«Bisogna avere il coraggio di dire la verità», dice Socrate a Fedro: «L’essere che è veramente tale […] questo essere occupa questo luogo, al di fuori dell’universo, […]  e ogni anima a cui sta a cuore ricevere ciò che le è proprio […] vede la Giustizia […] vede la Conoscenza, […] la conoscenza della vera realtà» (Platone 2011, 247 d-e.). La verità è che gli oggetti della conoscenza, quelli che da Platone in poi chiamiamo le idee, non stanno dentro i corpi umani: per essere precisi propriamente non stanno dentro il cranio e più in particolare non stanno nel cervello come vuole la superstizione cerebro-centrica di tanta psicologia contemporanea (non tutta, però: la psicologia di ispirazione marxista, si pensi a Vygotskij, ha sempre saputo che le idee stanno fuori del cervello): al contrario, stanno “al di fuori dell’universo”. Che cosa vuol dire che stanno “al di fuori”, in quella che Platone chiama “la pianura della verità”, in piena vista di tutte, là dove vivono gli dei? Prendiamo un esempio molto semplice, che non può non apparire evidente a tutte noi. Quando parliamo a qualcuno, oppure quando scriviamo qualcosa (come queste note), quello che diciamo e scriviamo non può provenire dal nostro cervello, perché ogni cervello è diverso da ogni altro cervello, mentre se fosse così ogni cervello avrebbe i suoi particolari pensieri, che nessun altro cervello potrebbe comprendere proprio perché ogni cervello è fisicamente diverso da ogni altro cervello. Se davvero il linguaggio consistesse nella comunicazione dei pensieri privati da un cervello ad un altro cervello questa operazione sarebbe semplicemente impossibile (così com’è infatti impossibile trapiantare direttamente un organo da un corpo ad un altro perché verrebbe subito rigettato). Ogni cervello ha appunto i “suoi” pensieri, che sono diversi da quelli di ogni altro cervello. Per questa ragione Platone parla di “vera conoscenza” e la distingue da quella che “è soggetta al divenire” come da “quella che è diversa in ciascuno dei diversi oggetti che noi chiamiamo enti”. Ad esempio, vedo quello che mi sembra essere un gatto, e voglio comunicare a qualcun altro che ho visto un “gatto”. Platone ha perfettamente ragione, non è affatto detto che quello che io chiamo “gatto” sia un gatto anche per un altro. Ognuno vede le cose a suo modo, ognuno le pensa a modo suo. La “vera conoscenza” non può essere chiusa dentro i cervelli.

Ma questo allora significa che il linguaggio non può consistere nella comunicazione di pensieri da un cervello ad un altro. Se quando parliamo ci capiamo, ed effettivamente ci capiamo (non sempre ovviamente, ma possiamo anche capire quando non ci capiamo), questo vuol dire che non comunichiamo i ‘nostri’ pensieri, al contrario, i pensieri che comunichiamo non sono affatto né “nostri” né “soggettivi”, sono piuttosto pensieri “oggettivi”, che stanno appunto “al di fuori” di noi nella “pianura della verità”. Il linguaggio funziona proprio perché i pensieri che comunica non sono nostri, al contrario non sono di nessuno.

Fin qui Platone (e per chi fosse interessata anche Abū al-Walīd Muḥammad ibn Aḥmad ibn Muḥammad ibn Rušd (1126-1198), noto in occidente con il nome di Averroè detto il commentator). Sappiamo però che di solito in un secondo momento ci arriva anche la scienza: il cervello umano è un organo fisico che matura e si sviluppa sostanzialmente al di fuori di sé, cioè al di fuori del corpo. La ragione evolutiva di questa apparente stranezza è ben documentata nel libro del paleoantropologo Jean-Jacques Hublin, La tirannia del cervello. Una nuova storia dell’evoluzione umana (Castelvecchi, 2026). La tesi di Hublin è che tutta l’evoluzione, biologica e socio-culturale, dell’animale umano (e degli ominini in generale, cioè del gruppo zoologico che comprende gli esseri umani moderni e le specie estinte più strettamente imparentate con noi) è guidata dallo sviluppo di un cervello voluminoso, almeno relativamente alle dimensioni corporee (al confronto il cervello di una balenottera azzurra pesa in media circa 6–7 kg; rispetto ad un corpo di circa 100–150 tonnellate questo vuol dire che il cervello è appena 0,004-0,007% del peso corporeo complessivo; nell’essere umano il cervello rappresenta circa il 2% dell’intera massa corporea). In effetti, che cosa comporta avere un cervello così ingombrante e dispendioso?

La straordinaria crescita delle dimensioni del cervello, che nella maggior parte dei ceppi di ominini è più che raddoppiato negli ultimi due milioni di anni, rappresenta una sfida adattativa capitale. Si tratta di un’evoluzione che ha richiesto l’accesso dell’organismo a una quantità sempre crescente di energia e ciò è potuto accadere solo grazie a una ridistribuzione di quest’energia tra le diverse funzioni biologiche. Questa riorganizzazione del bilancio energetico corporeo ha avuto profonde conseguenze sulla biologia dei nostri antenati e sul loro comportamento (Hublin 2026, p. 79).

