabili, tempi moderni. Allora, viene da chiedersi, con quale pretesa e con quanto coraggio pubblicare un libro dall’inequivocabile essenza psicoanalitica intitolato Sinthomatologie. Teoria e clinica del legame sociale? Forse, qualcuno potrebbe notare che al giorno d’oggi è un atto di estremo coraggio anche solo continuare a scrivere libri cartacei e non rassegnarsi alla comunicazione mediatica che non supera il minuto, ma questo è un altro discorso.

Il libro, edito da DeriveApprodi e a cura di Federico Chicchi, raccoglie i contributi di ben undici psicoanalisti e psicologi e si propone di esplorare una tematica tanto centrale quanto problematica nel nostro tempo: i legami sociali, appunto. Il testo non si limita a mettere in evidenza le difficoltà che riguardano i rapporti umani contemporanei, ma tenta di offrire spunti di riflessione originali, come suggerisce il titolo stesso del libro. Il termine “sinthomo”, infatti, fa riferimento a un concetto elaborato da Lacan nel Seminario XXIII (1975-1976), una tappa dell’insegnamento dello psicoanalista francese che segna un radicale cambiamento nel modo di pensare al sintomo. Nella prima fase del suo insegnamento, il sintomo veniva inquadrato come una metafora utilizzata dall’inconscio per comunicare qualcosa, un messaggio decifrabile che circolava tra analista e analizzante. Il sinthomo al contrario non è più qualcosa di interpretabile ma è ciò che «annoda: è il nodo specifico di un’esistenza, il tratto irriducibile di una vita» (Chicchi 2026, p. 10). 

In altre parole, laddove il sintomo è una formazione dell’inconscio inestricabile dal rimosso del soggetto, il sinthomo è un’invenzione singolare che sta al posto di qualcosa che non c’è mai stato. Se il sintomo inteso nella sua accezione classica compare come effetto della Legge, o potremmo dire anche del Nome Del Padre, il sinthomo supplisce all’assenza della stessa, alla sua inoperatività. Lacan, come altri del suo tempo, aveva già notato un progressivo indebolimento del registro simbolico, di quelle garanzie che, da un lato rischiavano di opprimere il soggetto (vedi le isteriche curate da Freud), e dall’altro offrivano coordinate precise in cui la vita, l’identità, il rapporto con gli altri e con il mondo, potevano articolarsi. Le autorità, per esempio lo Stato e la Chiesa, avevano il compito di limitare gli orizzonti di espressione del soggetto in schemi predefiniti: «La Legge ordina, nomina, proibisce» (ivi, p. 34). Un sistema potenzialmente claustrofobico, ma anche rassicurante e che consentiva al soggetto di accedere al suo proprio desiderio.   

Con l’avvento del neoliberalismo tutto cambia. La Legge non è più così potente da delimitare le possibilità del soggetto che, come gli oggetti di consumo offerti, si moltiplicano all’infinito. Il registro simbolico si indebolisce, dicevamo, inaugurando ciò che il sociologo Zygmunt Bauman, già tra gli anni novanta e i primi anni duemila, definiva “società liquida”: un concetto che mette in risalto la rapidità dei cambiamenti, la precarietà lavorativa, la progressiva instabilità delle relazioni e, più in generale, l’indebolimento delle autorità classiche. Vi suona familiare, vero? Infatti, la novità non è l’esistenza di questa dinamica, come sottolineano gli stessi autori del libro, ma la sua esasperazione: un processo tanto prevedibile quanto insostenibile. Non un effetto indesiderato ma la naturale conseguenza di «un regime che fa dell’isolamento, della precarietà e della disuguaglianza le condizioni ordinarie e necessarie del proprio funzionamento» (ivi, p. 8).

Presi dall’entusiasmo della libertà illimitata, dall’euforia delle infinite possibilità di consumo di beni e servizi, non ci siamo accorti che non ci stavamo davvero liberando ma che, semplicemente, stavamo “decidendo” di assoggettarci a un altro tipo di autorità, a un altro Dio: la logica del mercato. Federico Chicchi, curatore del libro, definisce questo stato delle cose «modello egocratico» (ivi, p. 37), facendo riferimento a una tendenza pervasiva alla privatizzazione, all’individualizzazione e alla perdita del senso di comunità. Ognuno è impegnato nella sua personalissima lotta per l’autoaffermazione, catturato dal «fantasma collettivo che distribuisce posizioni di godimento codificate: imprenditorialità di sé come schema di formazione soggettiva, competizione permanente, resilienza forzata» (ibidem). Nella sua (apparente) libertà illimitata, il soggetto si trova esposto a un’eccessiva responsabilizzazione: tutto sembra dipendere da lui e dunque il rischio del fallimento, la paura di non essere abbastanza, diventano la più grande sciagura che possa capitare oggi. La favola secondo cui grazie alla tua forza di volontà e impegno puoi diventare tutto ciò che desideri, da liberatoria è diventata ormai persecutoria per la maggior parte delle persone. Se tutti dobbiamo essere sempre al top, che spazio resta al dolore, agli sbagli, alle difficoltà? Cosa ne facciamo di chi non vuole o non riesce a essere sempre “la versione migliore di sé”? Non dobbiamo dimenticare che perfezione e performance impeccabili non appartengono al mondo degli umani, ma a quello delle macchine. E che spazio resta al desiderio? Quando il soggetto è impegnato solo a consumare, a godere degli oggetti, «la melanconia emerge come termometro tragico del fallimento del suo imperativo categorico» (ivi, p. 177).

Attenzione però, non fraintendiamoci, non c’è nessuna nostalgia del passato in queste righe o in quelle degli autori di Sinthomatologie. Com’è tipico della pratica psicoanalitica, piuttosto, si vuole portare l’attenzione proprio là dove non vogliamo guardare, a qualcosa che non vogliamo affrontare ma di cui tutti sentiamo gli effetti devastanti. Si vuole tentare di aprire un discorso che inventi, nel senso più positivo del termine, un nuovo modo di stare al mondo. Non si tratta di rimpiangere ciò che è passato, ma di assumersi la responsabilità soggettiva di affrontare il presente. Perché quando il fantasma collettivo della performance cade, quando la promessa di felicità e benessere assoluto si rivela una menzogna, quando l’ordine simbolico non regge più, il soggetto si trova irrimediabilmente esposto all’angoscia, con tutta la proliferazione sintomatica che un simile tracollo comporta. Si apre una frattura tra individuo e società che il neoliberalismo ha provveduto a colmare con i prodotti di consumo, una soluzione che in realtà non fa altro che alimentare tale frattura. Ecco allora che gli autori propongono il sinthomo come «operatore di consistenza» (ivi, p. 32), soluzione originale e personale per tenere insieme l’esperienza dell’esistenza. Occorre però sottolineare una precisazione degli stessi autori: se il sinthomo è un’invenzione soggettiva e ognuno deve inventarlo per sé, come può essere una soluzione collettiva? La questione resta aperta, ma gli autori ci lasciano con uno spunto di riflessione interessante, individuando in questa bizzarra eppure geniale intuizione di Lacan «l’indizio più concreto di una nuova politica del desiderio a-venire nel dopo modernità» (ivi, p. 33).

Federico Chicchi, a cura di, Sinthomatologie. Teoria e clinica del legame sociale, DeriveApprodi, Bologna 2026.

Tags     Lacan, psicoanalisi, sintomo
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