In effetti il cervello umano consuma circa il 20% di tutta l’energia necessaria per tenere in vita un corpo umano (un po’ come succede con i data centers per l’Intelligenza Artificiale che consumano un’enorme quantità di energia elettrica: il pensiero è sempre stato dispendioso, sia dentro che fuori dei corpi). In proporzione nessun altro animale consuma così tanta energia per un singolo organo. Ma questo significa che la selezione naturale ha evidentemente favorito in ogni modo lo sviluppo di corpi con un cervello così impegnativo, in termini di risorse e di cure. In effetti la stessa socialità umana, secondo Hublin, è una diretta conseguenza della “tirannia del cervello”:

Dopo la nascita e per tutto il periodo dell’allattamento, è […] la madre a fornire le calorie e i nutrienti necessari alla crescita del bambino, mentre lo sviluppo del cervello esige sempre grandi quantità di energia. All’inizio di questo processo il corpo dà la priorità assoluta a quest’organo. Nei neonati e nei bambini molto piccoli non viene stanziata al cervello il 20% dell’energia disponibile, come negli adulti, ma molto di più. Subito dopo la nascita al cervello viene destinato tra il 40 e il 50% del metabolismo basale, una percentuale che continua ad aumentare durante la prima infanzia, fino a raggiungere il 70% verso i cinque anni (ivi, p. 101).

Per garantire questa grandissima quantità di energia al cervello in sviluppo del piccolo umano non solo è necessaria la continua assistenza da parte degli adulti, ma anche una distribuzione sociale del lavoro che permetta ad una parte della comunità di occuparsi prevalentemente, se non unicamente, dei piccoli umani in formazione. In effetti «se la crescita umana è così lunga, in gran parte lo è per l’enorme investimento necessario al nostro straordinario sviluppo cerebrale» (ivi, p. 101). Ci vuole una particolare organizzazione sociale (che non ritroviamo in nessun’altra comunità animale) perché un cervello con simili bisogni energetici possa crescere e svilupparsi: in effetti «il cervello del neonato continuerà a crescere molto tempo dopo la nascita, quadruplicando il suo volume. Questa modalità di crescita molto particolare ha avuto conseguenze immense sulle proprietà del nostro encefalo, sul nostro modo di riprodurci, sulle strutture familiari delle società umane, ma anche sul nostro rapporto con il mondo e con gli altri» (ivi, p. 100).  Per Hublin questo significa che «da un certo punto di vista possiamo dire che sono stati i nostri figli a renderci umani per davvero» (ivi, p. 122), perché l’intera e affatto peculiare socialità umana è al servizio del cervello dei piccoli umani in formazione. Cervelli in sviluppo che hanno bisogno di energia, cure, e da un certo momento in poi soprattutto pensieri e parole: energia cure e pensieri che sono appunto, come diceva Socrate a Fedro, al “di fuori” del corpo. In effetti questo significa crescere in una «nicchia neurale» (ivi, p. 193): come la nicchia ecologica di una sardina (Sardina pilchardus), cioè il suo habitat, è il mare, o quello di una tenia (Taenia solium) l’intestino di un maiale (per poi, attraverso la sua carne, finire in quello umano), così l’habitat storico-naturale di un essere umano è un mondo dominato da cervelli, e dai prodotti esterni della sua attività. Prendiamo gli artefatti simbolici, che costituiscono il componente fondamentale del mondo umano; si tratta di:

Una tipologia di strumenti basata su sistemi di annotazione, segni, simboli e immagini che consentono di trasmettere informazioni a distanza e nel tempo verso coloro che sanno leggerle. Essa va ad aggiungersi alla tradizione orale, che trasmetteva un’informazione nel tempo all’interno di un cervello sociale composto dalla somma dei molti cervelli individuali. Questa classe di utensili […] è con la scrittura che ha […] sviluppato tutte le sue potenzialità, fino a occupare un posto colossale nel nostro mondo digitale. Gli artefatti non rappresentano più solo un’esternalizzazione delle nostre capacità di memorizzazione, ma anche delle nostre capacità di calcolo, ragionamento e previsione. L’informatica e il suo naturale sviluppo, incarnato oggi dall’intelligenza artificiale, si configurano come un’esternalizzazione del cervello stesso nella sfera tecnica (ibidem).

Se si vede all’evoluzione dell’animale umano dalla prospettiva della “tirannia del cervello” lo sviluppo travolgente dell’Intelligenza Artificiale a cui stiamo assistendo in quest’ultimo periodo non sorprende in alcun modo: da Platone in poi sappiamo che l’intelligenza umana è sempre stata “fuori” delle teste umane. Non siamo noi che pensiamo, è piuttosto il pensiero – quello che Platone chiama «la vita degli dei» (2011, 248 a.), appunto per il suo carattere impersonale e oggettivo – che si pensa in noi. La proprietà privata dei pensieri, oltre ad essere uno scandalo politico, è una sciocchezza scientifica. Perché il pensiero è naturalmente comunista.

Riferimenti bibliografici
Platone, Fedro, a cura di Mauro Bonazzi, Einaudi, Torino 2011.

Jean-Jacques Hublin, La tirannia del cervello. Una nuova storia dell’evoluzione umana, Castelvecchi, Roma 2026.

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